Aveva capito subito, sapeva che era successo qualcosa di grave. Lindsey Vonn non piange al traguardo consolata dalla compagna Jacqueline Wiles, non mostra una smorfia di dolore toccandosi il ginocchio sinistro mentre scende lentamente sulla pista se qualcosa non ha sconvolto il suo equilibrio di wonder woman: capace di vincere due volte in Coppa a 41 anni. Infatti, era qualcosa di grave: rottura del crociato anteriore del ginocchio sinistro, nella maledetta discesa di Crans-Montana interrotta dopo tre cadute su sei atlete.
Tutto finito? Assolutamente no, perché l’americana rinata quando le hanno tagliato una parte dell’osso dell’altro ginocchio sostituendolo con due pezzi di titanio non si arrende certo per un legamento che, lo ammette lei stessa, andrebbe portato in sala operatoria e trattato chirurgicamente. «L’intervento è stato valutato con i medici, ma per ora non può essere considerato perché ci sono le Olimpiadi»…
Aveva capito subito, sapeva che era successo qualcosa di grave. Lindsey Vonn non piange al traguardo consolata dalla compagna Jacqueline Wiles, non mostra una smorfia di dolore toccandosi il ginocchio sinistro mentre scende lentamente sulla pista se qualcosa non ha sconvolto il suo equilibrio di wonder woman: capace di vincere due volte in Coppa a 41 anni. Infatti, era qualcosa di grave: rottura del crociato anteriore del ginocchio sinistro, nella maledetta discesa di Crans-Montana interrotta dopo tre cadute su sei atlete.
Tutto finito? Assolutamente no, perché l’americana rinata quando le hanno tagliato una parte dell’osso dell’altro ginocchio sostituendolo con due pezzi di titanio non si arrende certo per un legamento che, lo ammette lei stessa, andrebbe portato in sala operatoria e trattato chirurgicamente. «L’intervento è stato valutato con i medici, ma per ora non può essere considerato perché ci sono le Olimpiadi» spiega Lindsey che è già a Cortina in vista della prima delle tre prove della discesa olimpica prevista per domani.
"Non ho le stesse probabilità di prima”
L’unica traccia di vulnerabilità, di sano realismo, Vonn lo concede pensando al suo progetto di chiudere la carriere con una medaglia olimpica (ovviamente d’oro): «Conosco le mie possibilità prima dell’incidente e ora: non sono più le stesse. Ma penso di potermela ancora giocare. Non si perde la forza in così poche giornate. Finché avrò una chance, ci proverò».
Il rientro dopo 5 anni
Anche questa è una stagione durissima per lo sci femminile, che sceglie come ultima vittima prima delle Olimpiadi la donna che più di tutte rappresentava l’impossibile. La capacità di tornare dopo cinque stagioni e mezzo di assenza, a 41 anni, spostando tutti i confini della longevità agonistica. Se la scorsa stagione è stata una prova generale di efficienza, l’anno olimpico si è trasformato in un inno alla gioia come due vittorie il 12 dicembre a St. Moritz e il 10 gennaio a Zauchensee. Ma questa è anche la stagione in cui hanno dovuto dire addio alle Olimpiadi Lara Gut-Behrami per una lesione al crociato e al menisco, Marta Bassino per la frattura piatto tibiale, Michelle Gisin operata per i danni alla colonna cervicale, e la stessa compagna di Lindsey, Lauren Macuga, fuori gioco per la rottura del crociato. Senza contare il calvario di Federica Brignone. In questo gioco al massacro tocca ora alla donna che nella vita precedente aveva vinto 82 gare di Coppa del mondo, e nella seconda che si è concessa ne ha aggiunte altre due più la leadership attuale nella coppa di discesa.
Terapia e ginocchiera
Come ripartire ora? Lindsey Vonn, in realtà, è già ripartita. Sa che la situazione è seria, «neppure il menisco sta tanto bene, ho un altro infortunio che non sappiamo se sia pregresso». Ma intanto ha fatto terapie, palestra, e rimesso gli sci alla ricerca di sensazioni che solo lei può interpretare. «Mi sento solida, penso di poter gareggiare domenica con l’aiuto di un tutore. Non sento dolore come subito dopo la caduta, quando ho chiesto di essere portata via in elicottero». L’Olimpiade si dimostra stregata, a Torino 2006 si fece male quando ancora gareggiava col suo cognome Kildow, a Vancouver ha vinto l’unico oro di una carriera che ne avrebbe meritati di più. Ma Cortina le ispira comunque fiducia, «qui le piste le conosco, e le preparano molto bene». Magari non le piace un’Olimpiade diffusa su 22mila chilometri quadrati, che rende impossibile la condivisione con altri sport che lei ama: «Volessi andare a Milano per la cerimonia dovrei viaggiare per cinque ore, i Giochi migliori sono quelli in cui gli atleti sono tutti insieme». Ma questi sono dettagli, il suo sogno trasformato in progetto nasce da una certezza che non l’abbandona: «Dopo ogni caduta mi sono sempre rialzata, in palestra mi sento molto meglio rispetto al passato. E non dimentico che anche solo essere qui, a 41 anni, mi rende felice».