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Il trono di Sinner a Wimbledon: “Ora sono felice”

Sinner con la Principessa Kate 

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Nella finale contro Alcaraz Sinner ha iscritto l’Italia nell’albo d’oro del torneo più importante
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Londra - Sono ancora alla ricerca del miglior me stesso: a 23 anni non posso mica avere già raggiunto il massimo. Ci sono sempre nuovi obiettivi da raggiungere». Un minuto dopo aver fatto un passo nella storia, aver superato Carlos Alcaraz per diventare il primo italiano a vincere Wimbledon, prendendosi la sua rivincita cinque settimane dopo la delusione di Parigi, Jannik Sinner aveva in testa già il prossimo step. Non prima di un po’ di riposo: «Una settimana di vacanza credo proprio di essermela meritata».

Il ballo con Iga Swiatek

Ieri sera Sinner era ospite della serata di gala: quando gli hanno detto avrebbe dovuto ballare con la polacca Iga Swiatek, che ha vinto il singolare femminile, è arrossito. «Ballare? Non so…me la caverò in qualche modo». Sì, Jannik ha imparato a cavarsela. A resistere, a soffrire, a tirare fuori il meglio dalle situazioni più spinose. «Ho passato un anno molto difficile, poi sono arrivati i tre mesi di stop. Se penso a come stavo alla fine di gennaio…

Londra - Sono ancora alla ricerca del miglior me stesso: a 23 anni non posso mica avere già raggiunto il massimo. Ci sono sempre nuovi obiettivi da raggiungere». Un minuto dopo aver fatto un passo nella storia, aver superato Carlos Alcaraz per diventare il primo italiano a vincere Wimbledon, prendendosi la sua rivincita cinque settimane dopo la delusione di Parigi, Jannik Sinner aveva in testa già il prossimo step. Non prima di un po’ di riposo: «Una settimana di vacanza credo proprio di essermela meritata».

Il ballo con Iga Swiatek

Ieri sera Sinner era ospite della serata di gala: quando gli hanno detto avrebbe dovuto ballare con la polacca Iga Swiatek, che ha vinto il singolare femminile, è arrossito. «Ballare? Non so…me la caverò in qualche modo». Sì, Jannik ha imparato a cavarsela. A resistere, a soffrire, a tirare fuori il meglio dalle situazioni più spinose. «Ho passato un anno molto difficile, poi sono arrivati i tre mesi di stop. Se penso a come stavo alla fine di gennaio, e poi al trofeo che ho appena vinto, posso dire di essere orgoglioso. Felice».

Niente lacrime, il pensiero alla famiglia

Subito dopo l’ultimo servizio vincente al Centre Court, ha alzato le braccia al cielo e poi si è accovacciato per qualche secondo, in silenzio. Quando si è tirato su, ha fatto un respiro profondo. Gli occhi erano rossi. «No, non ho pianto. Ho pensato alla mia famiglia, che è venuta qui a Londra per me. Alla mia squadra. Solo io e le persone a me vicine sappiamo esattamente cosa abbiamo passato dentro e fuori dal campo, un anno fa e poi durante i tre mesi di stop: è stato tutto tranne che facile. Che emozione». Complici quei 3 match point con Alcaraz, proprio come Parigi, la mente non poteva che correre anche alla drammatica finale di Roland Garros. «Rimettermi a lavorare duro, e 35 giorni dopo vincere uno Slam, è qualcosa di importante. Per me, e le persone che mi circondano. Ho sempre cercato di essere onesto con me stesso, ho avuto un dialogo interiore pieno di “se”, di domande. Ma ho finito per accettare quella sconfitta e ripartire. Spingendo al massimo in allenamento, ogni giorno, anche se a volte mentalmente c’erano delle difficoltà. Forse anche di più, quando mi allenavo: perché se gioco, in un certo senso posso staccare la spina».

Nella storia d’Italia

Sei entrato nella storia italiana, Jannik? «Forse un pochino. Ma per entrare davvero nella storia bisogna vincere tanto, e per tanti anni. Datemi tempo. So che i numeri e successi sono quelli, ma vorrei dire io non lavoro per essere il primo italiano di sempre ad avere fatto questo o quello: lavoro per me stesso, per crescere. Poi è vero che sono italiano e amo il mio Paese». Rivela che prima della finale aveva fatto una scommessa con Darren Cahill, il supercoach australiano che a fine anno vuol andarsene in pensione. «Gli ho detto: Darren, se vinco decido io. E fosse per me, resterebbe con noi per tutta la vita. Magari, gli faremo girare un po’ meno il mondo. È una persona speciale: non solo a livello tecnico, ma soprattutto sul piano umano. È bravissimo a farti capire come devi affrontare le delusioni».

L’incredibile capitolo Dimitrov

È stato un torneo straordinario, ha ceduto un solo set a 6 avversari diversi su 7. E poi c’è il capitolo Dimitrov, quella partita incredibile in cui si è trovato sotto di due set, prima che il bulgaro si infortunasse. «Anche questa è una bella lezione. Impari come tutto può cambiare da un momento all’altro. Quel giorno ero molto preoccupato. La sera, quando sono andato a dormire ho pensato alla sfortuna di Grigor. E alla mia buona sorte». È stato un momento di volta, dice. «Perché poi ho affrontato Shelton, e ho giocato veramente bene: quel successo mi ha fatto alzare il livello, e quell’energia l’ho portata con me nei match con Djokovic e Alcaraz». Aver battuto Carlos è due volte importante, dopo una lunga serie di sconfitte consecutive. «Sì, ma ogni volta mi ero sentito molto vicino a lui, come gioco. E anche oggi le differenze tra noi sono state minime, i margini molto ridotti. Un paio di volte, in partita, sono stato fortunato e ho preso le righe. Diciamo che quello che era andato bene a lui, a Parigi, questa volta è andato bene a me. Siamo giovani, ambiziosi. Giocare l’uno contro l’altro ci rende sempre più forti, il pubblico si diverte. Credo che la nostra storia andrà avanti ancora a lungo. Ed è per questo, che tornerò presto ad allenarmi. Perché non sono ancora al massimo».

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