AUSTIN - Per l'ex presidente Mosley, che finì il lungo regno a capo della Fia travolto da uno scandalo sessuale, è una questione di equità nella ripartizione dei ricavi. Pensando che Ecclestone si prenda ancora una fetta troppo grossa della miliardaria torta dei diritti tv, ma soprattutto che i vari team dovrebbero dividere le entrate in parti uguali. Ma è difficile convincere la Ferrari che il suo brand famosi nel mondo possa valere quanto quello della Marussia, anche tappandosi le orecchie di fronte al sarcasmo dell'ex presidente Montezemolo, che invitava queste scuderie minori, lontane secondi al giro, a correre in una Formula 2, come è arduo spiegare alla Red Bull che i 4 Mondiali di Vettel abbiamo lo stesso peso della decima fila strappata con sudore dalla Caterham. Non ci sarà mai accordo fra nani e giganti, e del resto anche fra gli stessi grandi sono sempre volati coltelli. Tutti sono per la riduzione dei costi, ma poi non si trova mai un accordo su un "salary cap", e anzi, due anni fa proprio la Red Bull fu accusata apertamente di aver barato, ritoccando a dismisura verso l'alto le spese per trascinare Vettel all'ennesimo trionfo.
La Formula 1 perde i pezzi. Domenica ad Austin saranno solo 18 le macchine in griglia, minimo sindacale secondo il Patto della Concordia per non far scattare l'obbligo della terza macchina per le scuderie di punta: la figuraccia di due team, Caterham e Marussia, costrette a gettare la spugna per i troppi debiti, rischia di trasformare la F1 in un giochino di pochi (ricchissimi) intimi. Una moria, perché a fine 2012 fu l'Hispania ad abbandonare, facendo tramontare il sogno della Formula 1 di una volta, con pre qualifiche al sabato, eliminazioni forzate prima della gara, le 26 vetture in griglia la domenica dopo lo sfoltimento, che certo non fa bene allo spettacolo (anche se non è eccitante neppure vedere macchine che perdono quattro secondi al giro). Una diaspora, dovuta ad un Mondiale sempre più lungo e costi insopportabili: per arrivare in fondo alla stagione ci vogliono almeno 500 milioni di euro. Un disastro che ha travolto nomi illustri come Richard Branson, che si è spolpato con la Virgin per poi mollarla ai russi, o Tony Fernandes, altro che possedeva una compagnia aerea, l'Air Asia, e che con la Caterham non è mai riuscito a volare. Altisonanti e non cenerentole anche i nomi che negli ultimi sei anni hanno salutato la compagnia, la Cosworth con i suoi motori nel 2012 e prima, una stagione dopo l'altra dal 2009, la Honda (che ora torna solo con i motori per la McLaren), la Toyota e la Bmw, stufi di tanta spesa e poca resa, trionfi e ritorni commerciali. Certo, loro non hanno fatto come la Super Aguri, che il 6 maggio del 2008 lasciò il Mondiale monco, ma di box e safety car non sentono affatto la mancanza. Falliti pure i tentativi di arginare l'emorragia, l'idea di Mosley (motore uguale per tutti), le nuove regole (propulsori congelati, abolizione dei test per lo sviluppo), e poco pare servire anche il motore elettrico voluto da Todt. Chi ha i soldi, se ne frega. Vuole solo vincere, costi quel che costi. Magari restando da soli è anche più facile.
La Formula 1 perde i pezzi. Domenica ad Austin saranno solo 18 le macchine in griglia, minimo sindacale secondo il Patto della Concordia per non far scattare l'obbligo della terza macchina per le scuderie di punta: la figuraccia di due team, Caterham e Marussia, costrette a gettare la spugna per i troppi debiti, rischia di trasformare la F1 in un giochino di pochi (ricchissimi) intimi. Una moria, perché a fine 2012 fu l'Hispania ad abbandonare, facendo tramontare il sogno della Formula 1 di una volta, con pre qualifiche al sabato, eliminazioni forzate prima della gara, le 26 vetture in griglia la domenica dopo lo sfoltimento, che certo non fa bene allo spettacolo (anche se non è eccitante neppure vedere macchine che perdono quattro secondi al giro). Una diaspora, dovuta ad un Mondiale sempre più lungo e costi insopportabili: per arrivare in fondo alla stagione ci vogliono almeno 500 milioni di euro. Un disastro che ha travolto nomi illustri come Richard Branson, che si è spolpato con la Virgin per poi mollarla ai russi, o Tony Fernandes, altro che possedeva una compagnia aerea, l'Air Asia, e che con la Caterham non è mai riuscito a volare. Altisonanti e non cenerentole anche i nomi che negli ultimi sei anni hanno salutato la compagnia, la Cosworth con i suoi motori nel 2012 e prima, una stagione dopo l'altra dal 2009, la Honda (che ora torna solo con i motori per la McLaren), la Toyota e la Bmw, stufi di tanta spesa e poca resa, trionfi e ritorni commerciali. Certo, loro non hanno fatto come la Super Aguri, che il 6 maggio del 2008 lasciò il Mondiale monco, ma di box e safety car non sentono affatto la mancanza. Falliti pure i tentativi di arginare l'emorragia, l'idea di Mosley (motore uguale per tutti), le nuove regole (propulsori congelati, abolizione dei test per lo sviluppo), e poco pare servire anche il motore elettrico voluto da Todt. Chi ha i soldi, se ne frega. Vuole solo vincere, costi quel che costi. Magari restando da soli è anche più facile.