ROMA - Mille lire, i soldi per la merenda. Dario Nittolo era già soprannominato "bonzo" quando con i suoi amici d'infanzia giocava a livelli bassissimi al poker classico. Quattordici anni, cinque carte in mano e qualche bluff, senza pensare che quello un giorno sarebbe stato il suo mestiere. Oggi Nittolo è un vero professionista del team GDpoker, parla lo slang nato nei casinò di Las Vegas, anche se il suo accento napoletano è tenace.
Dopo le partitelle con gli amici, quando hai cominciato a fare sul serio?
"Le sfide da ragazzino sono un bel ricordo, anche se alla fine ti dovevi accontentare di 1.000-2.000 lire. I primi veri tornei però li ho giocati on line. Era il 2006, io puntai sulla vittoria dell'Italia al Mondiale e con la cifra vinta cominciai a giocare qualche torneo molto economico. Pochi euro per mettere da parte i soldi un po' alla volta, per fare qualche esperienza nei vecchi circoli napoletani, ma il mio primo pensiero erano gli studi. Il poker mi ha dato la grande possibilità di pagarmi la facoltà di Economia. Certo, non sono stato puntuale come uno studente modello, ma per forza di cose la laurea è passata in secondo piano. Manca poco".
E comunque essere un poker player è una bella cosa da mettere in curriculum...
"Certamente. A Wall Street apprezzano molto la nostra capacità di prendere le decisioni di fronte al rischio, di sapere gestire il denaro e di intuire come potrebbe mettersi la situazione. Chissà, magari un giorno abbandonerò il poker per occuparmi di finanza. Tanti giocatori lavorano in borsa e io ho già cominciato ad investire. Presto aprirò insieme a un gruppo di amici un fast food chiamato "Lasagnam" e la specialità della casa la potete intuire. Bisogna pure pensare alla pensione, no?"
Quali sono i pro e i contro della vita da grinder?
"Amo vincere e viaggiare. Sono le emozioni più forti che mi dà il lavoro. Non è solo una questione di soldi. Certo devo chiudere l'anno con un bilancio positivo, ma la prima cosa che ho in mente è di non accontentarmi del secondo posto tra centinaia di iscritti. Non accetto mai il deal (l'accordo tra due finalisti di dividersi il montepremi, ndr.) perché voglio far capire al mio avversario di essere più forte. Non mi accontento, del denaro voglio anche un po' di gloria. E poi mi piace viaggiare. In pratica vivo con la valigia pronta. Seguo molti tornei in giro per il mondo e poi ogni tanto devo tornare a Napoli, dalla mia famiglia, allo stadio e dai miei amici. Il lato negativo del mio lavoro sta nel fatto che vedi poco la luce del giorno, nella difficoltà a vedere spesso le persone care. Ma per amore di una donna potrei stravolgere i miei orari".
Anche i soldi non sono male?
"Ma non bisogna pensare che sia così facile. I giocatori che vivono di poker sono meno del 7%. Ci vuole tanto studio e tanto impegno e per emergere dalla folla devi lavorare tanto. A volte ci paragonano anche ai calciatori, ma farei a cambio volentieri con il conto in banca di un giocatore di serie A".
Ora studi e lavori a Roma, ogni tanto ti manca Napoli?
"Napoli per un napoletano è la città più bella del mondo. Napoli è più bella di Las Vegas. Ora però vivo a Roma, una città stupenda. I romani mi hanno accolto a braccia aperte, e anche gli altri giocatori del GDteam sono un punto di riferimento. Ogni tanto però devo tornare a casa. A 26 anni mi sono perso forse un paio di partite al San Paolo, se c'è un incontro importante non gioco, perché so che non riuscirei a concentrarmi. E poi sono molto legato alla famiglia".
Come sono i giocatori napoletani?
"Il nostro carattere rappresenta un grande svantaggio. E' difficile trattenere le emozioni, siamo curiosi e vogliamo mostrare di essere i più furbi. Questo è un male. Però, una volta superati questi difetti, possiamo sfruttare quella innata capacità di arrangiarci. Una volta domato il cavallo di razza è invincibile".
Qual è il tuo campo di battaglia preferito?
"Senza dubbio il cash game. Sono anni che attendo di poter giocare in Italia e ora che questa variante diverrà legale la vita di noi player cambierà in positivo. Soprattutto perché il torneo può durare anche qualche ora e un professionista ama stare il meno possibile davanti al pc. Probabilmente riuscirò ad avere una vita più regolare. Partirà a luglio e io ho deciso di rinunciare anche ai campionati di Las Vegas pur di farmi trovare pronto".
Oltre alla variante, ogni giocatore ha qualcosa che lo distingue...
"All'inizio ero famoso anche per un paio di occhiali molto stravaganti che portavo al tavolo. Li presi a Tallin durante una festa della birra e devo dire che sono riuscito a farmi notare. Mi servivano anche per apparire un principiante, ma ormai il mio volto è noto. Il mio nickname "bonzo" è dovuto al fatto che sono sempre stato chiamato così. Da piccolo portavo la testa rasata, avevo delle guance paffutelle. Non l'ho mai cambiato".
