ROMA - Non sanno più come chiamarlo. In un reportage apparso tra l'Arabia Saudita e la Thailandia, l'hanno definito 'Irritatingly young', fastidiosamente giovane. Il tour europeo gli ha appena assegnato l'ennesimo premio, lo Shot of the Month, per aver centrato una buca da 130 metri (e vinto il Malaysian Open). "Il ragazzino che cambierà la storia del golf" è l'etichetta del New York Times su migliaia di definizioni, sorrisi, attestati di stima che Matteo Manassero raccoglie ovunque giochi. Un mostro, dicono. Ma di mostruoso c'è che non c'è niente di mostruoso. Nessuna banalità, smargiassata, tic, dichiarazione sopra le righe. Ogni potenziale debolezza, ferita del passato, viene tenuta sotto stretto controllo. Matteo Manassero, il nostro diciottenne più famoso nel mondo, da giovedì sarà la stella dell'Italian Open a Torino. "E alla mia Italia vorrei portare una medaglia olimpica, la prima del golf, sarebbe bellissimo" dice con un'espressione da adulto sognatore, "vorrei anche aiutare a far crescere il numero dei praticanti, ne abbiamo la possibilità, io e i Molinari".
Il campione bambino è un racconto che parte dal lontano, se così si può dire dei suoi tre anni, "dal momento in cui comincia a interessarmi il golf, prima raccolgo le figurine dei calciatori, gioco col Lego, anzi, mi diverto più a veder costruire che a costruire. I momenti più belli dell'infanzia? Sui campi da golf". Sul piccolo Matteo si abbatte un fulmine attorno ai sei-sette anni, ma dalla separazione dei genitori Roberto e Francesca nascono nuove energie e situazioni che contribuiranno alla sua maturazione. "Non è facile capire, quando sei piccolo ma non così tanto. Ma i miei non mi hanno mai fatto mancare nulla, e io sono riuscito a rimanere sereno e tranquillo. Loro, intanto, hanno fatto quel che volevano nella vita. Mia madre ha messo su un bed and breakfast, ora ho un fratellino di quattro anni, Giovanni. Papà invece era stufo del suo lavoro (in un'impresa che produce attrezzature sanitarie, ndr), ed è entrato nel mondo del golf: si occupa di una rivista sulla quale io scrivo una pagina dedicata al Tour, con aneddoti, storie interessanti".
Già alle elementari il golf è la vita di Matteo, ma c'è ancora spazio per un'altra passione: "Il pallone: avrei voluto essere un calciatore. Anzi, un difensore del Milan: Maldini, Baresi, Nesta. Gli attaccanti in genere sono i trascinatori: ma a me non è mai piaciuto giocare là davanti. Qualche partita la faccio ancora, con gli amici del liceo scientifico: alcuni sono nelle giovanili del Chievo, il mio migliore amico, Andrea Albertini, è un portiere. Se arriverà in A? Chissà, il calcio è molto strano. Se penso agli americani della Roma mi viene da pensare che è un terno al lotto, una scommessa in un movimento in perdita". Manassero comincia a vincere i primi tornei, contro avversari di 4/5 anni più grandi. Ma soprattutto, comincia a conoscere se stesso: "Più che paura, sento la tensione della gara. La paura è negativa, se sei fiducioso nel tuo gioco le uniche cose che escono fuori sono adrenalina e tensione. Cosa odio? I serpenti, tutto quel che non posso vedere, controllare, che mi arriva alle spalle. Parlo di animali, non del buio. Ma a me dà fastidio soprattutto l'arroganza, ne incontri di persone arroganti. Chiaro, potrei diventarlo anch'io, il successo ti porta a volare tra le stelle. Devo lavorarci sopra".
La notorietà del giovanissimo Manassero si scontra con la solita obiezione mediatica: il golf sport per ricchi. "La mia famiglia è assolutamente normale, i miei genitori per coltivare il mio talento hanno fatto sforzi che alla fine hanno pagato. In Italia l'etichetta di sport per ricchi e per vecchi c'è ancora, ma la federazione si sta impegnando aprendo campi pubblici. Alla lunga il golf si imporrà, non ci sono motivi perché non debba entrare nella cultura italiana, ha solo valori positivi". Ormai Manassero batte un record di precocità dopo l'altro, e impara a gestire il poco tempo a disposizione: "Non leggo molto purtroppo, l'ultimo libro è Gomorra, dedico più tempo a computer, playstation, news. Mi piace mangiare, in passato i golfisti si concedevano signore mangiate, ma ora siamo diventati atleti. In questo il mio sport cambierà di più, nell'atletismo: la gente ci vedrà e dirà "guarda che atleta"". Il tour mondiale gli permette di conoscere giovani campioni come Ishikawa, che sta devolvendo i suoi premi alle vittime dello tsunami: "Un gesto stupendo, anch'io vorrei fare qualcosa di buono, al Golf Club di Rapallo ho già giocato per un amico in difficoltà".
