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Djokovic, lacrime al tramonto: il mito si arrende al tempo e ai dolori

Novak Djokovic in lacrime

 

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Vomita, piange ed esce con Navone al primo turno degli Us Open, prima volta in 20 anni: “Sto male, devo capire dove posso arrivare”
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Se New York è ancora quel posto che adora l’ironia come diceva Vittorio Zucconi, perché nell’ironia trova la conferma dell’importanza delle cose, allora l’altra notte ha fatto a Novak Djokovic il regalo più crudele e tenero insieme. Gli ha voluto bene. L’uomo che per vent’anni ha recitato la parte del Lupo di Belgrado, impermeabile agli insulti, sordo ai fischi e nutrito dal veleno del proprio orgoglio, si è scoperto vulnerabile e sull’orlo delle lacrime nel quinto game del quinto set di una partita che si avviava a perdere contro un artigiano del tennis, tale Mariano Navone, per anni in giro sui campi più laterali del mondo solo per trovarsi al punto giusto nel momento giusto, là, nell’istante in cui si è spezzato l’incantesimo del campione indistruttibile.

Se New York è ancora quel posto che adora l’ironia come diceva Vittorio Zucconi, perché nell’ironia trova la conferma dell’importanza delle cose, allora l’altra notte ha fatto a Novak Djokovic il regalo più crudele e tenero insieme. Gli ha voluto bene. L’uomo che per vent’anni ha recitato la parte del Lupo di Belgrado, impermeabile agli insulti, sordo ai fischi e nutrito dal veleno del proprio orgoglio, si è scoperto vulnerabile e sull’orlo delle lacrime nel quinto game del quinto set di una partita che si avviava a perdere contro un artigiano del tennis, tale Mariano Navone, per anni in giro sui campi più laterali del mondo solo per trovarsi al punto giusto nel momento giusto, là, nell’istante in cui si è spezzato l’incantesimo del campione indistruttibile.

L’ingannevole perseveranza di Djokovic

Senza Sinner fra i piedi e con Alcaraz preso da molti dubbi sul suo polso, Djokovic deve essere partito per New York con la speranza che potesse passare un ultimo treno da prendere per lo Slam numero 25. O almeno così ci è piaciuto credere, soggiogati dalla sua perseveranza. Ma quello che in America stanno chiamando l’Open più aperto si è chiuso al primo turno. Non gli accadeva dal 2006, ora uscirà anche dalla top 10. Ovviamente non ha pianto per questo, sarebbe banale nel posto dove è stato a lungo il numero uno senza che la gente lo considerasse tale, più tollerato che amato dietro gli Altri Due. È finito con gli occhi gonfi per una doppia incredulità. Da quella folla che gli aveva concesso in passato solo rispetto, gli è arrivata addosso una specie di tenerezza collettiva mentre scopriva com’è fatto un corpo che smette di obbedire, e quant’è dura doverlo accettare.

Gli autunni bussano alle porte

Ha vomitato, ha avuto i crampi, ha avvertito dolore alla schiena e a una spalla, ha sentito che “il mio corpo intero cominciava a crollare”. Era stato avanti due set a uno e un break nel quarto. E quelli urlavano il suo nome. «Mi ha toccato il cuore». Sta indagando in questo mistero medico, senza considerarlo una ragione per smettere. Djokovic si era commosso già altre volte, le lacrime da tempo non sono un tabù neppure per le figure più testosteroniche. Ma era successo dopo, a battaglia finita. Mai durante. Per vent’anni è stato il Lupo nell’inverno, come si fa chiamare nel documentario uscito su Prime, però sono gli autunni che fanno male ai patriarchi, e il suo sta bussando alla porta: «Sto male».

Le lacrime mai facili di Nole

I bambini piangono prima di saper parlare, gli adulti quando non hanno le parole. A 20 anni si fa per amore, a 30 per i figli, a 40 e 50 con Spielberg, a 60 per tutto, pure con Friends. Lui non ha mai avuto lacrime facili. Federer ha pianto da ragazzo dopo aver battuto Sampras a Wimbledon, dopo il ventesimo Slam, dopo sconfitte tremende, nel giorno dell’addio e pure l’altra notte entrando nella Hall of Fame. Le lacrime sono parte della sua figura pubblica. Ce le ha di serie, incorporate. Nadal lo ha fatto per appartenenza, una volta sull’inno spagnolo prima della Davis, un’altra per amicizia, mano nella mano con Roger, perché se lui smetteva se ne andava pure una parte della sua vita.

L’adozione di una folla

A Djokovic succede per stupore. Ci era andato vicino proprio a New York, a un cambio di campo nella finale 2021. Gli mancava quella partita per completare il Grande Slam che a nessuno riesce dal 1969. Giocò male, perse da Medvedev, disse: «Ero solo contento che fosse finita». Era l’estate che aveva messo al centro della scena l’insostenibilità delle pressioni con Naomi Osaka e Simone Biles a Tokyo. Eppure, in quel giorno amaro, Novak scoprì quanto è dolce essere adottato da una folla. Tra due antipatici in campo, il pubblico di New York aveva scelto l’originale. Forse fa piangere questo affetto fuori tempo massimo, ricevuto quando non può più ricambiare con la grandezza. Per uno come lui, abituato a trasformare l’ostilità in energia, essere amato nel momento della fragilità deve essere quasi disarmante. Troppo dolore. Troppa paura. Troppa stanchezza. Troppe novità. Troppo tutto per uno che ha passato la vita a vincere contro il mondo e che adesso non sa contro cosa combatte.

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