Pedro Sánchez e il tempo di reazione
di Gabriele RomagnoliGuardando i quarti di finale di Champions il pensiero è andato a Pedro Sánchez. Non è un giocatore del Barcellona, dell’Atletico o del Real, né uno spagnolo del Bayern: della Spagna è il leader politico. E dunque che cosa c’entra con le avvincenti partite che hanno opposto due formazioni iberiche tra di loro e la terza con i campioni di Germania? Il punto determinante è: il tempo di reazione. È la distanza tra un’azione e il pensiero che conduce alla successiva.
La visione degli incontri a eliminazione diretta delle Coppe induce a una ricorrente considerazione: questo (rispetto alla serie A) è un altro sport. Capita che il profano si sieda davanti al televisore con l’appassionato, osservi per cinque minuti, veda un gol e tre occasioni per farne altri, il pallone sempre in viaggio, non un calciatore fermo e domandi: «Ma questi sono gli highlight?». No, è lo spettacolo bellezza. Poi si torna alle nostre “superbe ruine” e ci si domanda come ridiventare re, che cosa prendere da quelle le…
Guardando i quarti di finale di Champions il pensiero è andato a Pedro Sánchez. Non è un giocatore del Barcellona, dell’Atletico o del Real, né uno spagnolo del Bayern: della Spagna è il leader politico. E dunque che cosa c’entra con le avvincenti partite che hanno opposto due formazioni iberiche tra di loro e la terza con i campioni di Germania? Il punto determinante è: il tempo di reazione. È la distanza tra un’azione e il pensiero che conduce alla successiva.
La visione degli incontri a eliminazione diretta delle Coppe induce a una ricorrente considerazione: questo (rispetto alla serie A) è un altro sport. Capita che il profano si sieda davanti al televisore con l’appassionato, osservi per cinque minuti, veda un gol e tre occasioni per farne altri, il pallone sempre in viaggio, non un calciatore fermo e domandi: «Ma questi sono gli highlight?». No, è lo spettacolo bellezza. Poi si torna alle nostre “superbe ruine” e ci si domanda come ridiventare re, che cosa prendere da quelle lezioni di gioco e importarlo. Allora si indica la cantera del Barça, confrontandola con il destino diasporico della Next Gen juventina. Si valutano rivoluzioni regolamentari, dai minuti effettivi alle espulsioni stile pallanuoto, alla riduzione delle squadre ammesse alla massima divisione, oscillando tra il sacrosanto e il bislacco. S’attende la venuta di Abete o Malagò, che agli ingenui fa dire: «Ma chi, il figlio?». Si invoca la liberazione del talento: guarda Yamal, Güler, Olise, Álvarez. Non basta a fare la differenza, non quella complessiva, che non riguarda la giocata, ma il gioco: è il tempo di reazione.
Era l’inizio di marzo quando Pedro Sanchez disse no a Trump, all’inchino, alla complicità nell’erosione del diritto internazionale, a una guerra preludio di un ordine mondiale basato esclusivamente sulla forza e incurante della ragione. In Italia (dopo il dileggio e aridaje co’ Zapatero) ci si è arrivati oltre un mese più tardi. Se guardi giocare le formazioni spagnole, il Psg allenato da Luis Enrique o certi momenti ancora del City di Guardiola, il segreto è nella velocità con cui si pensa e agisce di conseguenza. Quando un giocatore si predispone per ricevere il passaggio ha già in mente che cosa fare del pallone, ha considerato il pericolo di un avversario che gli rovinerà addosso, individuato il compagno meglio piazzato. Non prende palla, la ferma e si guarda intorno, aspettando di capire da che parte sia meglio andare, magari indietro, si sa mai. Non sono highlight, è la vita in tempo reale e non consente replay.