Matteo ormai deve fare lo slalom tra i paragoni illustri: "Mi fa piacere quello con Del Piero, un idolo. Quello con Tiger Woods non mi pesa, anche se non mi sento come lui. Se tornerà vincente? Ci metterei la mano sul fuoco". Dici Tiger e pensi a tutte le insidie per i (ricchi) campioni a fine giornata. "Tiger ha fatto degli errori, gli è sfuggita la situazione di mano. Se io finissi sulla copertina di una rivista di gossip mi divertirei la prima volta, la seconda già mi darebbe fastidio. Comunque si può avere una bellissima ragazza anche senza finire su Novella 2000". Matteo ha già deciso cosa vuole per i prossimi dieci anni della sua vita: "A 28 anni mi vedo con un major e una Ryder cup vinta, in un paese in cui il golf è più aperto e conosciuto. Con una famiglia, di stampo classico. Figli? Ma se sono appena nato...".
Il campione bambino è un racconto che parte dal lontano, se così si può dire dei suoi tre anni, "dal momento in cui comincia a interessarmi il golf, prima raccolgo le figurine dei calciatori, gioco col Lego, anzi, mi diverto più a veder costruire che a costruire. I momenti più belli dell'infanzia? Sui campi da golf". Sul piccolo Matteo si abbatte un fulmine attorno ai sei-sette anni, ma dalla separazione dei genitori Roberto e Francesca nascono nuove energie e situazioni che contribuiranno alla sua maturazione. "Non è facile capire, quando sei piccolo ma non così tanto. Ma i miei non mi hanno mai fatto mancare nulla, e io sono riuscito a rimanere sereno e tranquillo. Loro, intanto, hanno fatto quel che volevano nella vita. Mia madre ha messo su un bed and breakfast, ora ho un fratellino di quattro anni, Giovanni. Papà invece era stufo del suo lavoro (in un'impresa che produce attrezzature sanitarie, ndr), ed è entrato nel mondo del golf: si occupa di una rivista sulla quale io scrivo una pagina dedicata al Tour, con aneddoti, storie interessanti".
Già alle elementari il golf è la vita di Matteo, ma c'è ancora spazio per un'altra passione: "Il pallone: avrei voluto essere un calciatore. Anzi, un difensore del Milan: Maldini, Baresi, Nesta. Gli attaccanti in genere sono i trascinatori: ma a me non è mai piaciuto giocare là davanti. Qualche partita la faccio ancora, con gli amici del liceo scientifico: alcuni sono nelle giovanili del Chievo, il mio migliore amico, Andrea Albertini, è un portiere. Se arriverà in A? Chissà, il calcio è molto strano. Se penso agli americani della Roma mi viene da pensare che è un terno al lotto, una scommessa in un movimento in perdita". Manassero comincia a vincere i primi tornei, contro avversari di 4/5 anni più grandi. Ma soprattutto, comincia a conoscere se stesso: "Più che paura, sento la tensione della gara. La paura è negativa, se sei fiducioso nel tuo gioco le uniche cose che escono fuori sono adrenalina e tensione. Cosa odio? I serpenti, tutto quel che non posso vedere, controllare, che mi arriva alle spalle. Parlo di animali, non del buio. Ma a me dà fastidio soprattutto l'arroganza, ne incontri di persone arroganti. Chiaro, potrei diventarlo anch'io, il successo ti porta a volare tra le stelle. Devo lavorarci sopra".
La notorietà del giovanissimo Manassero si scontra con la solita obiezione mediatica: il golf sport per ricchi. "La mia famiglia è assolutamente normale, i miei genitori per coltivare il mio talento hanno fatto sforzi che alla fine hanno pagato. In Italia l'etichetta di sport per ricchi e per vecchi c'è ancora, ma la federazione si sta impegnando aprendo campi pubblici. Alla lunga il golf si imporrà, non ci sono motivi perché non debba entrare nella cultura italiana, ha solo valori positivi". Ormai Manassero batte un record di precocità dopo l'altro, e impara a gestire il poco tempo a disposizione: "Non leggo molto purtroppo, l'ultimo libro è Gomorra, dedico più tempo a computer, playstation, news. Mi piace mangiare, in passato i golfisti si concedevano signore mangiate, ma ora siamo diventati atleti. In questo il mio sport cambierà di più, nell'atletismo: la gente ci vedrà e dirà "guarda che atleta"". Il tour mondiale gli permette di conoscere giovani campioni come Ishikawa, che sta devolvendo i suoi premi alle vittime dello tsunami: "Un gesto stupendo, anch'io vorrei fare qualcosa di buono, al Golf Club di Rapallo ho già giocato per un amico in difficoltà".
Matteo ormai deve fare lo slalom tra i paragoni illustri: "Mi fa piacere quello con Del Piero, un idolo. Quello con Tiger Woods non mi pesa, anche se non mi sento come lui. Se tornerà vincente? Ci metterei la mano sul fuoco". Dici Tiger e pensi a tutte le insidie per i (ricchi) campioni a fine giornata. "Tiger ha fatto degli errori, gli è sfuggita la situazione di mano. Se io finissi sulla copertina di una rivista di gossip mi divertirei la prima volta, la seconda già mi darebbe fastidio. Comunque si può avere una bellissima ragazza anche senza finire su Novella 2000". Matteo ha già deciso cosa vuole per i prossimi dieci anni della sua vita: "A 28 anni mi vedo con un major e una Ryder cup vinta, in un paese in cui il golf è più aperto e conosciuto. Con una famiglia, di stampo classico. Figli? Ma se sono appena nato...".