Il paralimpico azzurro Landeros: “Mi ha investito una compagna di scuola. Dopo sei mesi guidava”
di Andrea SereniMILANO – Sul ghiaccio ci è cresciuto. Faceva parte anche della sua vita precedente, quella prima dell’incidente che lo ha costretto sulla carrozzina. E ne fa parte anche adesso. Nikko Landeros, 36 anni, è il fuoriclasse della Nazionale italiana di Para Ice Hockey, che ha chiuso al quinto posto alle Paralimpiadi, con annessa doppietta di Nikko nell’ultima partita con la Germania. È nato a San Francisco, ha vissuto a Milano, a Cancún, poi a Miami e a Denver. Parla italiano con inflessione spagnola: la mamma è milanese, il padre messicano. Ha scelto di giocare per l’Italia dopo aver vinto tre medaglie d’oro alle Paralimpiadi di Pechino, Pyeongchang e Sochi. Lo ha fatto per il nonno materno: “È morto sette anni fa. Mi ha fatto sorridere, ha voluto sempre essere accanto a me – racconta – È venuto tante volte in Colorado, anche dopo il mio incidente. Ho pensato che giocare con l’Italia ai Giochi di Milano Cortina fosse il più bel regalo che potessi fargli”.
Come si è avvicinato all’hockey?
…MILANO – Sul ghiaccio ci è cresciuto. Faceva parte anche della sua vita precedente, quella prima dell’incidente che lo ha costretto sulla carrozzina. E ne fa parte anche adesso. Nikko Landeros, 36 anni, è il fuoriclasse della Nazionale italiana di Para Ice Hockey, che ha chiuso al quinto posto alle Paralimpiadi, con annessa doppietta di Nikko nell’ultima partita con la Germania. È nato a San Francisco, ha vissuto a Milano, a Cancún, poi a Miami e a Denver. Parla italiano con inflessione spagnola: la mamma è milanese, il padre messicano. Ha scelto di giocare per l’Italia dopo aver vinto tre medaglie d’oro alle Paralimpiadi di Pechino, Pyeongchang e Sochi. Lo ha fatto per il nonno materno: “È morto sette anni fa. Mi ha fatto sorridere, ha voluto sempre essere accanto a me – racconta – È venuto tante volte in Colorado, anche dopo il mio incidente. Ho pensato che giocare con l’Italia ai Giochi di Milano Cortina fosse il più bel regalo che potessi fargli”.
Come si è avvicinato all’hockey?
“Ho sempre giocato, fin da quando avevo sei anni. Dopo i primi tempi a San Francisco, abbiamo vissuto sette mesi a Milano e poi ci siamo trasferiti a Cancún. I miei genitori hanno aperto un ristorante, Cucina da Gabi, il nome di mia sorella. Poi hanno fatto amicizia con delle persone che gli hanno consigliato una scuola per noi in Colorado. Mia madre ha deciso che dovevamo trasferirci a Denver, che è diventata la nostra casa. Lì l’hockey sul ghiaccio è una religione. Ma amavo tutti gli sport, non so stare senza. Alla high school giocavo anche a football americano, wrestling, baseball. Dovevo andare al college con una borsa di studio, ma c’è stato l’incidente”.
Quanti anni aveva?
“Ero ancora a scuola, ne avevo 17. Sognavo di diventare un professionista nel football. Poi è arrivata quella notte”.
Che ricordi ha?
“Non mi sono dimenticato nulla. Eravamo andati al ballo scolastico, tornando ci siamo fermati a lato della strada per cambiare una ruota. Ero con un amico vicino al bagagliaio, lui stava prendendo la ruota di scorta, io quello che serviva per cambiarla. E siamo stati travolti. Si è sentito un “bang” fortissimo. Come lo scoppio di una bomba. Ci siamo ritrovati a terra, senza gambe, con un piede da una parte e uno dall’altra. Il mio amico è svenuto, io non ho mai perso lucidità, ero grosso. La macchina che ci ha colpito aveva un buco enorme, quello ero io (ride, ndr)”.
Poi?
