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Richardson ai Giochi per Haiti: “Qui speravo di trovare una ragazza. Ho manie come Nadal”

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Intervista allo sciatore di 23 anni, nato a Port-au-Prince, mai tornato a casa da quando ha lasciato il Paese a 3 anni
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Lo sci di tanti mondi. Richardson Viano ha 23 anni, è nato a Port-au-Prince, ha vissuto in un orfanotrofio fino a quando a tre anni, Silvia e Andrea, italiani che vivono a Briançon, sulle Alpi francesi, lo hanno adottato. Lì ha scoperto la neve e se ne è innamorato: è stato il primo atleta di Haiti a partecipare alle Olimpiadi di Pechino 2022. Ha raccontato la sua storia in un libro, Ad Haiti sognavo la neve, con Alessandro Corallo e Alessandro Demarchi (EMI, prefazione di Paolo De Chiesa). Lo incontriamo a Bormio, alla sua seconda partecipazione a Cinque Cerchi nel gigante e nello slalom.

Mai più incontrati i suoi genitori biologici?

“Mia mamma era malata quando mi ha lasciato in orfanotrofio, poi è morta. Ho solo una foto che mi ritrae con lei. Di mio padre non so niente”.

Altri fratelli?

“Forse una sorellina, ma non so molto di più, non danno informazioni per proteggerci”.

Ricordi di quando sono venuti a prenderla ad Haiti?

“Venne mio padre Andrea, guida alpina. Mi strinsi alla s…

Lo sci di tanti mondi. Richardson Viano ha 23 anni, è nato a Port-au-Prince, ha vissuto in un orfanotrofio fino a quando a tre anni, Silvia e Andrea, italiani che vivono a Briançon, sulle Alpi francesi, lo hanno adottato. Lì ha scoperto la neve e se ne è innamorato: è stato il primo atleta di Haiti a partecipare alle Olimpiadi di Pechino 2022. Ha raccontato la sua storia in un libro, Ad Haiti sognavo la neve, con Alessandro Corallo e Alessandro Demarchi (EMI, prefazione di Paolo De Chiesa). Lo incontriamo a Bormio, alla sua seconda partecipazione a Cinque Cerchi nel gigante e nello slalom.

Mai più incontrati i suoi genitori biologici?

“Mia mamma era malata quando mi ha lasciato in orfanotrofio, poi è morta. Ho solo una foto che mi ritrae con lei. Di mio padre non so niente”.

Altri fratelli?

“Forse una sorellina, ma non so molto di più, non danno informazioni per proteggerci”.

Ricordi di quando sono venuti a prenderla ad Haiti?

“Venne mio padre Andrea, guida alpina. Mi strinsi alla sua gamba scansando gli altri bambini, dicevo che era il mio papà blanc, così lo chiamavo”.

Mai tornato?

“Mai. Un po’ per come è andata, un po’ per il terremoto. Ma vorrei, perché ho pochi ricordi”.

Poi?

“Con mamma Silvia, ex insegnante di lingue, responsabile per anni di un posto tappa per ciclisti e poi di un’osteria, hanno adottato anche due ragazze, che sono diventate mie sorelle: Bellandine, del 2004, studia per specializzarsi in diritti sull’immigrazione e ha fatto sci di fondo e arrampicata. E Natacha è del 2005, fa il post alberghiero a Montecarlo”.

Alpi francesi, scoprì la neve.

“E il freddo: ero abituato ai 40°, mi ritrovai a -15. Eravamo al Colle del Lautaret, dicembre 2005. Pieno inverno, nevicava. Vedevo questi fiocchi cadere dal cielo e non capivo cosa fossero, pensai fosse della sabbia come cadeva ad Haiti, uno mi si appoggiò sul naso, me lo ricordo come fosse ieri. Mi sembrava polvere magica”.

(reuters)

Prima volta sugli sci?

