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Ancelotti e gli altri, non passi il ct straniero

Carlo Ancelotti, ct del Brasile (afp)

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Dagli ex allenatori brasiliani un ultimatum: “Vinca il Mondiale e se ne vada”. La professionalità ha confini: anche Tuchel è mal tollerato in Inghilterra
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C’era una volta l’eroe dei due mondi. Anche se nell’America del Nord a Garibaldi offrirono soltanto il mezzo comando dell’esercito unionista e purché non insistesse con la liberazione degli schiavi. Non se ne fece niente: Peppino non transigeva. Carletto Ancelotti invece è sbarcato in Brasile, dopo aver vinto campionati e trofei stranieri in Francia, Inghilterra, Germania e Spagna, con pieni poteri per portare la Coppa del mondo, ma per ora ha raccolto soltanto invidia e ipocrisia. A una serata in suo onore gli ex allenatori gli hanno intimato: “Vinca il mondiale, poi se ne vada. Il Brasile ai brasiliani”. Con questa generazione carioca, inferiore a quelle di Argentina, Francia e Spagna, l’eventuale successo nel 2026 meriterebbe un monumento in ogni città e un contratto a vita.

Evidentemente anche la riconoscenza ha confini, come li si mettono alla professionalità. In Inghilterra hanno tollerato uno svedese (Eriksson) e un italiano (Capello) perché dotati di un certo aplomb, ma il ted…

C’era una volta l’eroe dei due mondi. Anche se nell’America del Nord a Garibaldi offrirono soltanto il mezzo comando dell’esercito unionista e purché non insistesse con la liberazione degli schiavi. Non se ne fece niente: Peppino non transigeva. Carletto Ancelotti invece è sbarcato in Brasile, dopo aver vinto campionati e trofei stranieri in Francia, Inghilterra, Germania e Spagna, con pieni poteri per portare la Coppa del mondo, ma per ora ha raccolto soltanto invidia e ipocrisia. A una serata in suo onore gli ex allenatori gli hanno intimato: “Vinca il mondiale, poi se ne vada. Il Brasile ai brasiliani”. Con questa generazione carioca, inferiore a quelle di Argentina, Francia e Spagna, l’eventuale successo nel 2026 meriterebbe un monumento in ogni città e un contratto a vita.

Evidentemente anche la riconoscenza ha confini, come li si mettono alla professionalità. In Inghilterra hanno tollerato uno svedese (Eriksson) e un italiano (Capello) perché dotati di un certo aplomb, ma il tedesco Tuchel lo vivono come un invasore. In Italia non sarà mai chiaro perché, dovendo sostituire Spalletti (ma anche Mancini prima di lui), non fosse possibile fare una telefonata con il prefisso internazionale a un allenatore pluri-vincente (“Hallo, Zinedine? Comment va la tete?”). Si preferisce semmai un discepolo, una copia, un imitatore per momenti di puro cabaret: il Guardiola de noantri, il Mamdani all’italiana, il Trump alla napoletana. Soltanto sul papa straniero ci si è messi d’accordo e funziona così bene che indietro non si torna.

La nazione va sostenuta: non si tifa contro e non si tifa fuori. Neppure un figlio del re d’Inghilterra, duca di Sussex, può serenamente andare a una partita di baseball a Los Angeles e indossare un cappellino dei Dodgers. Dall’altra parte c’è la squadra di Toronto, Canada, membro del Commonwealth: alto tradimento. Harry a pezzi, costretto a scusarsi e magari a ripresentarsi al possibile incontro di calcio tra Los Angeles e Vancouver con un copricapo giudicato più consono. Eppure nello sport non si decide, ci s’innamora: per un gesto, un modo di stare in campo un colore della maglia, un motivo inspiegabile, come spesso accade nelle passioni, ma quel Giorgetti lì, che tifa Southampton, dev’essere un po’ confuso e te lo credo che poi sbaglia manovra. Dicono: il San Paolo, nella semifinale del ’90, era per Maradona. E quello gli ha portato via la qualificazione e pure il nome allo stadio. Meglio stare con i tuoi. Poi ti cade dal cielo Jannik Sinner e ronzano i distinguo. Lasciamo vincere.

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