BARCELLONA - Avere la fortuna di indovinare, ovviamente e rigorosamente buttandosi a casaccio, quasi tutte le risposte a una serie di domande sulla Formula 1 spagnola degli Anni Cinquanta (roba difficilissima, che nemmeno con Google, tipo: "Chi ha fatto la pole nel Gp di Spagna del '51") e ritrovarsi - come premio - a bordo pista dentro una Ferrari 458 con un Fernando Alonso carico come una molla (il mondiale di F1 parte tra due settimane) al volante. E' raro ma può capitare.
Così come può capitare che quella fortuna si trasformi in sfortuna (si fa per dire), nel caso in cui, come è successo oggi, proprio mentre sta per partire il "giro premio", nello stesso esatto momento, Marc Gené anche lui pilota Ferrari, si trovi alla guida di un'altra Ferrari 458, rombante, a due metri e mezzo di distanza e guardi, con aria di sfida il collega. Come due coatti qualunque al semaforo. E così, dopo due colpi di acceleratore a vuoto, quello che doveva essere un ordinario, sonnacchioso giro dimostrativo per giornalisti si trasforma in un'imprevista gara tra due fenomeni del volante, disposti - come al solito - a fare qualsiasi cosa pur di arrivare l'uno prima dell'altro.
Nemmeno il tempo di allacciarsi la cintura ed è già tutto chiaro. Alonso vuole partire davanti al collega (le partenze sono notoriamente uno dei suoi punti di forza), così inquadra il varco che unisce la pit lane alla pista, schiaccia l'acceleratore e va, lasciando un paio di millimetri di gomma sull'asfalto. Gené fa altrettanto e in un paio di secondi i due si contendono il passaggio attraverso una "porta" con tre metri scarsi di luce delimitata da due bei muretti spigolosi, i cui angoli aguzzi evocano rottami e safety car.
Sciaguratamente la partenza la vince Gené. Il che vuol dire che Alonso è dietro. Una specie di oltraggio. Da vendicare in ogni modo. Che poi è solo una frase fatta, perché di "modi" in macchina ce n'è uno solo, staccare dopo, accelerare prima e provare a passare da qualche parte. Proprio quello che Fernando prova a fare, con grave dispendio di energie nervose per l'ospite a bordo, che nel frattempo, sta elencando mentalmente tutte le volte, non poche, che sul giornale ha usato espressioni forti o addirittura irriguardose nei confronti del pilota, arrivando alla conclusione che in fondo gli poteva andare peggio e al volante poteva esserci Massa, al quale una volta aveva dato della "casalinga".
Il vero problema però è che Gené - il cui stile di guida, da quello che si può apprezzare standogli dietro, è molto meno aggressivo - non ne vuole proprio sapere di farsi passare e così Fernando deve frustare proprio tutti i cavalli del motore della sua Ferrari che sembra gradire molto il trattamento, almeno a giudicare da come oscilla e dondola, dolcemente, ad ogni sovrasterzo. Alla fine lo sforzo viene premiato, o almeno così pare: nella parte più impegnativa del circuito, Alonso si esalta, esce velocissimo da una curva e infila il collega. Sembra un soprasso da manuale e invece è stato un errore. Fernando ha preteso troppo, praticamente non ha staccato prima del curvone e la 458 è finita fuori pista, ma di tanto, praticamente è sulla tangenziale che porta a Barcellona.
Lui sorride, ma si vede che ha la morte nel cuore, che non ci sta. Accelera. E accelera ancora. Sfonderebbe il pedale, se potesse. Vuole tornare in scia a Gené, e provare a beffarlo più o meno al rientro nei box. Ma quello è troppo avanti. E di riprenderlo non se ne parla nemmeno.
Il ritorno è inglorioso.
"Va be' è andata bene lo stesso, c'eravamo quasi", azzarda, sbagliando, il casuale vincitore del quiz sulla Formula 1 in Spagna degli Anni 50.
"Sconfitta", si limita a rispondere Alonso, sorridendo poco.
E nell'abitacolo scende il silenzio.
Così come può capitare che quella fortuna si trasformi in sfortuna (si fa per dire), nel caso in cui, come è successo oggi, proprio mentre sta per partire il "giro premio", nello stesso esatto momento, Marc Gené anche lui pilota Ferrari, si trovi alla guida di un'altra Ferrari 458, rombante, a due metri e mezzo di distanza e guardi, con aria di sfida il collega. Come due coatti qualunque al semaforo. E così, dopo due colpi di acceleratore a vuoto, quello che doveva essere un ordinario, sonnacchioso giro dimostrativo per giornalisti si trasforma in un'imprevista gara tra due fenomeni del volante, disposti - come al solito - a fare qualsiasi cosa pur di arrivare l'uno prima dell'altro.
Nemmeno il tempo di allacciarsi la cintura ed è già tutto chiaro. Alonso vuole partire davanti al collega (le partenze sono notoriamente uno dei suoi punti di forza), così inquadra il varco che unisce la pit lane alla pista, schiaccia l'acceleratore e va, lasciando un paio di millimetri di gomma sull'asfalto. Gené fa altrettanto e in un paio di secondi i due si contendono il passaggio attraverso una "porta" con tre metri scarsi di luce delimitata da due bei muretti spigolosi, i cui angoli aguzzi evocano rottami e safety car.
Sciaguratamente la partenza la vince Gené. Il che vuol dire che Alonso è dietro. Una specie di oltraggio. Da vendicare in ogni modo. Che poi è solo una frase fatta, perché di "modi" in macchina ce n'è uno solo, staccare dopo, accelerare prima e provare a passare da qualche parte. Proprio quello che Fernando prova a fare, con grave dispendio di energie nervose per l'ospite a bordo, che nel frattempo, sta elencando mentalmente tutte le volte, non poche, che sul giornale ha usato espressioni forti o addirittura irriguardose nei confronti del pilota, arrivando alla conclusione che in fondo gli poteva andare peggio e al volante poteva esserci Massa, al quale una volta aveva dato della "casalinga".
Il vero problema però è che Gené - il cui stile di guida, da quello che si può apprezzare standogli dietro, è molto meno aggressivo - non ne vuole proprio sapere di farsi passare e così Fernando deve frustare proprio tutti i cavalli del motore della sua Ferrari che sembra gradire molto il trattamento, almeno a giudicare da come oscilla e dondola, dolcemente, ad ogni sovrasterzo. Alla fine lo sforzo viene premiato, o almeno così pare: nella parte più impegnativa del circuito, Alonso si esalta, esce velocissimo da una curva e infila il collega. Sembra un soprasso da manuale e invece è stato un errore. Fernando ha preteso troppo, praticamente non ha staccato prima del curvone e la 458 è finita fuori pista, ma di tanto, praticamente è sulla tangenziale che porta a Barcellona.
Lui sorride, ma si vede che ha la morte nel cuore, che non ci sta. Accelera. E accelera ancora. Sfonderebbe il pedale, se potesse. Vuole tornare in scia a Gené, e provare a beffarlo più o meno al rientro nei box. Ma quello è troppo avanti. E di riprenderlo non se ne parla nemmeno.
Il ritorno è inglorioso.
"Va be' è andata bene lo stesso, c'eravamo quasi", azzarda, sbagliando, il casuale vincitore del quiz sulla Formula 1 in Spagna degli Anni 50.
"Sconfitta", si limita a rispondere Alonso, sorridendo poco.
E nell'abitacolo scende il silenzio.