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F1, la Ferrari e quel rischio che non paga. La Rossa si riscopre fragile

Nei primi due gp Maranello ha dimostrato di essersi avvicinata molto alla Mercedes, ma è già stata costretta a posteggiare due macchine su quattro. Una media figlia di un diktat che arriva dai vertici, Marchionne non vuole una vettura che duri ma che fili come il vento

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SAKHIR - La linea fra l'azzardo e il rischio è sottile. Il grande dilemma è scegliere: se vuoi vincere, soprattutto quando parti da un livello più basso e devi rimontare il vantaggio tecnico della Mercedes, non puoi essere prudente, devi estremizzare tutto, in nome della prestazione. Ma se lo fai, corri il pericolo di mettere a repentaglio l'affidabilità, sei magari più veloce, ma pure meno indistruttibile, se non addirittura fragile. E' quanto sta accadendo alla Ferrari, che nei primi due gran premi ha dimostrato di essersi avvicinata molto alla Mercedes, di poter lottare per la singola vittoria e forse anche per il Mondiale, ma che è già stata costretta a posteggiare due macchine su quattro, Raikkonen per la rottura della centralina a Melbourne, Vettel per il guasto al motore addirittura nel giro di ricognizione in Bahrein. Una media allarmante, il cinquanta per cento, che certo non incoraggia i sogni iridati, ma figlia di un diktat preciso che arriva dai vertici, da quel Marchionne che pretende a tutti i costi il ritorno del Mondiale a Maranello dopo nove anni, che ha condannato a vincere la rossa, che non vuole una vettura che duri (anche se è chiaro che solo arrivando al traguardo può  imporsi), ma che fili come il vento, più veloce di tutte le altre.

Il presidente non ha esitato nel mettere pressione addosso al team, pretendeva già la pole e il successo all'esordio in Australia, voleva gloria anche in Bahrein e ora se l'aspetta dalla prossima gara in Cina. Ha detto ai suoi uomini di spingere e Arrivabene, il capo del team, un altro che ama osare, pur non dimenticando il valore dell'affidabilità, non si è tirato indietro. Si tratta di un preciso cambio di filosofia, per anni la Ferrari è stata criticata per la sua prudenza, si ricorda con l'avvento della power unit quanto lavoro fu fatto per rendere il tutto infrangibile, quanta paura c'era per possibili rotture, per poi scoprire all'esame della pista che il nuovo motore elettrico era assai solido, ma non garantiva la velocità del Mercedes. All'epoca nacque lo strapotere tedesco e l'allora responsabile del reparto motori Marmorini pagò per questo. Non aveva osato a sufficienza, come tradizionalmente il resto del team non aveva mai esagerato sull'aerodinamica, con la conseguenza di risultare inferiore all'avveniristica e sgusciante Red Bull. Adesso si ragiona in maniera diversa, si rischia, perché si vogliono scompaginare le carte, rompere gli equilibri consolidati. Il problema però è trovare il giusto punto d'incontro tra la prestazione e l'affidabilità, perché è chiaro che Vettel (e anche Raikkonen) se vuole lottare con Rosberg (già due vittorie su altrettanti gp) non può permettersi altri ritiri. I cedimenti meccanici vanno azzerati, la squadra deve essere perfetta in fabbrica, ai box e in pista. In Bahrein la Ferrari ha garantito che in futuro sarà così, Arrivabene smoccolava (pensando anche agli altri motori di Maranello arrivati al traguardo, la Haas di Grosjean e le due Sauber) e ha subito invitato tutti i suoi uomini a mettere la testa sul manubrio, La causa che ha determinato la grande fumata sulla vettura di Vettel non è ancora chiara, bisognerà aspettare che il motore finisca sul banco e sia smontato, ma è probabile che si tratti di un iniettore e non di una valvola, roba di poco conto, sufficiente però per far evaporare le velleità di successo. Gli uomini in rosso cercheranno di correre ai ripari, consapevoli però di avere  una buona base di partenza a livello di prestazioni. In Australia senza l'ingresso della safety car Vettel avrebbe vinto, domenica in Bahrein, secondo Arrivabene, senza il motore rotto se la sarebbe giocata con Rosberg. Bene che sia così. Altrimenti al possibile azzardo non resterebbe che aggiungere la beffa.
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