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Ferrari: via Arrivabene, tocca a Binotto. Cambio al vertice del Cavallino

Maurizio Arrivabene 
La scelta dell'attuale direttore tecnico, pupillo di Marchionne e in Rosso dal 1995, dopo una seconda parte di stagione deludente
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ROMA - Le sfilate uno accanto all'altro nei paddock, a ricucire uno strappo ormai palese e profondo, non sono bastate. Il mondiale perso dalla Ferrari, per gli errori di Sebastian Vettel ma anche della squadra, nonostante una macchina competitiva, hanno reciso l'ultimo filo che legava il team principal di Maranello Maurizio Arrivabene e il direttore tecnico Mattia Binotto. La Scuderia alla vigilia del nuovo campionato ha deciso di ritessere la propria tela organizzativa: con un ribaltone. Via Arrivabene, 61 anni, bresciano, ex numero uno del marketing di Philip Morris, membro dal 2012 del consiglio di amministrazione della Juventus e dal 2015 managing director di Ferrari Gestione Sportiva e team principal della Scuderia.

Al suo posto proprio Binotto, 50 anni, nato in Svizzera, che dopo la laurea al Politecnico di Losanna, nel 1995 entra nella Scuderia Ferrari come ingegnere motorista per la squadra e da lì scala tutte le posizioni fino a diventare nel 2016 Chief Technical Officer, il capo degli ingegneri che lavorano sulla macchina. Quella che nelle ultime due stagioni, specie nella prima parte del 2018, aveva dimostrato di poter ambire finalmente al titolo che manca dal 2007.

Il cambio al vertice della Gestione Sportiva Ferrari, anticipato dalla Gazzetta dello Sport, è stato ufficializzato oggi. "Dopo quattro anni di impegno e instancabile dedizione Maurizio Arrivabene lascia la Scuderia Ferrari. La decisione è stata presa di comune accordo con i vertici dell'azienda dopo una profonda riflessione in relazione alle esigenze personali di Maurizio e a quelle della Scuderia. Da oggi Mattia Binotto assume il ruolo di Team Principal della Scuderia Ferrari. A Mattia continueranno a rispondere tutte le funzioni tecniche".
Il 15 febbraio prossimo verrà presentata la monoposto del 2019, che verrà guidata sempre da Vettel e dal giovane Charles Leclerc, il monegasco di 21 anni che dalla Ferrari Academy e dopo il suo primo anno da rookie in Alfa Romeo Sauber, è stato promosso sul sedile della Rossa al posto di Kimi Raikkonen come voleva Sergio Marchionne. Impossibile non fare chiarezza prima dell'inizio della nuova avventura e non sciogliere le tensioni che negli ultimi mesi si erano appesantite.

La morte del manager italo canadese a oltre metà mondiale, a fine luglio tra il gp in Germania e quello in Ungheria, ha scombussolato più di quanto fatto apparire dal team gli equilibri della squadra. Le nomine di ad di Fca a Michael Manley e di Ferrari a Louis Carey Camilleri volute prontamente da John Elkann, lasciano aperta la ferita nella squadra Corse che Marchionne teneva saldamente in pugno.

A Suzuka ai primi di ottobre la squadra sanguina: dopo aver sbagliato le strategie in qualifica, Arrivabene convoca i giornalisti e si sfoga, puntando il dito sul muretto diretto da Binotto responsabile degli errori. Non era stato il primo. Saltano fuori i pezzi rotti all'interno. Vani i tentativi all'indomani di rimettere insieme i cocci. E col mondiale ormai quasi chiuso, proprio l'approccio comunicativo di Arrivabene non sarebbe stato gradito: anziché fare quadrato, ha accentuato le distanze e sottolineato le carenze tecniche della macchina piuttosto che affrontare i motivi della battuta d'arresto del pilota e di tutta la squadra. Vettel stesso, ormai sfiduciato da se stesso ma anche dalla poca coesione interna, ammetterà più tardi che qualcosa è cambiato e a fine stagione dirà: "Dobbiamo comunicare meglio tra di noi".

L'ingegnere svizzero ha il fisico del ruolo: stimato tra i colleghi e dalla concorrenza, dovrà confrontarsi anche anche con i proprietari americani di Liberty Media per far pesare il ruolo del Cavallino per il futuro, con l'arrivo nel 2021 dei nuovi regolamenti. E tutta la Ferrari, alla vigilia di un mondiale che partirà in anticipo il 17 marzo a Melbourne, dovrà avere la solidità mancata con la scomparsa del gran capo Marchionne. Serve una leadership come fu la sua, per tenere il volante del marchio più amato ma anche scottante al mondo.
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