Augusta - Rory McIlroy “sheds burden”, come scrivono qui, cioè si è tolto il peso di vincere il Masters un anno fa, dopo una caccia durata 15 anni e adesso il tema di questo primo, prestigioso Major del ‘26 è proprio vedere se, scrollatasi la scimmia dalle spalle, riuscirà a non mortificare sotto pressione il suo enorme talento. Questo successo, che ha finalmente completato il suo “career Grand Slam” (per intenderci, quello che nel tennis compirebbe Sinner vincendo il Roland Garros, avendo già in bacheca gli altri tre titoli), gli era sfuggito addirittura nel 2011, quando dilapidò nelle ultime buche della domenica i 4 colpi di vantaggio accumulati nel tre giorni precedenti. Aveva 22 anni, qualche ciuffo di riccioli che ancora sbucava dal cappellino e gli ultimi brufoli superstiti dell’adolescenza.
Augusta - Rory McIlroy “sheds burden”, come scrivono qui, cioè si è tolto il peso di vincere il Masters un anno fa, dopo una caccia durata 15 anni e adesso il tema di questo primo, prestigioso Major del ‘26 è proprio vedere se, scrollatasi la scimmia dalle spalle, riuscirà a non mortificare sotto pressione il suo enorme talento. Questo successo, che ha finalmente completato il suo “career Grand Slam” (per intenderci, quello che nel tennis compirebbe Sinner vincendo il Roland Garros, avendo già in bacheca gli altri tre titoli), gli era sfuggito addirittura nel 2011, quando dilapidò nelle ultime buche della domenica i 4 colpi di vantaggio accumulati nel tre giorni precedenti. Aveva 22 anni, qualche ciuffo di riccioli che ancora sbucava dal cappellino e gli ultimi brufoli superstiti dell’adolescenza.
Una vittoria attesa 15 anni
Ha dovuto attraversare tredici anni di successive delusioni, e sopravvivere a uno spareggio con Justin Rose, prima di potersi concedere al pianto liberatorio sul green della 18. Aveva ed ha ormai le tempie brizzolate e i capelli corti del 37enne padre di famiglia, e non ha nascosto alla vigilia di aver avvertito, con quella vittoria, il senso di un compimento della sua storia agonistica. Quel traguardo, il “Career Grand Slam”, lo hanno tagliato solo altri cinque campioni nella storia e sono nomi da leggenda: Gene Sarazen, Ben Hogan, Gary Player, Jack Nicklaus e, naturalmente, Tiger Woods. Più il padre nobile Bobby Jones, fondatore di questo campo, che di Grand Slam realizzò quello vero, tutto nello stesso anno, ma quasi un secolo fa, nel 1930.
Scheffler, DeChambeau, Rose, Rahm. Quanti aspiranti alla Giacca verde
Naturalmente non basterà a McIlroy l’essersi alleggerito della pressione. La concorrenza sarà spietata a cominciare da Scottie Scheffler, n.1 del mondo, 25 tornei vinti in appena sei anni, con 4 Majors, compresi due Masters. È sembrato quasi imbattibile nelle ultime due stagioni, mentre quest’anno è partito un po’ più lento (ma comunque vincendo un torneo in gennaio), causa anche la nascita in marzo della secondogenita Romy. In agguato poi c’è Bryson DeChambeau, il bomber amico di Trump, che può scagliare la prima palla anche a 350 metri e che l’anno scorso si trovò in testa nelle buche iniziali dell’ultimo giro, prima di scivolar via dal podio nel finale. Come non tener d’occhio anche quel signore del Golf che è l’inglese Justin Rose, due volte sconfitto qui solo allo spareggio (da Sergio Garcia nel ‘17, da McIlroy un anno fa) che nonostante i 42 anni d’età non ha da invidiare nessuno per talento e classe. E poi Patrick Reed, lo spigoloso ragazzaccio americano che ha già indossato la giacca verde del vincitore qui nel 2018, o lo spagnolo John Rahm, anche lui “laureatosi “ qui nel ‘23. E ancora il gioiellino svedese Ludvig Aberg, 26enne talento scoperto e lanciato in Ryder Cup dagli studi statistici del nostro ingegnere-campione Edoardo Molinari.Non finisce nemmeno qui la lista dei candidati perché nel Golf, a differenza del tennis dei Fab four prima e della ditta Sincaraz ora, non c’è mai un monopolio o un duopolio assoluto. E il destino come sempre, si compirà solo sulle ultime buche dell’ultimo giorno, come sa molto bene il nostro Francesco Molinari, nel ‘19 in testa prima da solo, poi in tandem fino alla 14, poi scivolato al quinto posto spalancando a Woods la porta del suo ultimo, clamoroso successo.
Augusta National, il club dove Trump non è ammesso
Le assenze che fanno rumore sono due: Phil Mickelson e Tiger Woods, i duellanti che hanno dominato gli anni a cavallo del secolo, per tutto il primo decennio e anche un po’ oltre. Mickelson, ormai 56enne, 45 tornei vinti e tre volte campione qui, ha dovuto rinunciare per l’aggravarsi della salute della moglie, da tempo in lotta con una forma tumorale.Woods, 50enne recordman con 82 vittorie fra cui 15 Majors (5 Masters) si è consegnato a un periodo di recupero dopo l’ennesimo incidente d’auto causato da una forma di stato confusionale probabilmente indotto dai molti farmaci antidolorifici che deve quotidianamente assumere. Ha sostenuto che, al momento del crash col rimorchio di un suv, era distratto perché stava parlando al telefono col Presidente, cioè Trump, ex suocero della sua attuale compagna Vanessa. Una scusa un po’ patetica? Forse. Quanto a Trump è nota la sua passione per il golf che pratica a Mar-a-Lago o in qualcuno della ventina di campi che possiede in mezzo mondo (tutti obbiettivamente molto belli). Gioca bene, specie in rapporto all’età, ma risulta da testimoni che ami rubacchiare un po’, spostando di nascosto la pallina quando finisce in posizioni scomode. Non ama perdere (chi l’avrebbe detto?). Non si sa se per questo, o per le sue dichiarazioni (e azioni) prepotenti in politica ma proprio in questi giorni, il più famoso guru-coach del Golf Mondiale, Butch Harmon (che ha forgiato fuoriclasse come Woods, Mickelson e tanti altri) si è detto certo che il Presidente non verrebbe mai ammesso come socio qui all’Augusta National. Non lo erano in verità né Obama né Biden. Lo era invece il loro predecessore Dwight Eisenhower, repubblicano, il generale dello sbarco in Normandia. Ma stiamo parlando di un’altra epoca. E di altri Repubblicani.