“Max Verstappen è speciale: me n’ero accorto vent’anni fa, ne aveva 6. Quello sguardo acceso, quando con le braghette corte veniva a curiosare nel box del padre. Poi l’ho visto dominare sui kart, ancora bambino. Un predestinato. Otto anni fa, quando ha cominciato a fare coppia con Ricciardo alla Red Bull, sostenevo che quei due fossero molto più forti dei ferraristi Vettel-Raikkonen. Qualcuno aveva storto il naso. Ma un po’ di piloti me ne intendo, o no?”. Gian Carlo Minardi ha festeggiato mezzo secolo dal suo primo trionfo, il campionato di Formula Italia vinto al comando della Scuderia del Passatore con un altro Giancarlo, Martini: uno dei 37 “figli” — li chiama così — cui ha affidato il volante di una delle sue macchine. Gente come Clay Regazzoni, Giancarlo Fisichella, Michele Alboreto, Alessandro Nannini, Mark Webber, Fernando Alonso, Marc Gené, Gianni Morbidelli, Jarno Trulli, Alessandro Zanardi, Jos Werstappen.
Jos Verstappen?
“Sì, il padre di Max. Nel 2003, in Brasile, a Interlagos, con la Minardi rischiammo di vincere un gp di F1 sotto l’acqua: ma perse il controllo, finì nei campi. Discreto pilota, tanta personalità. E quel bimbo vivace”.
Max, un cannibale.
“Domenica ha rifilato 22 secondi al compagno di squadra, Perez, che corre con la sua stessa auto: lo ha maltrattato, come ha fatto con tutti quei poveretti che si sono ritrovati a correre nel suo stesso team. Quel ragazzo ogni volta riesce a realizzare un connubio perfetto col mezzo. La Red Bull è potente, lui la rende imbattibile. In questi 8 anni ha acquisito esperienza, credo sia al culmine della carriera. Però chissà, forse può fare anche meglio”.
Ha spaccato in due il campionato.
“C’è lui, e poi gli altri a dividersi le briciole. Se Max non esistesse, sarebbe una lotta equilibrata, spettacolare. La Ferrari può dire la sua, a patto di non commettere mai errori”.
Il terzo posto di Leclerc a Spa, la “rivoluzione rossa” avviata da Frédéric Vasseur.
“Il team principal ha ragione: se prestano attenzione a tutti i dettagli, possono giocarsela con le altre. Il livello è altissimo, in qualifica c’era una decina di auto in meno di un secondo. Adesso in classifica Maranello insegue a 56 punti dalla Mercedes: sembrano molti, ma ci sono ancora 10 corse. Si può fare”.
All’inizio della stagione alla Ferrari avevano promesso di lottare per il titolo.
“Vogliamo darci appuntamento al 2025? No: non mi piacciono le cambiali, odio le scadenze (ride, ndr). Di sicuro, lo stesso gruppo di lavoro ha prodotto una vettura con dei limiti evidenti: Maranello paga troppe stagioni di immobilismo, mi sembra impossibile che con tanti dipendenti non riescano a trovare delle soluzioni interne. Dovremo aspettare ancora, purtroppo”.
Lei è presidente di Formula Imola, la società che gestisce l’autodromo Enzo e Dino Ferrari. La gara del maggio scorso è stata annullata per il maltempo.
“Una decisione giusta, che rivendico: siamo stati previdenti, anche perché nei giorni successivi la situazione si è fatta ancora più drammatica. Avevamo approntato un perfetto piano di evacuazione, che ci ha permesso di limitare in parte i danni. Ci sono stati tutti vicino. Ci rifaremo presto. Chi avrebbe vinto se avessimo corso? Verstappen, naturalmente”.
All’inizio degli anni Ottanta lei aveva individuato un altro fiore sul punto di sbocciare: Ayrton Senna correva in Formula Ford, gli offrì 50 milioni di lire per venire con lei in F2.
“Ma lui voleva andare subito F1, e diventare campione. Ha avuto ragione. È nata comunque una bellissima amicizia”.
Quale è stato il suo pilota più talentuoso?
“Tutti. Non si fanno preferenze, tra i figli. Ma posso ricordare Pierluigi Martini, figlio di Giancarlo, con cui esordimmo nell’85 in F1: c’erano un ingegnere, una mezza dozzina di meccanici e un altro pilota ancora che nel box aiutava a montare le gomme. Sembravamo Davide contro Golia, però nessuno ci ha mai fatto paura. E ci siamo divertiti”.