Berrettini: “Non ho mai amato il tennis come adesso. Un giorno sarò fiero di me stesso”
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA – «Anche se mi infortuno da quando avevo 12 anni, non ho mai amato il tennis come ora». Abbronzatissimo numero 49 del mondo, Matteo Berrettini incontra alcuni giornalisti dopo il dolore del ritiro dai quarti di finale dell’ultimo Roland Garros contro Arnaldi e prima della sua nuova sfida: l’esordio domani a Wimbledon contro il 41enne svizzero Stan Wawrinka, alla sua ultima apparizione sul palco dell’All England Lawn Tennis, sul campo n. 1 di Church Road (mentre Sinner apre il centrale contro Kecmanovic). «Ma ci sono infortuni e infortuni», continua il 30enne Matteo al suo settimo Wimbledon, e qui già finalista nel 2021, «per fortuna quello di Parigi non era grave, dunque eccomi».
Matteo, però quanto è difficile continuare una carriera costellata di infortuni?
«Purtroppo sono fatto così, è una conseguenza anche del mio tennis. Ma tutti i giocatori oggi si infortunano più spesso. E sono molto orgoglioso del lavoro che sto facendo: saltare l’Australia mi ha fatto bene, fino a Par…
LONDRA – «Anche se mi infortuno da quando avevo 12 anni, non ho mai amato il tennis come ora». Abbronzatissimo numero 49 del mondo, Matteo Berrettini incontra alcuni giornalisti dopo il dolore del ritiro dai quarti di finale dell’ultimo Roland Garros contro Arnaldi e prima della sua nuova sfida: l’esordio domani a Wimbledon contro il 41enne svizzero Stan Wawrinka, alla sua ultima apparizione sul palco dell’All England Lawn Tennis, sul campo n. 1 di Church Road (mentre Sinner apre il centrale contro Kecmanovic). «Ma ci sono infortuni e infortuni», continua il 30enne Matteo al suo settimo Wimbledon, e qui già finalista nel 2021, «per fortuna quello di Parigi non era grave, dunque eccomi».
Matteo, però quanto è difficile continuare una carriera costellata di infortuni?
«Purtroppo sono fatto così, è una conseguenza anche del mio tennis. Ma tutti i giocatori oggi si infortunano più spesso. E sono molto orgoglioso del lavoro che sto facendo: saltare l’Australia mi ha fatto bene, fino a Parigi, in cui sono riuscito a servire per 5 ore a 220 chilometri all’ora”.
Quanto è importante il sostegno psicologico nei momenti duri?
«Uno psicologo mi segue da quattro anni e da quando ne avevo 17 ho sempre avuto un mental coach. E poi i genitori, la famiglia, tutti contribuiscono a creare il miglior ambiente possibile per ogni fase della vita di un tennista».
In quale fase della sua vita è ora?
«Molto matura. Mi riconosco in quello che faccio, riesco a immergermi bene in partite e allenamenti. Sono più esperto, prevedo le cose più facilmente. Ma soprattutto, sto capendo che sono in una fase della mia vita in cui mi sto divertendo e sono appassionato al tennis come mai prima».
Perché?
«Forse perché sono più maturo, e ho imparato ad amare questo sport. Anche prima era ovviamente passione, però era più voglia di arrivare in alto, farcela sempre, essere il migliore. Ora, invece, ho capito che farlo in altro modo mi rende pieno, mi rende vivo. Questa è la fase in cui mi trovo ed è proprio per questo che secondo me riesco a uscire più facilmente dalle difficoltà. Perché mi attacco proprio all’amore per il tennis e non solo al singolo risultato».
E le ambizioni sono diverse?
«No, l’ambizione non cesserà mai, anche nelle situazioni più complesse: penso a Wimbledon 2023, in cui praticamente non mi ero allenato e sono riuscito ad arrivare al quarto turno, non so come. Quindi nella mia testa c’è sempre il pensiero di far bene, come successo a Parigi, pur arrivando da un momento complicato. Sono veramente contento di come mi sto allenando, di come sto approcciando al torneo e del primo turno che mi aspetta. Sarà emozionante, su un campo molto importante per me come il n. 1. Sono felice, e questa è la cosa più bella».
Sarebbe stato meglio giocare delle partite prima di arrivare a Wimbledon?
«Sì, ma allo stesso tempo ho la fortuna che sull’erba riesco ad adattarmi velocemente. Dopo un paio di giorni capisco qual è il modo in cui giocare, anche grazie ai buoni ricordi del passato. Il servizio e il giusto ritmo pagano, e il mio gioco funziona su questa superficie. E poi negli slam la partita è lunga, quindi un eventuale inizio lento conta meno».
Nel 2019 lei giocava la prima semifinale slam della carriera. Cosa direbbe, con la maturità di oggi, al Matteo di allora?
«Probabilmente di godersela un po’ di più, perché in questi sette anni a volte mi sono dovuto concentrare su cose non piacevoli, come gli infortuni. Però sarà bello poi fermarsi, ripensare a tutto quello che è successo e tirare una linea: penso che sarò molto fiero e soddisfatto di quello che ho fatto».