F1, processo alla Ferrari: il mondiale sfugge via tra un mare di rimpianti
dal nostro inviato MARCO MENSURATI
Vettel osserva una Mercedes (lapresse)
Nessuno ad inizio stagione si aspettava una Rossa così competitiva, nel finale però è venuta meno l'affidabilità e adesso scatta la caccia a chi ha sbagliato
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SUZUKA - Un altro guasto, il quarto in due gare, chiude virtualmente la stagione della Ferrari. Sebastian Vettel si ritira al quinto giro del Gran Premio del Giappone mentre il rivale, Lewis Hamilton, vince comodamente su una Mercedes sempre più veloce. Adesso l'inglese ha 59 punti di vantaggio sul primo pilota Ferrari. E mancano solo quattro gare alla fine. Questo significa che Lewis potrebbe vincere matematicamente il mondiale già alla prossima gara, tra quindici giorni, ad Austin (pista favorevole alla Mercedes, sulla carta). Le probabilità ovviamente sono poche, Vettel dovrebbe arrivare in fondo alla zona punti. Ma ci sono. E questo significa che ormai è andata.
Suzuka consegna ad un Hamilton perfetto il quarto titolo, e a un Vettel furioso un mare di rimpianti. Alla Mercedes la gloria, e alla Ferrari il rammarico per un mondiale perso pur avendo avuto per larghi tratti (e forse ancora oggi) la macchina più veloce. Quando funziona.
Perché oltre ad essere veloci, in Formula 1, occorre essere anche affidabili. Occorre portare la macchina in fondo alle gare. Ed è qui che la Ferrari 2017 ha fallito. Compromettendo proprio sul finire della stagione quel lavoro incredibile che l'aveva portata, contro ogni pronostico, a recuperare, anche in breve tempo, un gap tecnico enorme nei confronti della corazzata anglo tedesca. Ma tutto ha un prezzo, nella vita come nello sport. E oggi è arrivato il conto: evidentemente gli ingegneri di Maranello per raggiungere il livello di competitività della concorrenza hanno dovuto forzare al limite, e forse anche oltre, ogni concetto, ogni pezzo del loro progetto che, alla fine, proprio nel momento del massimo sforzo, ha collassato. Se ci si pensa bene, è perfettamente logico.
E siccome più in alto ti trovi più forte è il rumore che fai quando cadi, è abbastanza inevitabile che adesso, dimenticando gli indiscutibili meriti di chi ha portato la Ferrari a un livello così competitivo, partiranno i processi interni per capire chi e come ha sbagliato, di chi è la colpa per una figura così brutta. Le responsabilità, insomma.
Dal ritiro di Vettel al trionfo di Hamilton: il film del Gp del Giappone
Un'avvisaglia di questo imminente "maxi processo" alla Ferrari si era già avuta quando, lunedì scorso, il presidente Marchionne aveva bollato come una brutta figura la prestazione di Sepang (dove la Rossa aveva bruciato tre motori in 24 ore) e aveva annunciato una riorganizzazione del settore "controllo qualità" dei pezzi acquistati dai fornitori ("non all'altezza") della Ges, la Gestione sportiva di Maranello. C'è da scommettere che adesso, dopo questo ennesimo, ancor più goffo ritiro, si entrerà nel vivo del dibattito. Chi ha sbagliato? Perché? Come?
Ad una prima analisi, premesso che la stagione ferrarista è stata di molto sopra le attese e che sembra un ottimo viatico per il 2018, bisogna dire che le responsabilità sembrano essere di tutta la squadra, Marchionne compreso. Del resto: insieme si vince, insieme si perde. A ben guardare, tutti sono stati bravi, ma nessuno perfetto, in questa stagione. Non Vettel, che ha fatto numerose ottime gare ma ha anche perso per strada - e per colpa sua - moltissimi punti (vedi la scenata isterica a Charlie Whiting, il fallo di reazione su Hamilton a Baku, l'errore clamoroso, forse il più grave di tutti, alla partenza di Singapore). Non il team che, come detto, dopo aver messo in mano ai suoi piloti una delle Ferrari migliori degli ultimi 20 anni, ha sbagliato tutta la parte finale della stagione, facendo mancare l'affidabilità della macchina proprio sul più bello. E nemmeno Marchionne stesso che, dopo aver iniziato l'anno chiuso in un saggio e ostinatissimo silenzio stampa ("Dopo la figuraccia dell'anno scorso non parlo"), da Monza in poi si è lasciato andare a una serie di dichiarazioni ora ottimistiche ("dobbiamo togliere il sorriso dalla faccia di quelli", dove quelli erano Lauda e Toto Wolff) ore rabbiose ("mi girano le palle") che non hanno avuto altro effetto che aumentare a dismisura la pressione sulle spalle di un team che non ne aveva certo bisogno.
La verità è però un'altra, con l'eccezione di Kimi Raikkonen, l'unica vera delusione della stagione - al quale è però stato inspiegabilmente rinnovato un contratto milionario, per la delusione dei tifosi che non ne possono più della sua flemma finnica, e la frustrazione dei molti giovani piloti cui poteva essere concessa più fiducia - con l'eccezione di Raikkonen, dicevamo, questa Ferrari 2017 merita un applauso sincero.
Quando nell'agosto del 2016 Marchionne annunciò la sua rivoluzione orizzontale, mettendo al potere le seconde linee di Maranello (Sanchez, Cardile, Binotto, Resta, Sassi), nessuno tra gli addetti ai lavori avrebbe mai scommesso un centesimo sul successo dell'operazione. E invece, se poco più di un anno dopo siamo qui a rimpiangere un mondiale sfuggito di mano per una candela capricciosa, evidentemente quella scommessa è stata vinta.