“Due settimane dopo il mio arrivo. Decise mio padre, mi portò a fare le prime curve, stavo tra le sue gambe. Mi piacque immediatamente. Lo sci è diventato pane quotidiano nella mia vita di bambino. Poi ho deciso di fare sul serio intorno ai 13 anni, ho fatto diverse scuole che mi permettevano di fare sport in inverno”.

Studi?

“Così così. Forse non ho avuto insegnanti troppo interessanti, e comunque io non riuscivo neanche a stare fermo al mio banco. Dovevo muovermi”.

Altri sport?

“Parkour, tennis, cintura nera di karate, calcio”.

Com’è arrivato a sciare per Haiti?

“Fino a 16 anni ho sciato per la Francia, ma non stavo andando bene in quel periodo e il mio comitato non mi avrebbe fatto continuare. Decise il destino: mi chiamò il presidente della federazione di Haiti e mi propose di sciare con loro. Pensavo fosse uno scherzo, non avevo mai sentito che esistesse una federazione di sci haitiana. Controllai su internet: esisteva. Nell’estate 2019 presi anche il passaporto di Haiti, oltre a quello francese e italiano”.

Come e dove si allena?

“Il comitato olimpico mi dà una borsa di studio. Ma servirebbero più soldi e sponsor, è uno sport costoso. Ho sciato due anni per una squadra che si chiama Orsatus, con la quale ho fatto le Olimpiadi a Pechino. Poi sono passato alla Kronplatz Racing Center, a San Vigilio di Marebbe, dove mi alleno e dove abito da quattro anni con altri atleti. Cucinano, pensano al bucato, perfetto”.

Chi la segue?

“La mia allenatrice, Nicole Valcareggi, litighiamo, lei scorpione, io leone, siamo due montagne russe però dai, va bene. Il fisio Ivan Nardi, uno sempre positivo, e una preparatrice atletica giovane, Sara Parenzan. Gli sci me li preparo da solo, sono io il mio skiman. Da due anni mi segue un coach mentale, James Kaler. Puoi essere bravo tecnicamente, ma il giorno della gara l’emozione la senti”.

Emotivo?

“Molto. La pressione non si può togliere, ma la puoi gestire. Io so cosa valgo, ma ho sempre la sensazione di dover dimostrare di meritarmi lo sci”.

Episodi di razzismo?

“Qualcuno, più da piccolo. Tra i bravi ero l’unico nero. Forse disturbavo. n più anche i miei genitori, essendo italiani, in Francia erano ritenuti immigrati. Battute anche da allenatori che si credevano padroni del mondo. Qui tutti rispettosi, anche perché abbiamo una giacca favolosa e tutti apprezzano”.

Perché le discipline tecniche?

“Sono piccolo, 170 cm, esplosivo, fin troppo, le tecniche fanno per me. E poi non sono abbastanza matto per andare a 140 chilometri all’ora”.

Sportivi che la ispirano?

“Marcel Hirscher, Marco Odermatt, Alexis Pinturault, Clement Noel. Bravissimo Giovanni Franzoni. Ho legato con Christof Innerhofer, molto gentile, per niente star. Negli altri sport? Sinner e Alcaraz. Ronaldo perché è un robot, Nadal perché molto metodico. E chiamano anche me Nadal, perché come lui faccio un sacco di gesti e ho dei riti fissi per concentrarmi al cancelletto, dalle bottiglie sempre nello stesso posto, a una sedia accanto e poi tre caramelle al caramello nella tasca, una alla prima manche, una alla seconda e la terza sulla navetta per tornare a casa”.

Altre cose che le piacciono?

“Mangiare italiano, dalla pasta alla panna cotta, e dormire. Se non fosse per questo sport non mi alzerei dal letto. Mi piace la musica caraibica e ballare”

Fidanzato?

«Non più. Speravo di conoscere ragazze a queste Olimpiadi, invece sono a Cortina. Oppure parlare con campioni maschi, ma sono in hotel 5 stelle, noi resto del mondo tutti insieme, altrove».

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