Grayson Murray e la maledizione del talento a piccole dosi
di Gabriele RomagnoliIl problema non è essere il numero 1 (semmai lo diventerà esserlo stato), il problema è essere il numero 46. Grayson Murray, che lo era nella classifica dei golfisti, è stato sepolto tra le notizie delle finali Nba di basket e dei turni del Roland Garros di tennis. Aveva trent’anni, è uscito dal suo ultimo torneo così: si è ritirato alla fine del secondo giorno e si è tolto la vita prima del terzo.
Sembrava scampato a una lunga battaglia con l’alcolismo. A gennaio aveva vinto una gara alle Hawaii, teneva in bacheca due trofei importanti e dentro di sé una promessa non mantenuta dal tempo di una acerba partecipazione agli Us Open. Si dà quasi per dovuta la dannazione degli artisti, scontata quella delle rockstar, sorprende sempre un po’ quella degli sportivi. Passi metà della vita giocando e non sei contento? E i minatori? Ti distrugge la ripetitività del gesto? Mai provato a fare l’imbianchino? Eppure c’è un tarlo che ha dell’universale: è la bene/maledizione del talento. Non quello s…
Il problema non è essere il numero 1 (semmai lo diventerà esserlo stato), il problema è essere il numero 46. Grayson Murray, che lo era nella classifica dei golfisti, è stato sepolto tra le notizie delle finali Nba di basket e dei turni del Roland Garros di tennis. Aveva trent’anni, è uscito dal suo ultimo torneo così: si è ritirato alla fine del secondo giorno e si è tolto la vita prima del terzo.
Sembrava scampato a una lunga battaglia con l’alcolismo. A gennaio aveva vinto una gara alle Hawaii, teneva in bacheca due trofei importanti e dentro di sé una promessa non mantenuta dal tempo di una acerba partecipazione agli Us Open. Si dà quasi per dovuta la dannazione degli artisti, scontata quella delle rockstar, sorprende sempre un po’ quella degli sportivi. Passi metà della vita giocando e non sei contento? E i minatori? Ti distrugge la ripetitività del gesto? Mai provato a fare l’imbianchino? Eppure c’è un tarlo che ha dell’universale: è la bene/maledizione del talento. Non quello smisurato, che ti fa diventare un assoluto, un Federer o un Pogacar, ma quello in contenibile dose, che quando appare t’illude sulla misura, che fa sì tu non ti soddisfi mai eppure abbia sempre l’occasione per riprovarci e rifallire, perché t’iscrive comunque alla gara seguente. Lo ha detto proprio Murray, nella fase di lucidità: “La cosa migliore e la cosa peggiore che mi sia successa è stato vincere all’esordio. Mi ha fatto pensare di essere un grande, un invincibile. La scoperta che così non fosse è stato il capro espiatorio per il mio comportamento successivo”.
Capita a molti, se non a tutti: nelle arti, nelle carriere, nella vita. L’impressione di poter avere tutto si trasforma nella constatazione di possedere un po’. In quella discrepanza si possono inserire molte reazioni: rabbia, invidia, follia. Una pattinatrice fa aggredire la rivale più brava di lei. Uno scrittore infila in un romanzo un personaggio osceno in cui si riconosce il collega che lo sopravanza nei favori di pubblico e critica. Un uomo comune uccide l’ex moglie e il suo nuovo compagno che la stava rendendo finalmente felice. Al confronto, l’autodistruzione è una scelta che ispira compassione. Di qui la pietà per Grayson Murray. Si sono stupiti: ma come, proprio adesso che aveva ritrovato lo swing? Eppure è passato quasi un secolo da quando (era il 1931) Irving Mills scrisse per Duke Ellington che “non significa niente se non hai quello swing, ragazzo, devi solo continuare”. A cantare, a giocare, a vivere accettando quel che di buono ti riesce di fare.