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Gianni Mura, non è vero che non c’è

Gianni Mura 

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Il ricordo del grande giornalista sportivo, che oggi avrebbe compiuto 80 anni
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Il giorno in cui fece vent’anni, Gianni Mura stava preparando la borsa per andare a una corsa di ciclismo. Era il suo primo compleanno da giornalista, 9 ottobre 1965, e lo avrebbe passato dietro al Giro di Lombardia per dilettanti, il Gran Premio Brill, partenza da Bruzzano. Il giovane Mura era arrivato in Gazzetta undici mesi prima e le versioni su quell’approdo sono due. La prima dice che una compagna di classe del Manzoni, liceo classico, gli riferì che in redazione cercavano uno. Lei era la figlia del direttore amministrativo del giornale, lui sapeva che gli piaceva scrivere, scrivere nel senso di raccontare. La seconda sostiene che la Gazzetta avesse una specie di accordo con la scuola, alla fine della maturità segnalava uno o due nomi dei più bravi in italiano.

Nel libro Tanti amori-Conversazioni con Marco Manzoni, molto tempo dopo Mura avrebbe detto che «la Gazzetta non era il mio giornale preferito. Non solo leggevo il Giorno e il Corriere, ma pensavo che dovessero mandare in …

Il giorno in cui fece vent’anni, Gianni Mura stava preparando la borsa per andare a una corsa di ciclismo. Era il suo primo compleanno da giornalista, 9 ottobre 1965, e lo avrebbe passato dietro al Giro di Lombardia per dilettanti, il Gran Premio Brill, partenza da Bruzzano. Il giovane Mura era arrivato in Gazzetta undici mesi prima e le versioni su quell’approdo sono due. La prima dice che una compagna di classe del Manzoni, liceo classico, gli riferì che in redazione cercavano uno. Lei era la figlia del direttore amministrativo del giornale, lui sapeva che gli piaceva scrivere, scrivere nel senso di raccontare. La seconda sostiene che la Gazzetta avesse una specie di accordo con la scuola, alla fine della maturità segnalava uno o due nomi dei più bravi in italiano.

Nel libro Tanti amori-Conversazioni con Marco Manzoni, molto tempo dopo Mura avrebbe detto che «la Gazzetta non era il mio giornale preferito. Non solo leggevo il Giorno e il Corriere, ma pensavo che dovessero mandare in pensione Moravia e il Diario d’Africa e prendere me che l’avrei fatto meglio. Però non conoscevo nessuno al Corriere, allora ho pensato: – Vado a questa cazzo di Gazzetta, sto lì quattro o cinque mesi, poi mi laureo e, male che vada, insegnerò francese a Carate Brianza».

Sarebbe rimasto otto anni, facendo la trafila dei trafiletti senza firma fino al primo pezzo, un’intervista con José Germano de Sales, ala sinistra del Milan, una colonna sottile sottile a pagina cinque. Prima parola scritta: “Palleggio”. L’ultima, 56 anni più tardi, sarà “mente”.

Il ciclismo era arrivato nel mese di aprile del ‘65, per caso, tra un sunto settimanale di venti righe su Solbiatese-Marzotto Valdagno nel girone A della serie C e qualche incursione al campo d’allenamento del Milan. Era successo che alla Sanremo una delle firme del ciclismo, Nino Rota, fosse caduto dalla moto. Dovettero operarlo alla testa, si liberò un posto, fecero un tentativo. Quel tentativo sarebbe diventato Gianni Mura.

Il primo pezzo di ciclismo fu un’intervista con Franco Cribiori alla Coppa Bernocchi, ma per anni avrebbe ricordato che si trattava di Carlesi. Funzionò. Lo mandarono al Giro che partiva da San Marino a raccogliere le parole dei corridori dopo il traguardo per una rubrica che si chiamava “il Processino”, un bignami su carta di quello grande fatto da Zavoli in tv. Era il Giro in cui debuttava pure un corridore bergamasco di nome Felice e di cognome Gimondi. In effetti bravino pure lui.

