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Sinner e Cobolli a lezione da Immanuel Kant

Jannik Sinner 
La rubrica “Monday’s net”
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Grazie all’intelligenza artificiale, i filosofi stanno vivendo la loro età dell’oro: sono i migliori — ci spiegano — nell’insegnare a ChatGPT o a Claude i percorsi del ragionamento umano, che poi le batterie di server replicano e amplificano. Fosse nato nel 1994 anziché nel 1724, Immanuel Kant sarebbe dunque ora un milionario. Ma, insegnato a far soldi, ci avrebbe privato delle sue fondamentali analisi. Per esempio, nel 1797 scrisse che il dovere d’attenersi alla realtà in qualsiasi resoconto “è incondizionato” e dunque “fa distinzione fra persone verso cui sia possibile avere questo dovere e persone nei cui confronti sia possibile distaccarsene”. Ho sempre pensato che ogni cronista, dal nerista di provincia all’inviato di fama globale, dovrebbe giurare posando la destra su un’edizione della Akademie-Ausgabe, dove sono contenuti questo e altri sacrosanti comandamenti laici vergati dal pensatore tedesco.

Di fatto, però, è raro che la regola kantiana sia rispettata, non foss’altro perché la verità è filtrata dai sensi e, soprattutto, dalle passioni. Volendoci provare qui, dalla sala stampa di Wimbledon, direi che la “mia” verità su Jannik Sinner è che la sua attuale condizione psicofisica resta assai lontana da quella sfoggiata nella trionfale campagna di primavera, da Indian Wells a Roma. Anche oggi il numero 1 ATP prevale ma è ben lungi dal dominare l’avversario, l’ottimo Nuno Borges, 29 anni, 48 del ranking mondiale. Per fortuna, il portoghese è ordinato, preciso, potente quanto basta, tatticamente intelligente eppure incapace di sostenere le accelerazioni dell’avversario nei momenti che contano, al servizio per chiudere a proprio favore il secondo set, nel corso dei due tie break oppure quando ha l’occasione d’involarsi nel terzo. Il punteggio finale, 7-6 7-6 6-4, descrive compiutamente il divario tra i due: minimo eppure incomprimibile.

Jannik va avanti “passo dopo passo, giorno dopo giorno”, come spiegherà ai giornalisti nella conferenza stampa post-match. “So che non è stata la mia migliore partita, ma stiamo lavorando per crescere”. È la strada giusta, che proseguirà, con il suo team, “cercando di andare un po’ di più sotto rete, di essere più aggressivo, di migliorare i movimenti, di affinare in particolare la seconda di servizio. Poi vediamo come va, soprattutto in considerazione che la superficie erbosa meno scivolosa potrebbe aiutarmi da qui in poi”. Ce n’è per un mese di intensi allenamenti e sedute in palestra, ma già venerdì il sudtirolese dovrà essere in grado di affrontare senza timori l’americano Jenson Brooksby, classe 2000, ATP 81, che ha eliminato il temibile peruviano Ignacio Buse.

Kant parla anche del coraggio, riprendendo il motto di Orazio “Sapere aude”, abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza. La prescrizione viene rispettata oggi da Sinner in alcuni passaggi difficili del match sul rettangolo verde della Centre Court, in particolare nei tie break. Ancora più coraggioso, e dunque intelligente, è apparso Flavio Cobolli nel set che gli mancava per superare il primo turno (la partita era stata interrotta ieri per oscurità sul punteggio di 1-6 7-6 6-3). Opposto al tostissimo argentino Mariano Navone, potente e preciso, Cobolli ha ceduto il servizio nel quarto set, ma è riuscito a riprendersi l’immediato controbreak e ad annullare complessivamente sei set point — tre sul servizio dell’avversario e tre nel tie break — prima di chiudere sul 10-8, evitando così il quinto set. Nel secondo turno, già domani, troverà un giocatore di sostanza più che di qualità, l’australiano James Duckworth, 34 anni, ATP 79. Due i precedenti, entrambi sul veloce, con un successo a testa.

Sull’umiltà Kant sostiene che nasce dal confronto tra la nostra condizione reale e la legge morale. In parole semplici: non può non essere umile chi si rende conto della distanza che intercorre tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere. Due giorni fa, commentando la docuserie su Rafa Nadal, Sinner aveva detto: lui è rimasto una persona normale che trasmette umiltà, ho imparato tanto da lui. Oggi Jannik ha vinto e non era soddisfatto, e lo ha detto senza cercare attenuanti, perché sa esattamente dov’è e dove dovrebbe essere: è una forma di umiltà. Al termine del proprio match, Cobolli non ha esultato come chi ha compiuto un’impresa, ma come chi ha rimediato a una serata storta. È la stessa umile disposizione d’animo. Non tutti i campioni ce l’hanno, e non serve averla per vincere. Ma è la qualità che permette di continuare a migliorare quando si è già in cima, quando la tentazione sarebbe smettere di guardarsi. Immanuel Kant l’aveva capito senza aver mai visto un tie break.

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