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Ferrari, l'ingegnere intellettuale che fa vincere la "Rossa"

Non solo Vettel e Arrivabene ma anche James Allison, l'ingegnere inglese che in un anno di lavoro è riuscito a invertire la tendenza negativa di una Rossa. Amante del volo  -  il papà era un pilota della Raf - degli aerei e dei profili alari in generale, ma è anche un uomo di grande cultura che ama Shakespeare

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ROMA - Non è solo la Ferrari di Sebastian Vettel e Maurizio Arrivabene quella che ha lasciato il mondo a bocca aperta, strapazzando le Mercedes imprendibili, sul circuito rovente di Sepang, in Malesia. Ma è anche - anzi, soprattutto - la Ferrari di James Allison, l'ingegnere inglese che in un anno di lavoro è riuscito a invertire la tendenza negativa di una Rossa che sembrava in crisi nera e ormai sul punto dell'autodistruzione.
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Quindi, se proprio si deve contravvenire alle indicazioni di Arrivabene - "questa macchina non ha uno o due papà, ne ha mille e trecento, l'intero team" - e dunque si vuole semplificare un fenomeno complesso per trovare un vero "uomo chiave" del risorgimento rosso, beh, quell'uomo è proprio Allison. Nato nel Lincolnshire nel 1968 e laureato in ingegneria a Cambridge, di Allison non si sa moltissimo. I suoi amici inglesi lo raccontano come un amante del volo  -  il papà era un pilota della Raf - degli aerei e dei profili alari in generale. Ma è anche un uomo di grande cultura (legge molto, di tutto, predilige Shakespeare).
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La sua storia in Formula uno comincia all'inizio degli Anni 90. Dieci anni dopo è in Ferrari dove collaborerà alla stagione dei trionfi di Shumacher e Todt. Lascia Maranello nel 2005 per tornare nella sua Inghilterra e mettere su famiglia. Lì rimane fino al 2013, quando Stefano Doomenicali  -  il team principal del dopo Todt  -  decide di puntare su di lui per il rilancio del Cavallino che proveniva da cinque anni neri (l'ultimo mondiale è datato 2008). A colpire Domenicali era stata l'efficacia della Lotus di Kimi Raikkonen (appena rientrato dall'esperienza con il rally). Una macchina che non consumava le gomme e si comportava in maniera perfetta in ogni circostanza. Portava, ovviamente, la firma di Allison che aveva disegnato quel piccolo capolavoro pur non disponendo di grossi budget.
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Il corteggiamento durò tutto sommato poco. Arrivato, anzi tornato, a Maranello, Allison trovò una situazione molto confusa. La macchina del 2014  -  sulla quale non aveva avuto modo di lavorare molto  -  era un bidone e intorno a lui tutti i punti di riferimento del team  -  anche quelli storici - cadevano uno dopo l'altro, in un terremoto terrificante e interminabile. Il primo a saltare era stato proprio Domenicali, l'uomo che l'aveva portato lì. A seguire, Montezemolo e Alonso, poi gli ingegneri, gli stessi con cui Allison stava lavorando al progetto 2015, Nick Tombazis, Pat Fry e Luca Marmorini. Infine era stato cacciato persino Marco Mattiacci, il sostituto di Stefano Domenicali che invece di applicare il prevedibile spoil system e farlo fuori aveva rilanciato su di lui dichiarandolo pubblicamente il responsabile unico e totale della vettura 2015. " Se andrà bene sarà merito suo, se andrà male sarà colpa sua", aveva sintetizzato il manager romano davanti ai giornalisti convocati appositamente nel motorhome di Silverstone.  E' stato proprio in quel momento in cui a Maranello nessuno aveva più certezze che, forse, è nata la vittoria di Sepang. Quando Allison si è guardato intorno, non ha visto più nessuno ed è stato costretto a porsi come unico punto di riferimento tecnico di tutti quelli che per scelta, per caso o per forza avevano qualche responsabilità sul progetto a Maranello.
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Maurizio Arrivabene, catapultato da Marchionne al comando di quello che sembrava uno zatterone, ha capito perfettamente il momento che stava vivendo l'equipaggio e ha intravisto in quell'inglese lungo lungo e dallo sguardo vispo l'uomo da cui ripartire. Ha dunque rafforzato ulteriormente la centralità di Allison concentrando la propria azione di team principal su due fronti: 1) snellire il più possibile tutte le procedure organizzative, specialmente quelle che avevano a che vedere con i rapporti con i fornitori, individuato come punto debole della precedente organizzazione; 2) rimotivare il team cementandolo attorno alla positività di Sebastian Vettel  -  altra scelta fatta da Marco Mattiacci  -  che nel frattempo si era rivelato molto più leader di quanto fosse prevedibile. La combinazione tra il carisma e la preparazione di Allison e la positività e il talento di Vettel (e Raikkonen) sono stati gli ingredienti su cui Arrivabene ha scommesso tutto. Gli stessi che adesso fanno sognare la Ferrari e i ferraristi.   
 
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