East Rutherford – In comune hanno la lingua, secoli di storia lontana, pochissima storia calcistica condivisa (l’unico precedente ai Mondiali risale al 1966, poi 13 amichevoli), qualche radice e Messi, che è cresciuto a e nel Barcellona (come otto spagnoli) e avrebbe potuto giocare la finale con la maglia rossa e non albiceleste: Fabregas e Piqué provarono a convincerlo senza riuscirci mai, anche se Leo ci ha messo un’eternità per dimostrare all’Argentina di essere profondamente argentino. Proprio qui al MetLife Stadium, nel 2016, dopo avere perso contro il Cile la quarta finale di Copa America, avendo sbagliato il primo rigore della serie, annunciò con gli occhi bassi che avrebbe lasciato la nazionale: «Per me è finita. Ci ho provato, non ci sono riuscito. Meglio piantarla qui». Per fortuna cambiò idea, digerì un altro Mondiale mesto (Russia 2018) e ignorò lo scorrere degli anni, così adesso eccolo qui, dopo aver finalmente infranto il tabù della Copa America battendo il Brasile al …
East Rutherford – In comune hanno la lingua, secoli di storia lontana, pochissima storia calcistica condivisa (l’unico precedente ai Mondiali risale al 1966, poi 13 amichevoli), qualche radice e Messi, che è cresciuto a e nel Barcellona (come otto spagnoli) e avrebbe potuto giocare la finale con la maglia rossa e non albiceleste: Fabregas e Piqué provarono a convincerlo senza riuscirci mai, anche se Leo ci ha messo un’eternità per dimostrare all’Argentina di essere profondamente argentino. Proprio qui al MetLife Stadium, nel 2016, dopo avere perso contro il Cile la quarta finale di Copa America, avendo sbagliato il primo rigore della serie, annunciò con gli occhi bassi che avrebbe lasciato la nazionale: «Per me è finita. Ci ho provato, non ci sono riuscito. Meglio piantarla qui». Per fortuna cambiò idea, digerì un altro Mondiale mesto (Russia 2018) e ignorò lo scorrere degli anni, così adesso eccolo qui, dopo aver finalmente infranto il tabù della Copa America battendo il Brasile al Maracanã, e quello della Coppa del mondo infine, una volta e magari due.
Due squadre che non si somigliano
Messi ha una cultura calcistica spagnola, tenendo conto che la scuola dominante è quella del Barcellona. È per questo che l’Argentina è sostanzialmente una squadra doppia e da questo punto di vista ha un vantaggio, perché Leo non ha solo talento ma anche conoscenza, e si mescola alle caratteristiche primordiali del football argentino, quelle che fanno cascare nella trappola qualunque avversario, specie quando la partita perde il suo filo logico: non è un caso che le ultime undici sfide a eliminazione diretta la Selección le abbia vinte tutte, sei delle quali ai supplementari o ai rigori. La Spagna, da parte sua, sono 37 partite che non perde e nel torneo ha subito un solo gol: la sua inclinazione è il controllo, le partite sa farle andare dove e come vuole lei perché sa come muovere il pallone a ogni velocità, perché è la più rapida a recuperarlo dopo averlo perso e perché i giocatori si spostano in armonia, così diversa dai momenti di calcio rabbioso e disarticolato dell’Argentina, poi riordinato da Messi. È la sfida tra due squadre che non si somigliano per niente.
Ieri sul New Jersey si è scatenata una tempesta che ha ripulito l’aria e abbassato la temperatura: da questo punto di vista a Infantino è andata bene. La Fifa ha curato molto gli aspetti spettacolari del torneo e meno la sostanza di cui il pallone ha bisogno, così la finale si giocherà su un prato che nelle partite precedenti è stato molto criticato, dato che lo strato d’erba naturale che ha sostituito quella artificiale non è di gran qualità e poggia su un fondo troppo duro.
Il pallone d’oro
Però qui i calciatori hanno imparato ad adattarsi a molte anomalie e accetteranno anche questa, d’altronde gente come Messi e Lamine Yamal non si lascia condizionare da queste quisquilie. Leo è già il candidato numero uno, se non addirittura unico, al Pallone d’oro, ma Lamine, cresciuto di partita in partita, potrebbe ribaltare le gerarchie, potrebbe ribaltare il mondo. Gli punteranno le caviglie, gli diranno in faccia qualcosa di offensivo, ma è il tipo da riderci sopra: se quasi tutti gli argentini vengono dalle partitacce nella polvere di strada, lui è uno dei pochi spagnoli ad aver avuto la stessa formazione, e pare che uno dei suoi massimi divertimenti sia mandare a vuoto chi cerca di appioppargli un calcione.