“Pensavo che il mio amico fosse morto. Volevo camminare e andare da lui. Ma sentivo un suono strano, le ossa per terra. In macchina con noi c’erano delle ragazze, mi dicevano di stare fermo. Di quella notte ricordo il freddo che ho sentito addosso. Avevo su di me tutte le giacche delle amiche”.
Chi vi ha colpito?
“Alla guida c’era una ragazza che era venuta al ballo, era a scuola con noi. Non le hanno neanche levato la patente, sei mesi dopo guidava di nuovo. Non l’ha fatto subito penso per un disagio interiore, certo non perché inibita. Mi sono chiesto per tanto tempo perché non abbia avuto conseguenze il suo gesto”.
L’ha perdonata?
“Adesso sì, ma è stata dura, soprattutto i primi anni. Ero arrabbiato con lei. Avevo immaginato una vita diversa, volevo andare al college e diventare un giocatore professionista. Ho pensato subito: sono finito, mi ha tolto tutto. Ho vissuto 17 anni con le gambe, sapevo quanto erano importanti. Però poi mi sono detto che poteva andare peggio, potevo morire. E ho visto persone che magari avevano subito menomazioni meno pesanti delle mie, ma erano crollate perdendosi in vizi come alcol e droghe. Avevo due strade: lasciarmi andare o provare a ripartire. Ho scelto quella più difficile. Così da una cosa terribile ne è nata una bella. Ora spero che chi ha problemi come i miei possa guardarmi e dire: ecco, la vita non finisce quando accadono cose terribili”.
Che ruolo ha avuto l’hockey sul ghiaccio nella sua rinascita?
“Mi ha aiutato. La Us Hockey è venuta da me in ospedale, dopo l’incidente, spiegandomi che esisteva una variante del nostro sport per chi non ha le gambe. Ci provo, mi sono detto”.
Para Ice Hockey, ce lo racconta?
“Ci muoviamo e controlliamo il disco con le braccia. È più faticoso, perché non pattini e devi spingere con il busto, ma il gioco per il resto è identico. Io sono stato avvantaggiato perché lo conoscevo bene, lo avevo praticato per tanto tempo”.
L’Italia ai Giochi di Milano Cortina si è classificata al quinto posto.
“Siamo una bella squadra, due anni fa abbiamo ceduto solo per 2-0 contro gli Stati Uniti. Ma qui abbiamo patito la pressione. C’erano 9mila spettatori, tutte le famiglie. A me lo stadio pieno dà energia, altri l’hanno subito”.
L’obiettivo che si era posto per queste Paralimpiadi qual era?
“Prendere una medaglia. Tanti parlavano del bronzo, io quando inizio un torneo penso sempre all’oro. Voglio vincere. Siamo bravi ma bisogna cambiare un po’ la testa. Tra di noi già prima delle partite si pensava a quando avremmo visto le nostre famiglie. Ma se perdi devi concentrarti solo sulla gara successiva: vai in albergo, mangi, dormi, ti alleni. La mentalità deve essere questa. Ora dobbiamo attirare nuovi giocatori, giovani, per crescere”.
L’Arena Santa Giulia le è piaciuta?
“Non è uno stadio per l’hockey sul ghiaccio, ma è bello. C’è tanta energia. Sono andato a vedere la finale per il bronzo ai Giochi, Slovacchia-Finlandia. Avrei voluto assistere anche alla sfida per l’oro tra Stati Uniti e Canada, ma non ho trovato i biglietti. Volevo capire come era, prima di giocarci”.
È vero che sta cercando casa a Milano?
“Sì, è un posto che adoro. Adesso abito a Piacenza, dove c’è parte della mia famiglia. Mi piace la campagna, ma preferisco il casino delle grandi città, dove c’è sempre qualcosa da fare”.
Piani per il futuro?
“Stare sei mesi qui e gli altri in Colorado. In America ho i miei genitori, mia sorella e due nipotini. Fino a poco tempo fa ero fidanzato, adesso sono libero. Amo le donne. Vivo da solo, abito a 45 minuti dai miei. Sono indipendente, ma provo a stare con loro il più possibile. La famiglia è tutto per me”.