GREATER NOIDA - Si dice che molti piloti trattino le donne come automobili: scelgono le più belle, le pagano molto, e poi, ogni sei mesi circa, le cambiano.
Lui, no. Lui, Sebastian Vettel, fa esattamente il contrario. Lui tratta le automobili come andrebbero trattate le donne. Le ama sopra ogni altra cosa. Le ascolta, ci parla. Per questo, il suo primo gesto all'inizio di ogni stagione, quando il suo genio della lampada privato, quel maledetto mago della matita che risponde al nome di Adrian Newey apre il garage e gli mostra l'ultima nata della collezione Red Bull, Sebastian chiude gli occhioni azzurri per qualche secondo. Poi li riapre di colpo e con un filo di voce sussurra un nome.
Heidi. Quella che ha strapazzato Alonso e la Ferrari quest'anno, ad esempio, si chiama proprio così. Anzi, Hungry Heidi, Heidi l'affamata. Sebastian l'ha scelto e da quel momento in poi, quella lama tagliente gialla e blu nascosta nella penombra dei garage nei palazzoni di Milton Keynes, non è più stata solo una macchina, ma una compagna.
Le precedenti Red Bull avevano nomi altrettanto buffi: "Kate", la "sorella di Kate", "Liz la lussuriosa", "Randy Mandy", "Abbey"... Ed è forse per questo che, nel paddock, quando si è sparsa la voce di quello strano rito di inizio stagione, è nato l'equivoco che fosse, per Sebastian, solamente un vezzo. Da ragazzino, prima; da campione, poi.
E invece dietro quel gioco si nascondeva l'unico vero segreto di questo mostro con la faccia da ragazzino e l'emotività di freezer; quei nomi sono in realtà molto di più. Sono dei ponti, dei canali di comunicazione segreti che Sebastian ogni volta apre con la sua monoposto. Li attiva, e da quel momento in poi questi veicolano in entrambe le direzioni, impulsi e informazioni, sensazioni e, persino, sentimenti. Per tutti, fuori, erano e sono solamente Rb7, Rb8, Rb9: per lui, dentro, erano Kate e Liz e Heidi.
L'arma in più di Vettel è la relazione, la simbiosi che stabilisce con la sua monoposto. In molti tra i suoi detrattori dicono che più del pilota è la macchina il vero fenomeno di quest'era motoristica. Ma sbagliano: nelle ultime quattro stagioni, Mark Webber il suo compagno di squadra, dotato della stessa macchina, non è mai arrivato nemmeno secondo (4° nel 2009, 3° nel 2010, 3° nel 2011, 6° l'anno scorso) e oggi è quinto con meno della metà dei punti di Sebastian. Perché? Semplice. Lui guida solamente un Rb9, non Heidi.
Le macchine di Vettel sono amanti esigenti, compagne impegnative. "Occorre dedicare loro tutto il tempo necessario - spiega Sebastian - bisogna curarle ininterrottamente, rispettarle, ascoltarle. Solo così si ottiene il massimo. Il venerdì sera, quando noi siamo nel garage a lavorare come matti intorno alla macchina, per mettere a punto dettagli piccolissimi, gli altri se ne stanno da almeno due ore in albergo con le palle a mollo nella piscina". E se non fosse chiaro, per capire cosa intenda, basta riguardare le immagini delle qualifiche di ieri. Dopo aver strappato l'ennesima pole position, Sebastian è sceso dalla macchina, ha preso il refrigeratore - quello strano phon che spara aria gelata, di solito in mano a qualche meccanico - e si è messo a raffreddare i freni della macchina. Heidi aveva caldo. E lui doveva fare qualcosa.
Nessun pilota della griglia avrebbe fatto niente del genere. Per fare un esempio, Alonso, solitamente il migliore tra quelli che arrivano dopo Vettel, quest'anno prima dell'inizio della stagione, invece di andare ai test di Jerez della Frontera per vedere a che punto fossero i lavori in casa Ferrari, se n'è andato in vacanza con la fidanzata, contrabbandando quella sua fuitina per una rifinitura di preparazione atletica. Manco fosse un mezzofondista.
Adesso, mentre Vettel divide la sua bottiglia di champagne con Heidi, ora assetata dopo tanto correre, mentre le bagna le ali con lacrime di gioia e Moet, in Ferrari sgranano gli occhi: "E' un pilota perfetto - dice Domenicali con la voce rotta dal desiderio di vederlo vestito di rosso - Il suo unico difetto è quello di non avere difetti".
Eppure nessuno in inverno, quando Alonso faceva jogging nelle migliori località turistiche del pianeta e postava le foto su twitter invece di collaudare la bisognosa F138, ha avuto niente da ridire. Nessuno ha capito cosa stava succedendo. Nemmeno quando i giornali hanno riportato le dichiarazioni di Seb: "Io ai test vado sempre molto volentieri, non riuscirei a fare altro, amo guidare la mia macchina".
