BUDAPEST - Una pole negli ultimi cinque anni. Basterebbe questo dato per capire quanto da tempo sia affannosa la rincorsa della Ferrari ai sogni mondiali. Una velleità calpestata anche da uno sconcertante dominio Mercedes, un team che riesce a gestire la feroce guerra fra i suoi due piloti (anche a Budapest non sono mancati i colpi proibiti, più dialettici stavolta che in pista, con Hamilton che ha stritolato in gara e irriso dopo il partner Rosberg), perché nell'era del motore ibrido ha vinto 42 gare su 49, lasciando in due stagioni e mezza poche briciole alla concorrenza. Ciò non toglie che il piatto pianga, che il quadro sia desolante e che la Ferrari stia rischiando seriamente di vivere una stagione disastrosa. Dopo il tonfo ungherese, circuito su cui la rossa nutriva grandi aspettative, visto che con Vettel aveva trionfato l'anno scorso, e che stavolta ha regalato un quarto posto del tedesco e un sesto di Raikkonen, ora la Formula Uno fa tappa ad Hockenheim, altra pista su cui la Ferrari immagina competitività, ma dove la padrona di casa Mercedes rischia di sbriciolare ogni nemico e dove la Red Bull vuole conquistare definitivamente il rango di seconda forza.
Gli uomini in rosso giurano di avere buone sensazioni, figlie più dei test fatti a Silverstone che del ritmo mostrato ieri in Ungheria, ma intanto devono fare i conti con una nuova prospettiva, non quella, comandata ad inizio stagione da Marchionne, di raggiungere e battere la Mercedes (nel 2016, salvo miracoli, non accadrà), ma quella di difendere con le unghie e con i denti la piazza d'onore nel mondiale costruttori, con Maranello che ha un solo punto di vantaggio sulla Red Bull, oltre a dover riconquistare il terzo posto nei piloti, dove Ricciardo precede sia Raikkonen (di una lunghezza) che Vettel (di cinque). Arrivabene, il capo del team, per motivare al massimo la propria squadra ha lasciato l'Ungheria affermando: "Rispettiamo la Red Bull, anche se lei cerca di destabilizzarci, mettendo in giro voci strane, come il passaggio di Vettel alla Mercedes, ma noi non possiamo guardarci di fianco o alle spalle. Il nostro mirino deve essere puntato in avanti".
Frase coraggiosa, ma che rischia di essere poco realistica. Raggiungere la Mercedes è una chimera, lo stesso Arrivabene ne è consapevole: "Siamo al loro livello come squadra, a Budapest tutti i ragazzi ai box sono stati perfetti, un team rabbioso, che non molla mai e che sa essere abile nelle strategie, e anche come motore. Purtroppo non lo siamo come aerodinamica". E non è poco, visto che la Ferrari lo dice da tempo, ma evidentemente non riesce a trovare la strada giusta per ridurre questo divario. La Red Bull invece, alle prese con il problema opposto, quest'anno pare aver trovato una buona assistenza dalla Renault, visto che la sua power unit non è così deficitaria, come dimostra la resistenza ieri (su una pista peraltro dove non si sorpassa) di Ricciardo a Vettel e di Verstappen a Raikkonen. A Hockenheim, dove il motore conta molto di più, la Ferrari dovrebbe essere avvantaggiata, ma la sensazione deve diventare certezza, perché altrimenti pensare che sia peccato guardarsi a fianco o alle spalle diventerebbe solo sciocca presunzione.
Dall'Ungheria poi la Ferrari si porta a casa anche un notevole carico di rabbia per le tante cervellotiche decisioni dei commissari di gara. L'ultima in ordine di tempo è stata l'assoluzione di Verstappen nella strenua difesa dagli assalti di Raikkonen. Il finlandese ha protestato in corsa via radio e anche dopo: "In questo week-end sono state calpestate le regole. Io ho fatto due finte, lui ha cambiato due volte direzione ed è contro il regolamento. Andava punito". Vettel gli ha dato ragione, "Kimi è corretto, Verstappen no", Arrivabene se l'è presa con il direttore di corsa Whiting: "Io voglio le vittorie in pista e non a tavolino, ma a subire torti non ci sto. Verstappen ha infranto la regola, lui dice che ha cambiato direzione solo una volta. Ha visto male, forse c'è bisogno di un paio d'occhiali".
