Fisichella: “Antonelli non ha paura, può già vincere il Mondiale”
di Alessandra Retico«Finalmente un italiano: bellissima notizia». Giancarlo Fisichella non è più solo: 17 anni dopo di lui (2009, Belgio, su Force India), c’è Kimi Antonelli, il più giovane poleman di sempre, a riportare l’azzurro in testa al via di una gara.
Se lo aspettava?
«Lo avevo preventivato da tempo».
Da quando?
«Quando correvo nel GT italiano ho incrociato Kimi durante le competizioni. Faceva la differenza: grandi pole e gare fantastiche. Si vedeva che aveva qualcosina in più».
Cosa?
«È portato, va forte, impara in fretta. Tanti impiegano anni a evolvere, lui ha vinto campionati al primo colpo. E vista l’età, ha un margine enorme per crescere».
Fino a dove?
«A vincere il Mondiale. Quest’anno? Vediamo, di sicuro la Mercedes è superiore, soprattutto in …
«Finalmente un italiano: bellissima notizia». Giancarlo Fisichella non è più solo: 17 anni dopo di lui (2009, Belgio, su Force India), c’è Kimi Antonelli, il più giovane poleman di sempre, a riportare l’azzurro in testa al via di una gara.
Se lo aspettava?
«Lo avevo preventivato da tempo».
Da quando?
«Quando correvo nel GT italiano ho incrociato Kimi durante le competizioni. Faceva la differenza: grandi pole e gare fantastiche. Si vedeva che aveva qualcosina in più».
Cosa?
«È portato, va forte, impara in fretta. Tanti impiegano anni a evolvere, lui ha vinto campionati al primo colpo. E vista l’età, ha un margine enorme per crescere».
Fino a dove?
«A vincere il Mondiale. Quest’anno? Vediamo, di sicuro la Mercedes è superiore, soprattutto in qualifica. Ma intanto lasciamogli vincere la prima gara, così cancelliamo anche l’ultimo italiano a trionfare in un gp, che sarei sempre io: Malesia 2006, con Renault».
Più pressione o orgoglio per un italiano in F1?
«Pressione ce n’è tanta un po’ in tutti gli sport, figuriamoci in F1 dove arrivano in pochi e non puoi sbagliare niente. Kimi parte da una base solida».
Quale?
«Toto Wolff, il capo Mercedes, gli ha dato fiducia. Lo ha preso nel team che era piccolino, ha capito che aveva qualcosa di speciale, lo ha messo subito sulla Mercedes anziché fargli fare la trafila in altre squadre. Credevano in lui, sapevano quanto fosse forte. Altro fattore: il padre, Marco, gli ha dato un enorme vantaggio».
In che senso?
«Che ha una grande passione e l’ha trasmessa al figlio. Lo conosco bene Marco, gestisce una sua squadra, io gli ho portato vari piloti visto che ho un management, la Proracing, che segue campioni in erba dal kart alle categorie minori a partire dalla Formula 4 Regional. Bravissima persona papà Antonelli, un piacere collaborare, oltre al fatto che quando sale in macchina va veramente forte anche lui».
Il giorno del suo annuncio in Mercedes, a Monza 2024, Kimi esordì sbattendo alla Parabolica nelle libere.
«Credo che gli abbia fatto bene, oltre a rivelare il suo carattere: meglio rischiare che arrivare ultimo».
Le ricorda qualcuno, magari un Verstappen degli esordi? O persino un Senna?
«Max ha già vinto quattro titoli, quindi accostarlo a lui è tanta roba. Dobbiamo aspettare un po’, vediamo come evolverà la situazione, certo è che ha la possibilità non solo di vincere le gare, ma di puntare al Mondiale presto. Ha le qualità per diventare un grande nome».
Il suo compagno, George Russell, può soffrirlo?
«George ha un po’ più di esperienza, ma se Kimi gliela mette davanti due, tre, quattro volte, può cambiare la situazione perché basta poco che un pilota si butti giù».
Quanto conta la testa?
«Tanto, persino con una F1 così sofisticata. Il talento non basta se mentalmente non sei a posto per un problema familiare o per il tuo compagno che va più forte: c’è chi reagisce positivamente, chi regredisce».
L’hanno colpita l’abbraccio e le congratulazioni di Hamilton?
«Giusto che sia così: Lewis ha fatto un bel gesto, peraltro i due hanno condiviso un paio di anni insieme in Mercedes, si conoscono e rispettano».
Questa generazione in che cosa è diversa dalla sua?
«Che cominciano a correre sul serio a 15 anni e i più bravi e fortunati a 18 sono in F1, noi ci arrivavamo minimo a 22. E che stanno dalla mattina alla sera al simulatore, imparando tanto, oltre a crescere con i videogiochi e i telefonini. Noi non avevamo tutta questa tecnologia, scoprivamo il circuito magari il giorno prima della gara e al massimo guardavamo qualche video delle passate stagioni. Io stesso — ma anche Schumacher — quando salivo sul simulatore non riuscivo a fare neanche due giri senza che mi venisse la nausea».