Lui, no. Lui, Sebastian Vettel, fa esattamente il contrario. Lui tratta le automobili come andrebbero trattate le donne. Le ama sopra ogni altra cosa. Le ascolta, ci parla. Per questo, il suo primo gesto all'inizio di ogni stagione, quando il suo genio della lampada privato, quel maledetto mago della matita che risponde al nome di Adrian Newey apre il garage e gli mostra l'ultima nata della collezione Red Bull, Sebastian chiude gli occhioni azzurri per qualche secondo. Poi li riapre di colpo e con un filo di voce sussurra un nome.
Heidi. Quella che ha strapazzato Alonso e la Ferrari quest'anno, ad esempio, si chiama proprio così. Anzi, Hungry Heidi, Heidi l'affamata. Sebastian l'ha scelto e da quel momento in poi, quella lama tagliente gialla e blu nascosta nella penombra dei garage nei palazzoni di Milton Keynes, non è più stata solo una macchina, ma una compagna.
Le precedenti Red Bull avevano nomi altrettanto buffi: "Kate", la "sorella di Kate", "Liz la lussuriosa", "Randy Mandy", "Abbey"... Ed è forse per questo che, nel paddock, quando si è sparsa la voce di quello strano rito di inizio stagione, è nato l'equivoco che fosse, per Sebastian, solamente un vezzo. Da ragazzino, prima; da campione, poi.
E invece dietro quel gioco si nascondeva l'unico vero segreto di questo mostro con la faccia da ragazzino e l'emotività di freezer; quei nomi sono in realtà molto di più. Sono dei ponti, dei canali di comunicazione segreti che Sebastian ogni volta apre con la sua monoposto. Li attiva, e da quel momento in poi questi veicolano in entrambe le direzioni, impulsi e informazioni, sensazioni e, persino, sentimenti. Per tutti, fuori, erano e sono solamente Rb7, Rb8, Rb9: per lui, dentro, erano Kate e Liz e Heidi.
L'arma in più di Vettel è la relazione, la simbiosi che stabilisce con la sua monoposto. In molti tra i suoi detrattori dicono che più del pilota è la macchina il vero fenomeno di quest'era motoristica. Ma sbagliano: nelle ultime quattro stagioni, Mark Webber il suo compagno di squadra, dotato della stessa macchina, non è mai arrivato nemmeno secondo (4° nel 2009, 3° nel 2010, 3° nel 2011, 6° l'anno scorso) e oggi è quinto con meno della metà dei punti di Sebastian. Perché? Semplice. Lui guida solamente un Rb9, non Heidi.
Le macchine di Vettel sono amanti esigenti, compagne impegnative. "Occorre dedicare loro tutto il tempo necessario - spiega Sebastian - bisogna curarle ininterrottamente, rispettarle, ascoltarle. Solo così si ottiene il massimo. Il venerdì sera, quando noi siamo nel garage a lavorare come matti intorno alla macchina, per mettere a punto dettagli piccolissimi, gli altri se ne stanno da almeno due ore in albergo con le palle a mollo nella piscina". E se non fosse chiaro, per capire cosa intenda, basta riguardare le immagini delle qualifiche di ieri. Dopo aver strappato l'ennesima pole position, Sebastian è sceso dalla macchina, ha preso il refrigeratore - quello strano phon che spara aria gelata, di solito in mano a qualche meccanico - e si è messo a raffreddare i freni della macchina. Heidi aveva caldo. E lui doveva fare qualcosa.
Nessun pilota della griglia avrebbe fatto niente del genere. Per fare un esempio, Alonso, solitamente il migliore tra quelli che arrivano dopo Vettel, quest'anno prima dell'inizio della stagione, invece di andare ai test di Jerez della Frontera per vedere a che punto fossero i lavori in casa Ferrari, se n'è andato in vacanza con la fidanzata, contrabbandando quella sua fuitina per una rifinitura di preparazione atletica. Manco fosse un mezzofondista.
Adesso, mentre Vettel divide la sua bottiglia di champagne con Heidi, ora assetata dopo tanto correre, mentre le bagna le ali con lacrime di gioia e Moet, in Ferrari sgranano gli occhi: "E' un pilota perfetto - dice Domenicali con la voce rotta dal desiderio di vederlo vestito di rosso - Il suo unico difetto è quello di non avere difetti".
Eppure nessuno in inverno, quando Alonso faceva jogging nelle migliori località turistiche del pianeta e postava le foto su twitter invece di collaudare la bisognosa F138, ha avuto niente da ridire. Nessuno ha capito cosa stava succedendo. Nemmeno quando i giornali hanno riportato le dichiarazioni di Seb: "Io ai test vado sempre molto volentieri, non riuscirei a fare altro, amo guidare la mia macchina".