Non sparate sul povero Flavio (né su Jasmine)
di Claudio GiuaFuori Cobolli, fuori Paolini. In semifinale a Wimbledon approda dunque solo Sinner. Vi do subito un argomento da usare con gli hater che si stanno già scatenando contro Flavio sui social e nei commenti online: il 5 giugno 2018 Marco Cecchinato sconfisse Novak Djokovic per raggiungere la semifinale del Roland Garros, oggi Nole è uno che a quasi quarant’anni è in gara per vincere il venticinquesimo slam mentre il palermitano deve arrabattarsi nei Challenger. Dunque, nessun panico, una sconfitta nei quarti di finale (seppure quasi umiliante: 6-3 7-6 6-0) ci sta: bisogna però che il ragazzo del TC Parioli lavori su sé stesso per evitare che questi passaggi a vuoto si rivelino delle Caporetto. Diverso il discorso su Jasmine, che s’arrende a un’avversaria, Marta Kostyuk, al momento fortissima: a mio giudizio, è lei la più accreditata a prendersi i Championships 2026. La lucchese non deve rimproverarsi nulla per il 6-3 6-2 subito oggi, da qui deve continuare in serenità il cammino che potrebbe riportarla presto tra le Top 10.
La prendo da lontano. A volte sono assalito da dubbi che mi vergogno perfino a confessare, tipo: Arthur, a casa, lo chiamavano con il th pronunciato come nella parola think, l’accento sulla prima sillaba e la seconda debole? O invece, alla francese, con la r arrotata in gola, la th che diventa una semplice t, la u chiusa e l’accento sulla seconda sillaba? Così, per capire se prevalgono, linguisticamente, i luoghi dove Fery è cresciuto, ossia i dintorni di Wimbledon, oppure le origini sul lato continentale della Manica di mamma Olivia Gravereaux, già numero 225 WTA nel 1991, e papà Loïc, imprenditore e finanziatore di successo globale, creatore del fondo Chenavari e poi proprietario della squadra di calcio FC Lorient. Non ho risposte, per ora, chiederlo ai genitori, presenti separatamente sulle tribune della Centre Court, è impossibile in una giornata per loro indimenticabile.So invece che, qui, Cobolli lo chiamano esclusivamente con il nome di battesimo, tendendo a trasformare la a in e: per dire, in coda al Media Restaurant, a pranzo, due ragazze con gli occhi brillanti si raccontavano quanto a Flavio piaccia la pasta, “even if not well cooked”. Chissà chi gliel’ha detto.
I due classe 2002 si conoscono poco: nell’unico precedente, nel primo turno degli Australian Open nel gennaio scorso, Arthur aveva vinto in tre set, ma quella volta il romano aveva patito un serio problema gastrointestinale: s’era scaldato regolarmente, poi in campo fu assalito da un dolore intenso. Raccontò di aver preso delle pillole, di non aver lasciato il campo per la toilette a causa delle regole, perdendo molti liquidi e ritrovandosi a corto di energie. Nel terzo set chiamò il fisioterapista ma ormai la frittata era fatta. Finì 7-6 6-4 6-1.
Oggi Flavio sta bene, almeno fisicamente. Già durante i primi scambi sembra un po’ agitato, ma forse è solo nervosismo premonitorio. Arthur si conferma un folletto incontenibile, come ha già dimostrato di essere nei due ultimi set dell’ottavo di finale contro Grigor Dimitrov, lunedì. Il piccolo franco-inglese che ha scelto la Union Jack comincia alla grandissima, ottenendo un break quando fa più male, cioè alla risposta avanti 5-4. È mobilissimo, serve bene, sbaglia poco, ha un’attrazione naturale per le righe, che sfiora con disarmante frequenza. Il popolo british della Centre Court, galvanizzato dalla presenza nel Royal Box della regina Camilla, è ovviamente schierato in massa per l’inatteso local hero, e forse Flavio ne soffre.
Nel secondo set il copione cambia di poco: Cobolli non riesce a difendere il break conquistato in avvio, avventurosamente ce la fa a trascinarsi fino al tie break, che però si rivela una sorta di assolo di Fery (7-4). Il terzo set è la fotografia di un crollo verticale. In conferenza stampa il numero 9 ATP dirà di non essere stato sufficientemente “umile”, di aver capito subito “che non era la mia giornata”, di “aver voglia soltanto di tornare a casa”. Poi si spiegherà meglio: “Devo ammettere che Fery è stato migliore di me in campo. E mi sono anche sentito un po’ solo, con questo pubblico tutto per lui. Ho sbagliato qualcosa che dobbiamo analizzare”.
Dell’uscita di scena di Jasmine si devono raccontare i dati essenziali. Marta Kostyuk prevale in poco più di un’ora di gioco, durante la quale la finalista sull’erba londinese nel 2024 non riesce mai a impensierirla, tant’è solida e aggressiva. Il divario emerge nei numeri. L’ucraina chiude con 19 vincenti e 19 errori gratuiti, mentre Paolini va a segno appena 8 volte a fronte di 26 errori non forzati. Devastante il rendimento al servizio di Marta: vince il 90 per cento dei punti con la prima e concede appena nove punti complessivi nei propri turni di battuta, tre dei quali su doppio fallo. Paolini non trova mai il ritmo, fatica a contenere la spinta dell’avversaria che chiude spesso con devastanti lungolinea. Il risultato ribalta la storia dei precedenti: Jasmine era avanti 2-1 nei confronti diretti, tutti disputati sul cemento, l’ultimo a Cincinnati tre anni fa grazie a un netto 6-2 6-1. Ma allora Kostyuk aveva solo 21 anni. Per lei è la prima semifinale in carriera a Wimbledon e la seconda consecutiva nei major dopo il Roland Garros: domani affronta la ceca Linda Noskova, che ha eliminato la belga Elise Mertens in due set.