✕

Michele Scarponi e quel sogno del Giro d’Italia diventato destino

Ascolta l'audio

Il 22 aprile del 2017 l’aquila di Filottrano fu uccisa da un furgone alle otto del mattino, mentre si allenava. Ora la Fondazione che porta il suo nome insegna sicurezza stradale e rispetto
2 minuti di lettura

Ora che il cinema italiano ha cominciato a raccontare i borghi e gli angoli remoti, quel pezzo di Paese che abbiamo trascurato e dimenticato pensando che esistessero solo Roma e Milano, Milano e Roma, sembra che la faccia di Michele Scarponi da Filottrano sia perfetta per ragionare su certe vite che rischiano di restare inespresse, nascoste.

Da Filottrano, da tutte le Filottrano sparse per l’Italia, ci si mette in viaggio per qualcosa che non si vede, non si tocca, certe volte non si può neppure raccontare, perché se un sogno lo racconti o ti prendono per matto oppure la magia svanisce, nel peggiore dei casi tutt’e due le cose assieme.

Il sogno che Michele Scarponi per molto tempo non confessò a nessuno si muoveva e per convenzione la chiamiamo libertà. Si poteva trovare in un parco giochi racchiuso fra tre case, un fienile, dei capannoni. Aveva le ali dei racconti dei nonni che ascoltavano le corse di Coppi alla radio. Aveva le ruote di una Bianchi arrivata in casa nel giorno della…

Ora che il cinema italiano ha cominciato a raccontare i borghi e gli angoli remoti, quel pezzo di Paese che abbiamo trascurato e dimenticato pensando che esistessero solo Roma e Milano, Milano e Roma, sembra che la faccia di Michele Scarponi da Filottrano sia perfetta per ragionare su certe vite che rischiano di restare inespresse, nascoste.

Da Filottrano, da tutte le Filottrano sparse per l’Italia, ci si mette in viaggio per qualcosa che non si vede, non si tocca, certe volte non si può neppure raccontare, perché se un sogno lo racconti o ti prendono per matto oppure la magia svanisce, nel peggiore dei casi tutt’e due le cose assieme.

Il sogno che Michele Scarponi per molto tempo non confessò a nessuno si muoveva e per convenzione la chiamiamo libertà. Si poteva trovare in un parco giochi racchiuso fra tre case, un fienile, dei capannoni. Aveva le ali dei racconti dei nonni che ascoltavano le corse di Coppi alla radio. Aveva le ruote di una Bianchi arrivata in casa nel giorno della Prima Comunione. Dentro le case degli Scarponi, il Giro d’Italia non era solo una corsa, era un tempo dell’anno, un rito collettivo, era un gigantesco destino infilato dentro una promessa infantile: "Da grande voglio correre il Giro d’Italia, e vincerò io”. Sarebbe successo per davvero, dopo tutte le corse al massacro coi cugini, dove Michele perdeva perché era troppo leggero, ma scoprendo il senso della fatica e della velocità.

Se è vero come diceva il vecchio Shakespeare che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, allora è vero pure che senza gli incontri misteriosi e giusti quei sogni non sono niente. È questo probabilmente il senso inafferrabile di Michele Scarponi. Profondo come una salita, il libro uscito qualche giorno fa e prenotabile presso la Fondazione Michele Scarponi con una donazione.

Lo ha scritto Alessandra Giardini, il coordinamento è realizzato da Gino Cervi, un racconto delicato di origini e destino, dove c’è un Olivo Lancioni che nota il talento, c’è un Mario Austero che misura i progressi, c’è un Gino Bartali che azzarda previsioni. Nei posti di certi incantesimi come Filottrano c’è sempre un carabiniere come Mario Accorroni che dice a un papà: “Oh, mettilo in bicicletta, ’sto monello”. C’è la scuola trascurata perché “il ciclismo è la mia strada” e ci sono i Lucignolo che a un certo punto sulla strada ti ci portano davvero, ma è quella sbagliata.

Se Michele Scarponi è rimasto Michele Scarponi nonostante tutto, senza perdersi, senza smarrirsi, lo deve ad Anna e ai gemelli Giacomo e Tommaso, il motivo che aveva per alzarsi, per pedalare, per continuare a coltivare un desiderio. Giardini racconta la caduta e la rinascita, la cupezza e la leggerezza ritrovata, la maglia rosa e la mantellina azzurra della Nazionale. Racconta lo Scarponi che parla con la sua bicicletta per convincerla a dargli tutto e racconta il Michele che non vedeva l’ora nascessero i bambini per annusarli, tenerli in braccio.

Nel logo della Fondazione Scarponi, Michele non scappa, non rincorre, non vola, sebbene il suo soprannome fosse l’aquila di Filottrano. Michele l’aquila ce l’ha disegnata dietro una spalla, ma sta dritto, fermo, immobile, con il piede sinistro a terra, nella posa che tenne durante una tappa sul Colle dell’Agnello, un gesto antico, nobile, la montagna dove si fermò per aspettare il suo capitano Vincenzo Nibali e scortarlo per andare a vincere il Giro.

"Sei morto da capitano, lo eri e lo sarai sempre”, disse Davide Cassani il giorno del funerale. Il 22 aprile del 2017, a Filottrano, Michele era stato ucciso da un furgone alle otto del mattino, mentre si allenava. La Fondazione, con il lavoro del fratello Marco, insegna sicurezza stradale e rispetto. Insegna a sognare e desiderare avendo una bicicletta sotto di sé.

Leggi i commenti