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Morte Dupasquier, il paddock si divide: "Non dovevamo correre, ha vinto il business". Procura di Firenze apre un'inchiesta

Il minuto di silenzio per onorare Dupasquier (ansa)
Piloti divisi sulla scelta di scendere comunque in pista dopo il decesso del giovane pilota svizzero. Morbidelli parla di "una macchia nera": "La paura va esorcizzata". I rischi delle moto sempre più veloci
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SCARPERIA (FI) - Quel minuto di silenzio in memoria di Jason Dupasquier, un quarto d'ora prima del via. "E poi siamo tornati a correre a 350 all'ora, sfiorandoci di millimetri proprio nel punto dove è appena morto quel ragazzino: come se niente fosse". Che ipocrisia, denuncia Danilo Petrucci. "Comandano gli sponsor. Il business". Racconta Pecco Bagnaia che i 60 secondi di raccoglimento gli hanno definitivamente tolto la voglia di scendere in pista, ieri pomeriggio: "Era impossibile trattenere le lacrime. Non avevo più voglia di gareggiare: l'ho detto a Davide Tardozzi, il team manager. E chi se ne frega della mia caduta, penso solo a Jason e a quanto possano stare male i suoi genitori". Intanto la procura di Firenze ha aperto un fascicolo, che al momento è senza indagati, sulla morte dello svizzero. L'ipotesi di reato per la quale procede il sostituto procuratore Alessandro Piscitelli è quello di omicidio colpos…

SCARPERIA (FI) - Quel minuto di silenzio in memoria di Jason Dupasquier, un quarto d'ora prima del via. "E poi siamo tornati a correre a 350 all'ora, sfiorandoci di millimetri proprio nel punto dove è appena morto quel ragazzino: come se niente fosse". Che ipocrisia, denuncia Danilo Petrucci. "Comandano gli sponsor. Il business". Racconta Pecco Bagnaia che i 60 secondi di raccoglimento gli hanno definitivamente tolto la voglia di scendere in pista, ieri pomeriggio: "Era impossibile trattenere le lacrime. Non avevo più voglia di gareggiare: l'ho detto a Davide Tardozzi, il team manager. E chi se ne frega della mia caduta, penso solo a Jason e a quanto possano stare male i suoi genitori". Intanto la procura di Firenze ha aperto un fascicolo, che al momento è senza indagati, sulla morte dello svizzero. L'ipotesi di reato per la quale procede il sostituto procuratore Alessandro Piscitelli è quello di omicidio colposo. E' stato conferito l'incarico ad un medico legale per l'esame esterno sul corpo di Dupasquier. Al vaglio del magistrato anche le immagini televisive dell'incidente alla curva Arrabbiata 2, dove il pilota svizzero è finito a terra ed è stato travolto dalle moto di Jeremy Alcoba e di Ayumu Sasaki.

Non volevano correre, ma ha vinto la Dorna

I due italiani se la prendono con gli organizzatori del motomondiale: che prima li hanno messi tutti in fila sulla griglia di partenza - "Alle 13.45 vogliamo i piloti della MotoGP e i rispettivi team manager, meccanici e ingegneri possono restare nei rispettivi box così come le squadre di Moto2 e Moto3. Ci saranno anche i membri dello staff PruestelGP (il team di Dupasquier, ndr)": così recitava il comunicato ufficiale della Dorna -, e poi sono arrivate le moto. Lo spettacolo doveva continuare. "Nessuno ha chiesto la nostra opinione. Perché probabilmente non conta nulla. Ma correre è stata una mancanza di rispetto nei confronti di Jason e della sua famiglia", dicono Bagnaia e Petrucci. "Hanno gestito molto male la situazione. Dimenticando che siamo uomini, prima di essere piloti. Era così difficile fermarsi almeno per un giorno? Le tribune erano deserte". Aggiungono una riflessione che fa ancora più male: "Se a morire fosse stato uno della MotoGP, non avremmo corso: perché ci sono pesi e misure diverse, in questo sport". Valentino Rossi giura che "se mi avessero detto che potevo andarmene, avrei impacchettato tutto e sarei corso a casa. Che senso aveva gareggiare? Però anche vero che restare fermi non ci avrebbe restituito Jason". Sì, ma se fosse successo ad un pilota della MotoGP? Per il Doc "non sarebbe cambiato nulla: nel 2011 il gp malese era stato interrotto, però Simoncelli era morto durante la corsa".

Il paddock si divide. La 'macchia nera' di Franky

Il paddock si divide. E c'è chi sottolinea la diversità di comportamento di Fabio Quartararo, che ha solo 3 anni più di Dupasquier: tagliando il traguardo per primo, il francese ha puntato gli indici al cielo e mandato un bacio lassù ("Questa vittoria è per Jason"), ma nel corso della conferenza stampa è passato agevolmente a parlare di questioni tecniche relative alla sua Yamaha e al suo percorso nel campionato, che lo vede leader con 24 punti di vantaggio su Zarco e 25 su Bagnaia. "Non conoscevo personalmente Dupasquier: non gli avevo mai parlato", ha raccontato. "E' stato difficile correre: ma era giusto farlo". Il maiorchino Joan Mir, campione del mondo in carica, ha un'opinione simile: "Jason è morto, tutto quello che potevamo fare era onorarlo scendendo in pista. Facendo il nostro lavoro. E poi pregando per lui e la sua famiglia". Secondo il portoghese Miguel Oliveira, giunto 2° ieri, gareggiare è stato addirittura "il miglior modo per onorare la memoria del ragazzo. Dopo il minuto di silenzio è stata dura, ricominciare: ma siamo scesi in pista più uniti di prima". Franco Morbidelli parla di "una macchia nera": la paura. "Perché tendiamo a dimenticare gli episodi, poi all'improvviso succede qualcosa e nella coscienza si risveglia questa macchina nera. Ma noi dobbiamo esorcizzarla, la paura". Correndo, dice Franky. "E' il nostro sport, la nostra passione: fermarci non avrebbe allievato il dolore della famiglia Dupasquier né il nostro, ci avrebbe solo allontanati da quella macchia nera".

I rischi delle moto sempre più veloci

Molti puntano l'indice contro gli eccessivi rischi della Moto3, la categoria più "leggera", ma dove piloti giovanissimi si sfidano a 250 kmh. "Prendono troppi rischi, questa abitudine di stare in gruppo durante le qualifiche per sfruttare la scia degli altri e abbassare il proprio tempo è molto pericolosa", spiega Oliveira. Che però - come molti altri colleghi  - sottolinea quanto sia inquietante lo sviluppo anche in MotoGP: "Le nostre moto vanno sempre più veloce, rispetto a 2 anni fa siamo scesi di un secondo a giro". Dennis Foggia è il ventenne romano che ieri ha vinto la gara cui avrebbe dovuto partecipare anche Jason Dupasquier: "In Moto3 forse andiamo davvero troppo forte, le moto sono piccole. Capisco sia bello vedere certe battaglie, lo show della bagarre: ma anche le prove libere stanno diventando pericolose", racconta. "Quando affronti un tratto 'cieco' del circuito, se qualcuno ti cade davanti all'improvviso gli finisci per forza addosso". Come sabato pomeriggio.