Baresi: “Portare la fiaccola l’emozione più grande della mia vita sportiva, mi tremavano le gambe”
di Maurizio CrosettiL’emozione più grande della notte di San Siro, forse sì. Franco Baresi che porta il fuoco nello stadio insieme a Beppe Bergomi, amico e avversario di tanti derby, le due anime calcistiche di una città intera. Il capitano Baresi e la sua lotta contro la malattia, una leggenda dello sport italiano nel luogo che lo vide vincere e lottare. È stato un momento capace di andare oltre il calcio, oltre il tifo, per entrare nelle case e nella vita di tanti. Il dolore e lo sport, ma anche la speranza e il calore: come la luce di quella fiamma in una mano un po’ tremante e così umana, proprio per questo. La finitezza del nostro essere, la fragilità, il pericolo e il futuro.
Baresi, che attimi sono stati?
«I più emozionanti della mia vita sportiva: mai provata una sensazione del genere. Hai quella torcia tra le dita e sai che contiene la storia dello sport, e un po’ anche quella della civiltà umana. Un simbolo fortissimo».
Lei fu olimpico nel 1984.
«Anche quella, in America, un’esperienza uni…
L’emozione più grande della notte di San Siro, forse sì. Franco Baresi che porta il fuoco nello stadio insieme a Beppe Bergomi, amico e avversario di tanti derby, le due anime calcistiche di una città intera. Il capitano Baresi e la sua lotta contro la malattia, una leggenda dello sport italiano nel luogo che lo vide vincere e lottare. È stato un momento capace di andare oltre il calcio, oltre il tifo, per entrare nelle case e nella vita di tanti. Il dolore e lo sport, ma anche la speranza e il calore: come la luce di quella fiamma in una mano un po’ tremante e così umana, proprio per questo. La finitezza del nostro essere, la fragilità, il pericolo e il futuro.
Baresi, che attimi sono stati?
«I più emozionanti della mia vita sportiva: mai provata una sensazione del genere. Hai quella torcia tra le dita e sai che contiene la storia dello sport, e un po’ anche quella della civiltà umana. Un simbolo fortissimo».
Lei fu olimpico nel 1984.
«Anche quella, in America, un’esperienza unica. Perché puoi avere vinto scudetti e coppe, ma per un atleta non c’è niente come le Olimpiadi: vale anche per noi calciatori, nonostante in molti pensino il contrario».
Vederla apparire a San Siro è stata una sorpresa enorme: lei, quando lo ha saputo?
«Un mese e mezzo fa, più o meno: mi ha telefonato il presidente del Coni. Io ho risposto: “Siete sicuri?, guardate che non sono tanto in forma”. “Tranquillo”, mi ha detto il presidente, “non dovrai fare troppa strada”. E così è stato. Un grande onore, del tutto inatteso».
Sapeva che lo avrebbe condiviso con Bergomi?
«All’inizio, no. L’ho scoperto dopo. E siamo stati bravi a mantenere il segreto, davvero questa cosa non la sapeva nessuno».
Franco, lei adesso come sta?
«Meglio, molto meglio. Il peggio è passato, anche se è stata dura. Essere un atleta mi ha aiutato a lottare, e il mio corpo mi ha permesso di resistere. L’ho fatto, in fondo, per tutta la vita: io ho sempre lottato, in campo e fuori. Nessuno mi ha mai regalato niente».
Come si vive in compagnia di una malattia così?
«La cosa più difficile accettare è che tutto cambi in un istante. Nessuno lo mette in conto, prima che succeda. Nessuno è davvero pronto ad affrontarlo, però poi si deve, non c’è scelta. Ma adesso i miei polmoni funzionano di nuovo bene, e penso solo al futuro».
Ci racconti meglio quel preciso momento: lei, Bergomi, la torcia e San Siro.
«C’era Bocelli che cantava, mica male un sottofondo musicale simile, non crede? È stato pazzesco, mi tremavano le gambe e forse anche la mano. Lo stadio Meazza è stato la mia casa per vent’anni, e a casa ci sentiamo tutti al sicuro, stiamo tutti meglio. Mi ha emozionato entrare nello stadio, portare il fuoco lì dentro, proprio io. La torcia, cioè i valori immortali dello sport: la pace, il rispetto delle regole e dell’avversario, l’amore, la correttezza. Io ho sempre pensato che gli atleti siano la parte migliore dello sport. Il mondo cambia, i soldi lo hanno un po’ stravolto, ma il senso olimpico è immortale».
È sembrato anche a lei che nell’ovazione del pubblico ci fosse un affetto speciale nei suoi confronti?
«Forse sì, sarebbe bello, forse è proprio vero. La gente sa quello che mi è successo, e io so che la gente lo sa. Non c’è bisogno di tante parole. Il calore mi è arrivato addosso fortissimo».
Le è piaciuta la cerimonia?
«Bellissima, forse un po’ lunga ma bellissima. L’Italia e Milano ne avevano bisogno: non stiamo attraversando momenti facili, c’è grande tensione tra la gente e nel mondo. Ha ragione il nostro presidente Mattarella: le Olimpiadi siano il richiamo alla pace e alla fratellanza. Perché, io lo so: tutto è così fragile, tutto dura così poco».