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Quel gioco con la morte che è anche una ragione di vita

Il minuto di silenzio per Dupasquier prima della gara di MotoGp (ansa)
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Ha bruciato la gioventù, Jason Dupasquier, morto a soli 19 anni dopo un incidente in moto sulla pista del Mugello. Il giorno dopo, come sempre, ci si domanda se era possibile evitare quell'incendio, o limitarne le conseguenze. E se abbia senso restare intorno al falò, seppure tacendo, ma solo per poco, prima che riparta quel rumore che per alcuni è vita e che il padre di Simoncelli chiese per ricordare Marco, caduto alla stessa maniera dieci anni fa.

Il cartellone con il volto di un ragazzino, la moto ferma su un cavalletto, i piloti schierati, distanziati ma uniti dal lutto, il cartello dei tempi che indica soltanto quello: "un minuto", "di silenzio". Poi tutti pronti, e via. Si può morire così? Essere ricordati così? Che cosa resterà di Jason che sognava di entrare in un altro albo, quell'oro dei vincenti, e passa in quello scuro dei deceduti, aperto insieme con il motomondiale, il 9 giugno 1949, con il no…

Ha bruciato la gioventù, Jason Dupasquier, morto a soli 19 anni dopo un incidente in moto sulla pista del Mugello. Il giorno dopo, come sempre, ci si domanda se era possibile evitare quell'incendio, o limitarne le conseguenze. E se abbia senso restare intorno al falò, seppure tacendo, ma solo per poco, prima che riparta quel rumore che per alcuni è vita e che il padre di Simoncelli chiese per ricordare Marco, caduto alla stessa maniera dieci anni fa.

Il cartellone con il volto di un ragazzino, la moto ferma su un cavalletto, i piloti schierati, distanziati ma uniti dal lutto, il cartello dei tempi che indica soltanto quello: "un minuto", "di silenzio". Poi tutti pronti, e via. Si può morire così? Essere ricordati così? Che cosa resterà di Jason che sognava di entrare in un altro albo, quell'oro dei vincenti, e passa in quello scuro dei deceduti, aperto insieme con il motomondiale, il 9 giugno 1949, con il nome di Ben Drinkwater? E' un elenco lungo, con qualche accelerazione negli Anni 70 e 80. Poi la maggiore sicurezza, un rallentamento, tra Simoncelli e Dupasquier soltanto Salom e l'illusione di aver domato la bestia.

Una fatalità è invincibile, lo è per definizione. Velocità e caso corrono a fianco: quando si spinge oltre un limite naturale ogni conseguenza diventa incontrollabile. Spesso è più straordinario vedere un pilota che si rialza, si scuote la polvere, toglie il casco e torna ai box. Da quel che era accaduto un attimo prima sembrava impossibile. Diciamo infatti: vivo per miracolo. Quando resta a terra è successo semplicemente quel che aveva larga probabilità di accadere. Le leggi della fisica non si sono piegate. Le protezioni non sono bastate.

A forza di guardare, imbambolati dai ralenti, abbiamo smesso di renderci conto che i motociclisti flirtano con la sciagura, l'accarezzano a ogni curva, inchinandosi alla sua superiorità. Ogni gesto è una preghiera: per potersi rialzare e proseguire. Invisibili come sono resi da caschi e tute, noi spettatori li scambiamo per videogiochi. Invece sono carne e sangue, cuori raffreddati e corpi che hanno strizzato l'adrenalina per farne una compatibile sostanza. E' una chimica letale, ma per alcuni vitale. Il gioco può e deve comprendere l'errore fatale. E' una convinzione non soltanto personale che alcuni piloti, Valentino Rossi in testa, abbiano giocato e stiano giocando con la morte, in una sfida che è tra le ragioni di vita. Li sostiene un fatalismo profondo e confortato dagli eventi. Tutti noi siamo in viaggio per Samarcanda, credendolo un posto sicuro e lì ci attende la fine. Nicky Hayden è morto in bicicletta nel 2017, a 35 anni. Angel Nieto poco dopo (ma di anni ne aveva raggiunti 60) su un quad a Ibiza. Nessuno vuole morire ma, dovendo scegliere, non in monopattino.

E' una missione impossibile scacciare l'ombra scura dai circuiti. Resta una domanda: ha senso correre quando si è appena allungata? Viviamo un periodo strano e pericoloso. Stiamo uscendo dal bunker con la sensazione di doverci rifare del tempo perduto, di non poter rinunciare più a niente, di non poterci fermare perché l'abbiamo fatto già fin troppo. I grandi rischi, lasciati nel retrovisore, aumentano la sensibilità o la abbassano raso terra. La scelta è nostra, ma è su quella che verremo giudicati. Si è spezzata una consuetudine, che senso ha riallacciarsi al passato? Lo spettacolo non è continuato. Quando morì Davide Astori, in una camera d'albergo, il calcio si bloccò. Il motociclismo prosegue non per minore umanità, figurarsi. Forse addirittura c'è qualcosa di più alto: sapere in ogni istante e non solo sotto effetto di trauma, che la morte insegue la vita.