Ma l'ira è stata ancora più accentuata per quanto accaduto sabato in qualifica. Spietato il commento di Arrivabene: "La F1 sembrava un circo equestre con i regolamenti calpestati. Così si danneggia il pubblico. Poi non stupiamoci se si allontana". Nel mirino la pole di Rosberg con doppia bandiera gialla: "Vettel si è fermato, lui non ha rallentato e si è preso la pole. Ai miei ho detto: d'ora in poi ignoratele anche voi, poi ce la giocheremo con i giudici". E soprattutto il caso del 107 per 100 con undici macchine, fra cui le due Red Bull, che non avevano il tempo per continuare la qualifica e accedere al secondo round. I commissari hanno fatto finta di nulla e alla sera hanno tirato un colpo di spugna su una griglia di partenza che avrebbe dovuto essere rivoluzionata. Sistema in tilt, soluzione grottesca. E acida ironia di Arrivabene. "Pioveva, hanno parlato di circostanze eccezionali. Come se Budapest fosse nel deserto dei Gobi".
Gli uomini in rosso giurano di avere buone sensazioni, figlie più dei test fatti a Silverstone che del ritmo mostrato ieri in Ungheria, ma intanto devono fare i conti con una nuova prospettiva, non quella, comandata ad inizio stagione da Marchionne, di raggiungere e battere la Mercedes (nel 2016, salvo miracoli, non accadrà), ma quella di difendere con le unghie e con i denti la piazza d'onore nel mondiale costruttori, con Maranello che ha un solo punto di vantaggio sulla Red Bull, oltre a dover riconquistare il terzo posto nei piloti, dove Ricciardo precede sia Raikkonen (di una lunghezza) che Vettel (di cinque). Arrivabene, il capo del team, per motivare al massimo la propria squadra ha lasciato l'Ungheria affermando: "Rispettiamo la Red Bull, anche se lei cerca di destabilizzarci, mettendo in giro voci strane, come il passaggio di Vettel alla Mercedes, ma noi non possiamo guardarci di fianco o alle spalle. Il nostro mirino deve essere puntato in avanti".
Frase coraggiosa, ma che rischia di essere poco realistica. Raggiungere la Mercedes è una chimera, lo stesso Arrivabene ne è consapevole: "Siamo al loro livello come squadra, a Budapest tutti i ragazzi ai box sono stati perfetti, un team rabbioso, che non molla mai e che sa essere abile nelle strategie, e anche come motore. Purtroppo non lo siamo come aerodinamica". E non è poco, visto che la Ferrari lo dice da tempo, ma evidentemente non riesce a trovare la strada giusta per ridurre questo divario. La Red Bull invece, alle prese con il problema opposto, quest'anno pare aver trovato una buona assistenza dalla Renault, visto che la sua power unit non è così deficitaria, come dimostra la resistenza ieri (su una pista peraltro dove non si sorpassa) di Ricciardo a Vettel e di Verstappen a Raikkonen. A Hockenheim, dove il motore conta molto di più, la Ferrari dovrebbe essere avvantaggiata, ma la sensazione deve diventare certezza, perché altrimenti pensare che sia peccato guardarsi a fianco o alle spalle diventerebbe solo sciocca presunzione.
Dall'Ungheria poi la Ferrari si porta a casa anche un notevole carico di rabbia per le tante cervellotiche decisioni dei commissari di gara. L'ultima in ordine di tempo è stata l'assoluzione di Verstappen nella strenua difesa dagli assalti di Raikkonen. Il finlandese ha protestato in corsa via radio e anche dopo: "In questo week-end sono state calpestate le regole. Io ho fatto due finte, lui ha cambiato due volte direzione ed è contro il regolamento. Andava punito". Vettel gli ha dato ragione, "Kimi è corretto, Verstappen no", Arrivabene se l'è presa con il direttore di corsa Whiting: "Io voglio le vittorie in pista e non a tavolino, ma a subire torti non ci sto. Verstappen ha infranto la regola, lui dice che ha cambiato direzione solo una volta. Ha visto male, forse c'è bisogno di un paio d'occhiali".
Ma l'ira è stata ancora più accentuata per quanto accaduto sabato in qualifica. Spietato il commento di Arrivabene: "La F1 sembrava un circo equestre con i regolamenti calpestati. Così si danneggia il pubblico. Poi non stupiamoci se si allontana". Nel mirino la pole di Rosberg con doppia bandiera gialla: "Vettel si è fermato, lui non ha rallentato e si è preso la pole. Ai miei ho detto: d'ora in poi ignoratele anche voi, poi ce la giocheremo con i giudici". E soprattutto il caso del 107 per 100 con undici macchine, fra cui le due Red Bull, che non avevano il tempo per continuare la qualifica e accedere al secondo round. I commissari hanno fatto finta di nulla e alla sera hanno tirato un colpo di spugna su una griglia di partenza che avrebbe dovuto essere rivoluzionata. Sistema in tilt, soluzione grottesca. E acida ironia di Arrivabene. "Pioveva, hanno parlato di circostanze eccezionali. Come se Budapest fosse nel deserto dei Gobi".