A L’Aquila, Mura vide “uno spettatore multicrinito e pluribaffuto”; a Rocca di Cambio scrisse che Vito Taccone aveva “una lunga sbiadita faccia da pellicano malinconico” e che quel posto gli pareva “una canzone d’amore fatta pietra, fatta luce”; a Palermo definì una delle miss sul palco “la dulcinea dei suiveurs pennaioli” e dinanzi alla povertà delle case di Palma di Montechiaro scrisse che “saremmo sul punto di vergognarci di essere uomini, se gli uomini sono tali da permettere il permanere di una situazione tragicamente insostenibile”.

Tornò in redazione e gli dissero che era stato bravo. Diciannove anni, e scrivere così. Sarebbe presto finito in prima pagina con una intervista a Gianni Motta prima del Tour, e dopo il Tour al paese di Gimondi per raccontare la vita quotidiana di una maglia gialla nel suo guscio. Attaccò così: “Il cuore di Sedrina è costituito dal cimitero, un cimitero piccolino, lindo e pieno di verde, con molte croci in ferro battuto, come ormai se ne vedono poche. Un cimitero in salita, che i riverberi dei fuochi artificiali illuminano di morbide scie colorate, così che spontaneamente si pensa a «Non è ver che sia la morte», al becchino Antonio, al ladro Bassano e alle vecchie e sempre vive figure di quel tenero mago che è Mosca. Sedrina ha un'unica strada, la provinciale, e anche una bella chiesa, bella solo nella facciata, anzi stupenda, con quell'arieggiare delle opere veneziane di Mauro Coducci; naturalmente il signor ingegnere ha piazzato di lato un orribile campanile con orologio al neon, e l'incanto è di breve durata. La casa dei Gimondi e proprio dirimpetto al cimitero, una casa come un alveare, con cento e cento persone che entrano a felicitarsi, ad abbracciare, a guardare le foto della signora Angela sui giornali della sera”.

Quando fu chiaro che prima o poi sarebbe stato un campione pure lui, andando a raccontare il Tour e le albicocche del Drôme-Ardèche, il giovane Mura spense le venti candeline sul Ghisallo, il colle dove c’è un santuario della Madonna che papa Pio XII un giorno proclamò protettrice dei ciclisti. Oh, comunque quel piccolo Lombardia venne vinto da Ercole Gualazzini, di un anno più grande di lui, un signor corridore da professionista con quattro tappe vinte al Giro, due al Tour e una alla Vuelta. Il figlio di sua figlia, Alberto Cerri, gioca nel Como.

Vent’anni più tardi, al compleanno numero 40, è già il Mura che nei Sette Giorni di Cattivi Pensieri osserva un esorbitante Preben Elkjaer e scrive che “c’è del macho in Danimarca”. Quando ne ha fatti da poco cinquanta, firma una memorabile intervista con Enzo Bearzot, il quale gli confessa di avere un solo rammarico, «non essere riuscito a rimetter pace fra Brera e Giovanni Arpino». Il giorno dei 60 esce invece un’intervista con Luciano Spalletti che gli parla del suo trattore, «un Fiat 455 rosso. Che, non mi ci vede come contadino? Uso il trincia per tenere l'erba rasa sotto gli ulivi, poto le piante da frutto, tengo basse le acacie, tolgo i rami secchi agli alberi del bosco, tengo puliti i ciglioni». Poi vola a Palermo per la partita della Nazionale, la sera della qualificazione di Marcello Lippi ai Mondiali di Germania.

Oggi ne avrebbe compiuti 80. C’è la Nazionale, c’è un Lombardia alle porte, c’è stato un Europeo vinto da Pogacar nel Drôme-Ardèche. Gianni Mura lo trovi se lo vuoi trovare. Non è vero che non c’è. Manca, ma c’è.

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