I giocatori di poker non sono scaramantici vero?
"Si".
Il Napoli vincerà lo scudetto il prossimo anno?
"Per ora sono contento delle emozioni che sto provando".
Dopo le partitelle con gli amici, quando hai cominciato a fare sul serio?
"Le sfide da ragazzino sono un bel ricordo, anche se alla fine ti dovevi accontentare di 1.000-2.000 lire. I primi veri tornei però li ho giocati on line. Era il 2006, io puntai sulla vittoria dell'Italia al Mondiale e con la cifra vinta cominciai a giocare qualche torneo molto economico. Pochi euro per mettere da parte i soldi un po' alla volta, per fare qualche esperienza nei vecchi circoli napoletani, ma il mio primo pensiero erano gli studi. Il poker mi ha dato la grande possibilità di pagarmi la facoltà di Economia. Certo, non sono stato puntuale come uno studente modello, ma per forza di cose la laurea è passata in secondo piano. Manca poco".
E comunque essere un poker player è una bella cosa da mettere in curriculum...
"Certamente. A Wall Street apprezzano molto la nostra capacità di prendere le decisioni di fronte al rischio, di sapere gestire il denaro e di intuire come potrebbe mettersi la situazione. Chissà, magari un giorno abbandonerò il poker per occuparmi di finanza. Tanti giocatori lavorano in borsa e io ho già cominciato ad investire. Presto aprirò insieme a un gruppo di amici un fast food chiamato "Lasagnam" e la specialità della casa la potete intuire. Bisogna pure pensare alla pensione, no?"
Quali sono i pro e i contro della vita da grinder?
"Amo vincere e viaggiare. Sono le emozioni più forti che mi dà il lavoro. Non è solo una questione di soldi. Certo devo chiudere l'anno con un bilancio positivo, ma la prima cosa che ho in mente è di non accontentarmi del secondo posto tra centinaia di iscritti. Non accetto mai il deal (l'accordo tra due finalisti di dividersi il montepremi, ndr.) perché voglio far capire al mio avversario di essere più forte. Non mi accontento, del denaro voglio anche un po' di gloria. E poi mi piace viaggiare. In pratica vivo con la valigia pronta. Seguo molti tornei in giro per il mondo e poi ogni tanto devo tornare a Napoli, dalla mia famiglia, allo stadio e dai miei amici. Il lato negativo del mio lavoro sta nel fatto che vedi poco la luce del giorno, nella difficoltà a vedere spesso le persone care. Ma per amore di una donna potrei stravolgere i miei orari".
Anche i soldi non sono male?
"Ma non bisogna pensare che sia così facile. I giocatori che vivono di poker sono meno del 7%. Ci vuole tanto studio e tanto impegno e per emergere dalla folla devi lavorare tanto. A volte ci paragonano anche ai calciatori, ma farei a cambio volentieri con il conto in banca di un giocatore di serie A".
Ora studi e lavori a Roma, ogni tanto ti manca Napoli?
"Napoli per un napoletano è la città più bella del mondo. Napoli è più bella di Las Vegas. Ora però vivo a Roma, una città stupenda. I romani mi hanno accolto a braccia aperte, e anche gli altri giocatori del GDteam sono un punto di riferimento. Ogni tanto però devo tornare a casa. A 26 anni mi sono perso forse un paio di partite al San Paolo, se c'è un incontro importante non gioco, perché so che non riuscirei a concentrarmi. E poi sono molto legato alla famiglia".
Come sono i giocatori napoletani?
"Il nostro carattere rappresenta un grande svantaggio. E' difficile trattenere le emozioni, siamo curiosi e vogliamo mostrare di essere i più furbi. Questo è un male. Però, una volta superati questi difetti, possiamo sfruttare quella innata capacità di arrangiarci. Una volta domato il cavallo di razza è invincibile".
Qual è il tuo campo di battaglia preferito?
"Senza dubbio il cash game. Sono anni che attendo di poter giocare in Italia e ora che questa variante diverrà legale la vita di noi player cambierà in positivo. Soprattutto perché il torneo può durare anche qualche ora e un professionista ama stare il meno possibile davanti al pc. Probabilmente riuscirò ad avere una vita più regolare. Partirà a luglio e io ho deciso di rinunciare anche ai campionati di Las Vegas pur di farmi trovare pronto".
Oltre alla variante, ogni giocatore ha qualcosa che lo distingue...
"All'inizio ero famoso anche per un paio di occhiali molto stravaganti che portavo al tavolo. Li presi a Tallin durante una festa della birra e devo dire che sono riuscito a farmi notare. Mi servivano anche per apparire un principiante, ma ormai il mio volto è noto. Il mio nickname "bonzo" è dovuto al fatto che sono sempre stato chiamato così. Da piccolo portavo la testa rasata, avevo delle guance paffutelle. Non l'ho mai cambiato".
I giocatori di poker non sono scaramantici vero?
"Si".
Il Napoli vincerà lo scudetto il prossimo anno?
"Per ora sono contento delle emozioni che sto provando".