A quei duecento metri con la fiaccola non aveva mai pensato, prima. Lorenzo Bonicelli si era immaginato alle Olimpiadi con la squadra di ginnastica: mai tedoforo. Lo scorso 7 agosto, uscendo da un esercizio agli anelli, l’incidente che lo costringe oggi su una sedia a rotelle. Da quel momento il sogno dei Giochi ha lasciato il posto a un altro sogno. E questo è un passo in questa sua nuova direzione.
Bonicelli, cosa ha significato per lei portare la torcia Olimpica nel giorno dell’inaugurazione delle Paralimpiadi?
“Alimenta la mia fiamma. Mi piace usare questa immagine: la fiaccola olimpica è la metafora di quello che provo”.
Serve per continuare a sentirsi atleta al cento per cento.
“Sì, è l’effetto che fa. E per me è importante, perché io oggi e in futuro continuerò sempre a proclamarmi atleta. E poter essere partecipe di eventi del genere, essere inserito in contesti come questo, aiuta a mantenere vivo quel desiderio”.
Con chi lo ha condiviso?
“Con me c’erano tutti: mamma, pap…
A quei duecento metri con la fiaccola non aveva mai pensato, prima. Lorenzo Bonicelli si era immaginato alle Olimpiadi con la squadra di ginnastica: mai tedoforo. Lo scorso 7 agosto, uscendo da un esercizio agli anelli, l’incidente che lo costringe oggi su una sedia a rotelle. Da quel momento il sogno dei Giochi ha lasciato il posto a un altro sogno. E questo è un passo in questa sua nuova direzione.
Bonicelli, cosa ha significato per lei portare la torcia Olimpica nel giorno dell’inaugurazione delle Paralimpiadi?
“Alimenta la mia fiamma. Mi piace usare questa immagine: la fiaccola olimpica è la metafora di quello che provo”.
Serve per continuare a sentirsi atleta al cento per cento.
“Sì, è l’effetto che fa. E per me è importante, perché io oggi e in futuro continuerò sempre a proclamarmi atleta. E poter essere partecipe di eventi del genere, essere inserito in contesti come questo, aiuta a mantenere vivo quel desiderio”.
Con chi lo ha condiviso?
“Con me c’erano tutti: mamma, papà, le mie sorelle, gli amici della palestra. C’era la mia fidanzata Lisa, che tra l’altro mi ha fatto da accompagnatrice ufficiale: è lei che mi ha spinto nel mio tragitto. C’era anche il mio terapista del Niguarda… Anzi, stiamo già tornando in ospedale, ho ancora il coprifuoco”.
Cosa le è passato in testa in quei 200 metri con la fiaccola?
“Duecento metri non sono così tanti ma non sono neanche pochi: ho avuto il tempo di realizzare bene ciò che rappresentavano. Mancano anche un po’ le parole: il momento del torch kiss, lo scambio del fuoco, è il più intenso, un momento di delirio quando il passaggio va a buon fine. E poi ti dispiace salutare la torcia: avrei quasi voluto portarla a casa con me…”.
Aveva mai immaginato di poter essere tedoforo?
“Ho pensato tanto “chissà, magari in futuro potrò essere quello che va solo a vedere la cerimonia di apertura perché poi ha da fare a livello sportivo”. Però tedoforo no, non l’avevo mai desiderato”.
E adesso?
“Appena ho lasciato la fiaccola mi hanno chiesto: cos’hai provato? E io ho detto semplicemente: wow. È qualcosa di incredibile. Assolutamente incredibile”.
Ha visto le Olimpiadi?
“Ogni singola gara e ora farò lo stesso con le Paralimpiadi. Sono sempre stato appassionato di tutto ciò che è sci acrobatico: freestyle, ski cross, ovunque ci siano delle acrobazie, insomma. Ma alla tv mi sono scoperto a tifare come un pazzo per il pattinaggio di velocità: dalle staffette a quei matti dello short track. Non me lo sarei mai aspettato, sono ancora sorpreso da quanto mi è piaciuto”.
Si è dato un obiettivo, per poter provare a vivere un grande evento come questo da atleta?
“Ancora non ci sono delle linee ben definite, non c’è un termine. È una sfida, ma per porsi degli obiettivi come questi bisogna avere pazienza: devo ancora scoprire tante cose di me e di tutto quello che mi sta intorno”.