Londra – «Il tennis è uno sport mentale», dice Jannik. Si vince, e prima ancora si scende in campo, perché la testa ti dice di farlo. Devi fortissimamente volerlo. Venerdì mattina, dopo lo spavento con Dimitrov e la rocambolesca vittoria della sera prima, Sinner s’era svegliato che il gomito destro gli doleva ancora. Parecchio. «Mi sono reso conto che dovevo reagire psicologicamente. Ho ripetuto a me stesso: “Domani giocherai!”. Le preoccupazioni sono scomparse. A quel punto, dovevo solo capire a che percentuale di rendimento potevo arrivare».
Shelton fa tutto bene, ma non basta con Sinner
Chiedetelo al povero Shelton, a che percentuale è arrivato la Volpe. L’americano ha servito a una velocità di 235 kmh e sulle righe, è stato il primo ad avere delle palle …
Londra – «Il tennis è uno sport mentale», dice Jannik. Si vince, e prima ancora si scende in campo, perché la testa ti dice di farlo. Devi fortissimamente volerlo. Venerdì mattina, dopo lo spavento con Dimitrov e la rocambolesca vittoria della sera prima, Sinner s’era svegliato che il gomito destro gli doleva ancora. Parecchio. «Mi sono reso conto che dovevo reagire psicologicamente. Ho ripetuto a me stesso: “Domani giocherai!”. Le preoccupazioni sono scomparse. A quel punto, dovevo solo capire a che percentuale di rendimento potevo arrivare».
Shelton fa tutto bene, ma non basta con Sinner
Chiedetelo al povero Shelton, a che percentuale è arrivato la Volpe. L’americano ha servito a una velocità di 235 kmh e sulle righe, è stato il primo ad avere delle palle break nel corso dell’incontro (il numero uno del mondo ci è arrivato solo dopo un’ora mezza di gioco). Ha fatto tutto benissimo, eppure. Ciao. «E’ molto frustrante», ha confessato Ben al termine del match. L’italiano gli sembrava vicino, invece era su un altro pianeta. Tre set, 2 ore e 19 minuti: tutto è sembrato sempre sotto controllo, vero Jannik? «E’ una questione mentale», ripete. Così come l’altro giorno: «Cahill e Vagnozzi volevano riposassi, invece ho insistito per fare almeno 20 minuti di palleggi». Di nascosto, al coperto, burlandosi di telecamere e cronisti che lo aspettavano al campo di allenamento dell’Aorangi Park, ufficialmente prenotato nel pomeriggio. Perché tutto quel “mistero”? «Non sono mica un giornalista. Faccio il mio. Mi interessava solo provare a giocare. Sapete come sono: a volte le mie cose le tengo private, anche perché in uno Slam si spendono già tante energie nelle interviste. Non c’è nessun ‘giallo’. Entro in campo e basta, finisce lì».
Venerdì in semifinale con Djokovic
Ecco: entra in campo, e basta. Venerdì dovrà farlo di nuovo: in semifinale sul Centrale lo aspetta Sua Maestà Novak Djokovic, che il torneo dell’All England Club lo ha già vinto 7 volte. E che nel 2023, sconfisse qui proprio il campione altoatesino. In semifinale. «Sono cambiate tante cose, da allora. Oggi mi sento un tennista e una persona più matura. Uno dei miei obiettivi è cercare di capire come posso migliorare su tutte le superfici. Rispetto all’anno scorso, so di averlo fatto sulla terra rossa. E sull’erba». E’ soprattutto una questione di testa. Lo conferma Riccardo Ceccarelli, il mental coach che era con lui a Londra nei primi giorni del torneo e poi è andato a Silverstone ad occuparsi di alcuni piloti di F1: «Si concentra sull’essenziale. Jannik è diventato il leader di sé stesso».
Al gomito solo una fitta. L’importanza delle scarpe nuove
Chissà se stamani, svegliandosi, sentirà ancora dolore al gomito. «La priorità sarà riposare: Cahill e Vagnozzi me lo diranno ancora. Ma il mio corpo deve restare vivo: dovrò fare qualcosa, durante la giornata. Vediamo come andrà, però mi sono già sentito molto meglio, rispetto a venerdì: solo una volta, ‘steccando’ un servizio fortissimo di Ben, ho accusato una fitta. E’ passata subito. Mi sentivo sciolto, nel riscaldamento abbiamo lavorato bene. In campo ha fatto tante cose buone». La migliore quale è stata? «L’atteggiamento». Appunto. Indossava una fascia per evitare le vibrazioni del braccio, e sotto la protezione un taping. E comunque, il dolore lo aveva già cancellato dalla sua testa. Ai piedi, aveva delle scarpe nuove, mai messe. «E’ una cosa che di solito non si fa. Però avevo bisogno di grip, nella seconda settimana l’erba di Wimbledon cambia: il prato si consuma, nei punti dove l’erba ingiallisce la palla corre più veloce». L’incubo dello scivolone con Dimitrov, che poteva chiudere in anticipo l’avventura. «Rispetto a quella partita, sapevo di dovere essere molto più veloce e aggressivo col dritto. Non c’era invece bisogno di battere con potenza: meglio la precisione, quando hai davanti uno come Shelton». Ben, abbacchiato, conferma: «Con lui è impossibile. Le sue palle viaggiano a velocità doppia. Mai visto niente del genere». Jannik sa che domani con Nole dovrà ulteriormente alzare il livello. Il serbo è un maestro, quando c’è da usare la testa «Ci conosciamo, sappiamo cosa funziona e cosa no. Sarà una bella sfida». Tra mentalisti.