Sport

Poker

Dal diritto al bluff
per sognare il mondiale

Filippo Candio, 26 anni da Cagliari, sarà il primo italiano a partecipare a Las Vegas alle finali delle World Series, i mondiali di Texas Hold'em dal 6 al 9 novembre: in palio 9 milioni di dollari

5 minuti di lettura
ROMA - Dimenticare Steve McQueen e le atmosfere anni Trenta del suo Cincinnati Kid, mettere da parte l'aria furba, le carte truccate e l'occhio celeste di Paul Newman che catalizzava la telecamera nella Stangata. In questa storia la lunga carrellata di immagini che le produzioni cinematografiche hanno regalato al mondo del poker serve solo da richiamo. I volti di Elliot Gould e George Segal e le loro giocate nei casino ricostruiti da Altman in California Poker servono a far sognare, a immaginare jet set e miseria del mondo del gioco ma non sono il manifesto di quella che oggi è diventata una vera e propria industria.

E l'Italia che da poco più di due anni ha visto schizzare alle stelle il fatturato del poker, con l'ingresso delle partite on line, i tornei che a migliaia si susseguono senza sosta 24 ore al giorno, le trasmissioni televisive che impazzano dalle reti Mediaset a Eurosport fino ad un canale come Poker Italia 24 oggi interamente dedicato a questo gioco, ha trovato in un ragazzo di Cagliari di 26 anni il volto da spendere per un'impresa. Un traguardo  che fino ad oggi non ha raggiunto nessuno nel nostro paese: vincere il main event delle World Series of Poker. Diventare sotto gli occhi della Espn che ha i primi diritti dell'evento, il campione del mondo del gioco, quello che le immagini di mezzo mondo trasmetteranno sorridente davanti a una montagna di banconote seduto a un tavolo del Rio di Las Vegas.

La sua sì che sembra una storia buona per una sceneggiatura. Da un'isola dai colori straordinari a un'isola di gioco fatta esclusivamente di luci al neon, colori accesi e vite che scorrono intorno a tavoli e moquette. E' questa la storia di Filippo Candio.

"Ho iniziato come tantissimi ragazzi, diciamo come quasi tutti gli italiani che si sono avvicinati a questo gioco: gli amici, qualche serata, le partite a cinque carte nel poker classico come lo si conosceva in Europa. Poi una sera di quattro anni fa, alla tv trasmettevano un nuovo format, le carte erano due per giocatore, intorno al tavolo si sfidavano fino a nove persone. Il mio incontro col Texas Hold'em nasce nel modo più moderno possibile, tramite una trasmissione televisisva".

Da ragazzo che scopre un gioco per caso a professionista.
"Sì ma per gradi. Dopo quel programma ho partecipato per la prima volta a un torneo dal vivo, a Cagliari: cinquanta iscritti e finisco primo. Poteva essere un caso e allora ho provato ancora, altri quattro tornei e ho vinto ancora e quello forse è stato il primo momento in cui ho cominciato a immaginare che potessi trasformare l'abilità in qualcosa più di un gioco".

Figlio di uno tra i più affermati avvocati di Cagliari, iscritto a giurisprudenza: lasciare gli studi non deve essere stato facile da spiegare in famiglia.
"Ero al secondo anno quando ho lasciato. A casa non avevo ancora detto nulla, ma non è stato difficile comprendere che qualcosa era cambiato. Ero un ragazzo che abitualmente come unica entrata aveva la paghetta dei genitori, e improvvisamente per settimane e mesi non ho più chiesto un euro. Alla fine ne ho parlato con mio padre, gli ho spiegato il gioco, gli ho raccontato dei tornei e dei soldi vinti. E mio padre a quel punto ha cominciato a partecipare personalmente alle partite. Penso lo abbia fatto per passione nei confronti del poker ma soprattutto per conoscere l'ambiente che frequentavo, per sincerarsi che non fossi finito in un brutto giro. Erano tornei pieni di ragazzi e a quel punto si è divertito anche lui a giocare: qualche volta mi ha anche battuto, più spesso è capitato che finissimo in finale insieme".

Dalle partite in Sardegna al Mondiale di Las Vegas il passo però non è brevissimo.
"E' una strada fatta soprattutto di giornate davanti al computer, il Texas Hold'em (la versione di poker importata dagli Stati Uniti n. d. r.) trasformato in professione passa soprattutto dalle partite giocate al cash game su cinque tavoli in contemporanea aperti al video. Ai quali si è aggiunta una vittoria dal vivo al campionato italiano di poker. A quel punto ho parlato con i miei genitori, mio padre mi disse di provare, di vedere se davvero poteva essere una strada. Anche perché il lavoro legato alla libera professione, nel nostro paese è sempre più difficile da portare avanti. Non ha mai fatto un dramma dell'idea di non avere un figlio avvocato. Mia madre invece è stata un pochino più lenta ad accettare questo cambiamento...".

