Di che cosa parliamo quando parliamo di emozione? O di nazione? È l’inatteso che genera l’entusiasmo, individuale o popolare. Prendi questa Davis, zingara. L’avevamo detto e predetto in tanti: non è la vera Coppa, è un’insalatiera di silver, due-tre partite e via, non c’è dramma, non c’è passione. Poi sbuca, all’ora dell’aperitivo, che si fa di cena (senza declassarsi ad apericena) questo Cobolli Flavio, in un’arena di Bologna, a battersi contro un diavolo nibelungo. Per grazia ricevuta gli dei del palinsesto gli tolgono l’eredità e la funzione serale, lasciandolo al cospetto di milioni di italiani perplessi: non è Francesca e non è Sinner. L’effetto è quello di certi momenti olimpici. La finale di pallanuoto a Barcellona ’92, per dire: Italia contro Spagna, ma per il 99% dei telespettatori calottine scure contro calottine chiare, il punteggio che oscilla, la sensazione crescente che l’esito conti per le vite di tutti. Per fare sensazione ci vogliono il risultato e il modo. Sinner avr…
Di che cosa parliamo quando parliamo di emozione? O di nazione? È l’inatteso che genera l’entusiasmo, individuale o popolare. Prendi questa Davis, zingara. L’avevamo detto e predetto in tanti: non è la vera Coppa, è un’insalatiera di silver, due-tre partite e via, non c’è dramma, non c’è passione. Poi sbuca, all’ora dell’aperitivo, che si fa di cena (senza declassarsi ad apericena) questo Cobolli Flavio, in un’arena di Bologna, a battersi contro un diavolo nibelungo. Per grazia ricevuta gli dei del palinsesto gli tolgono l’eredità e la funzione serale, lasciandolo al cospetto di milioni di italiani perplessi: non è Francesca e non è Sinner. L’effetto è quello di certi momenti olimpici. La finale di pallanuoto a Barcellona ’92, per dire: Italia contro Spagna, ma per il 99% dei telespettatori calottine scure contro calottine chiare, il punteggio che oscilla, la sensazione crescente che l’esito conti per le vite di tutti. Per fare sensazione ci vogliono il risultato e il modo. Sinner avrebbe recitato un action movie (un’ora e qualcosa di martellate laser 6-3 6-3), Cobolli ha improvvisato un thriller. Da quando una maglia azzurra non faceva lo stesso effetto? In quale partita della Nazionale di calcio avete visto i giocatori in panchina mordersi la tuta, i parenti in tribuna piangere, il penultimo diventare il primo? Beato chi c’era 19 anni fa, a Berlino, al rigore di Fabio Grosso, di cui Flavio Cobolli è la riproposizione sotto diverse spoglie.
La costruzione di una nazionale
La partecipazione non nasce dalla vittoria, quella è un’ascesa in corsa sul carro che transita. A generarla è la sua incerta vigilia, la trasmissione di una vibrazione che non passa per il cervello, ancora scettico («Alcaraz se li mangerebbe, insieme») e non stuzzicato dalla serotonina dei guadagni (chi vince si porta a casa la mancia data ai raccattapalle di Riad). Il cuore di Edoardo Bove in tribuna aveva il battito che il calcio non fa più registrare, non con quei colori. Si perde, si viene eliminati, ci si dispera ognuno per conto proprio e si torna a casa, nel proprio club, dove importa che non ci siano stati infortuni. Si mettono in piedi tornei per fare incassi per farne altri, distribuendo premi per comprare giocatori per fare più tornei che fanno più incassi. Chi soffre davvero alla Nations League? La costruzione di una nazionale è simile a quella di una nazione. Non la basi sull’idea di un singolo o di una parte, non lasci indietro nessuno, distribuisci opportunità, susciti condivisione, rinneghi eredità, non richiedi cronache tifose. Solo così poi, se puoi, vinci.