Dottoressa King
di Emanuela Audisio20 titoli di Wimbledon, eppure le mancava qualcosa. 1961-2026. Non sono gli anni di una vita scomparsa, ma recuperata. Alla ricerca del tempo perduto mentre faceva altro: come per esempio vincere 5 Wimbledon e 4 Us Open. La signora che un mese fa ha alzato il braccio in segno di trionfo alla Cal State University di Los Angeles per la sua laurea in Storia e non su un campo da tennis sapeva molto bene come si festeggia un successo. A 82 anni ha le più alte onorificenze degli Stati Uniti: la Presidential Medal of Freedom, assegnatale da Barack Obama nel 2009, quella d’Oro del Congresso ottenuta nel 2024 (prima atleta), oltre alla stella sulla Hollywood Walk of Fame (prima sportiva) nel 2025. Un po’ di glamour non fa mai male. Non si può proprio dire che a Billie Jean King, anzi chiamatela Queen, manchino fama, titoli, guadagni. 39 Grandi Slam in singolo e doppio, per citare solo i titoli più importanti, ma soprattutto un posto nella storia per aver cambiato il gioco, lo sport, lo sguardo sulle donne (e anche i loro guadagni). Anche con la famosa Battaglia dei Sessi. E anche affrontando un processo legale e mediatico: «Quando nell’estate del ’78, ricattata dalla mia ex, dovetti pubblicamente ammettere di amare le donne. Persi subito mezzo milione di dollari, gli sponsor mi lasciarono, anche quelli dell’abbigliamento sportivo, l’amministratore di un’azienda in una lettera mi chiamò puttana. Fu dura, la parte più difficile fu fronteggiare la mia famiglia. Mi aiutò la mia psicanalista che mi disse che dovevo smettere di far contenti gli altri».
Billie Jean e l’iscrizione all’università nel 1961
Billie Jean Moffitt (era il suo cognome da ragazza) si iscrisse al Los Angeles State College nel ’61. La sua non era una famiglia ricca, il papà faceva il pompiere. E lei doveva mantenersi. Così provò a fare tutto contemporaneamente: giocare, lavorare, studiare. «Se eri una donna, studentessa-atleta, non avevi accesso a borse di studio, invece i miei amici e colleghi Arthur Ashe e Stan Smith nelle loro università potevano contare su un sostegno finanziario». Dopo tre anni Billie Jean lasciò le aule scolastiche. E si rese conto di una cosa: «Non possiamo mai capire l’inclusione a meno di non esserne stati esclusi». Se n’era già accorta a 12 anni quando entrando in un club tennistico di Long Beach aveva notato che tutti quelli che giocavano erano bianchi. «Dove sono tutti gli altri?», chiese. E un altro direttore di un circolo la rimproverò: «Togliti, non puoi fare la foto del torneo con il gruppo perché hai i pantaloncini e non la gonna». Quando ha ricevuto il suo Bachelor of Arts in storia e ha raggiunto il palco in scarpe da ginnastica e con i suoi caratteristici occhiali rossi («Credo di essere stata la prima donna a vincere Wimbledon con le lenti») nessuno tra i semila studenti del corso 2026 si è chiesto chi fosse quella signora che si presentava con il ferro del mestiere (la racchetta). E perché insistesse: «Non è mai troppo tardi, qualunque sia l’età, qualunque siano le tue capacità, provaci». Chiaro che non fosse una signora qualsiasi, c’era la sua statua proprio davanti alla palestra di educazione fisica. Altrimenti non sarebbe finita nei Peanuts di Charles Schulz né un produttore musicale come Quincy Jones avrebbe consigliato a Michael Jackson di cambiare il titolo della canzone Billie Jean perché tutti avrebbero capito che si riferiva alla campionessa di tennis e sarebbe andato incontro a noie legali (come in effetti fu). Meglio specificare: non è una laurea ad honorem. E lei non ha mai barato, ha corretto tutte le biografie dove si diceva: diplomata. Non lo era, non ancora.
La ripresa degli studi: “Ho dovuto leggere, leggere, leggere”
Cosa fate quando uscite fuori strada? La riprendete, anche se magari fate fatica a riconoscerla. Billie Jean è tornata a studiare (a volte online) e a fare esami. «Ho dovuto leggere, leggere, leggere». Qualche punto lo ha guadagnato collaborando a un progetto di studio per detenuti (Prison Graduation Initiative), ma c’erano tre anni da recuperare. Un po’ di imbarazzo i professori devono averlo provato se uno dei temi affrontati nello scritto era proprio quel Title 9, quella legge che lei con le sue lotte era riuscita a fare approvare in modo che anche le donne potessero avere diritto alle borse di studio sportive. Nel 1973 nelle università ne beneficiavano 50 mila uomini, ma solo 50 ragazze. Unfinished business lo ha chiamato lei. C’era qualcosa che tornava a bussare nella sua vita, che la lasciava insoddisfatta, un buco che né la fama né il successo erano riusciti a riempire. «C’era un lavoro che dovevo portare a termine, lo sport mi ha insegnato a finire quello che ho iniziato e a me è sempre piaciuto salutare le avversarie dopo il match». Qualcuno le ha chiesto: le andrebbe di fare un Master? E lei: «Penso che sia meraviglioso continuare a imparare». C’è chi insiste nel recuperare il tempo perduto facendo sempre le stesse cose, come le sorelle Williams, e chi crede che l’educazione di una persona sia un concetto più vasto. E che aver piazzato volée vincenti non sia tutto per capire il mondo. Billie Jean è la prima laureata della famiglia. Ci sono partite che durano tantissimo. Lei la sua l’ha vinta dopo 65 anni. Più di mezzo secolo per meritarsi il titolo di dottoressa King. Meglio scendere a rete a stringerle la mano.