Da possibile avvocato a professionista del gioco. Difficile anche solo da pensare.
"Non ho più chiesto un centesimo a casa, ho cominciato a ragionare solo in base ai guadagni che arrivavano dal gioco on line e alla fine di ogni mese gli introiti crescevano. Ma quattro o cinque anni fa non esisteva una vera e propria idea di professionista del poker. Sì, la televisione cominciava a raccontare le storie di qualche personaggio statunitense, ma erano proprio gli inizi. Quando per mesi ho visto che costantemente ottenevo un vero e proprio stipendio dalle partite giocate per lo più sul web, ho capito che potevo tentare un ulteriore salto".

In Italia oggettivamente è ancora complesso paragonarlo a un lavoro.
"Perché da noi prevale soprattutto il concetto d'azzardo. Ma questo gioco andrebbe studiato con uno sguardo diverso, fatto di statistiche, sistemi, abilità".

Lei è per l'inserimento del poker nelle discipline sportive?
"Assolutamente sì. O quantomeno per una considerazione diversa del gioco. E' come se partecipassimo ad un torneo di scacchi in cui l'iscrizione ha un costo e chi arriva in fondo vince dei premi. Non si tratterebbe solo di spostare qualche pedina su e giù. Con l'hold'em è la stessa cosa, non è solo una questione di carte fortunate e soprattutto non è una sfida da bisca tra fumo ed eccessi".

In Italia il gioco è stato quantomeno regolamentato.
"Ma siamo all'inizio, penso che il mercato andrebbe aperto completamente, senza tante distinzioni tra partite on line e partite al circolo. Basti pensare che da noi è legale sfidarsi sul web e passibile di denuncia giocare dal vivo al medesimo gioco. Da questo punto di vista siamo ancora un po' indietro. Per qualcuno poi vincere a poker equivale all'acquisto di un biglietto del superenalotto e con una mentalità simile è inevitabile mantenere un atteggiamento proibizionista nei confronti delle stesse partite".

I tornei, le partite a Cagliari, le discussioni con altri ragazzi che si affacciavano a questo gioco, ma arrivare fino all'ultimo giorno dei Mondiali di Las Vegas è stata solo una delle tante occasioni del momento?
"Ho preparato la trasferta per settimane. Ho studiato i giocatori americani al video e con le statistiche presenti sul web, ho simulato differenti soluzioni di gioco partendo da basi matematiche applicate alla ripetizione di determinati comportamenti in precise situazioni di gioco. Ho memorizzato un certo tipo di partita e poi finalmente sono partito per Las Vegas e qui è successo il classico imprevisto...".

Ha cominciato a perdere...    
"Sì. Giocavo bene, andavo avanti nei tornei, poi mi perdevo per colpa di una sciocchezza. Ricominciavo con un nuovo torneo, guadagnavo tantissime chip, e ancora una volta un errore distruggeva tutto quello che avevo costruito. Poi è arrivata la notte che di fatto ha rappresentato la svolta della mia esperienza americana".

Ancora un torneo?
"No, sono entrato al Venetian, uno dei casino più conosciuti sulla Strip di Las Vegas. Avevo duemila dollari in tasca per giocare cash (una partita non in formula torneo n. d. r.). E ho cominciato a vincere. Sempre di più. Mi sono ritrovato con 23mila dollari davanti. E in un colpo, una sola giocata in cui ero in vantaggio quasi al 95%, ho perso tutto. A quel punto ho preso l'unica decisione possibile visto lo stato d'animo. Ero nella capitale del gioco e ho smesso di giocare. Del tutto. Mi sono allenato tutti i giorni, palestra, corsa, vita più regolare. Mi sono presentato alle iscrizioni del primo giorno del main event, quello in cui statisticamente si incontrano gli avversari meno preparati. Ma avevo calcolato male i giorni per farmi accreditare i soldi necessari all'iscrizione (10.000 euro) e a quel punto me li sono fatti prestare da un altro giocatore, Salvatore Bonavena".

E sono cominciati i sogni.
"Avevo davanti centinaia di giocatori a pezzi per giorni e giorni di partite. Io invece ero in forma, preparato fisicamente e con un'idea precisa di partita. Sono stato concentrato con le carte in mano per sei giorni, prima di raggiungere il tavolo finale".

Primo italiano (sui 7.319 iscritti) a essere riuscito nell'impresa. La sfida finale è prevista tra il 6 e il 9 novembre. Primo premio 8,9 milioni di dollari, mentre 811mila sono stati già versati sul conto di Filippo Candio.
"Parto tra qualche giorno, con tre settimane d'anticipo sulla finale. Per prepararla alla perfezione. Con me nessun parente, solo qualche amico e giocatore come Gabriele Lepore e Flavio Ferrari Zumbini. Mi aiuteranno a studiare gli ultimi dettagli".

E se davvero diventasse il primo italiano a vincere il Mondiale?
"Nessun progetto particolare. Ricomincio da Cagliari. Il mio centro del mondo".
I commenti dei lettori