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Come tu mi vuoi

Juan Carlos Ferrero e Carlos Alcaraz 

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Alcaraz, l'ex allenatore e quel catamarano per mettere un punto. L’ultima uscita della newsletter S-print: iscriviti qui per riceverla ogni sabato
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«Non sarò mai lui». Nello sport come nella vita spesso si divorzia per colpa dell’altro. Perché qualcuno ti vuole imporre un modello vincente. Il suo. E tu per un po’ acconsenti, ami, ti trasformi. Credi che la felicità sia nel soddisfare i programmi. Nella coppia l’allievo si affida all’allenatore che ha un’altra età, ha vissuto più cose e sa come arrivare al traguardo. Poi un bel giorno smetti di cantare sono come tu mi vuoi di Mina. Anche no, grazie. Dovrebbero essere la tua taglia e le tue misure a contare. Le separazioni tra coach e atleti, dopo anni insieme, generano terremoti e domande. È il tecnico che ha chiesto troppo o è il campione che vuole autodeterminarsi? Troppa dipendenza prima o troppo indipendenza dopo? O magari è solo che c’è un tempo in cui ascolti e un altro in cui vuoi essere ascoltato. Lo sapete, a dicembre dell’anno scorso è scoppiata la coppia più reale del tennis. Lo spagnolo Carlos Alcaraz ha interrotto la collaborazione con il suo storico allenatore Juan C…

«Non sarò mai lui». Nello sport come nella vita spesso si divorzia per colpa dell’altro. Perché qualcuno ti vuole imporre un modello vincente. Il suo. E tu per un po’ acconsenti, ami, ti trasformi. Credi che la felicità sia nel soddisfare i programmi. Nella coppia l’allievo si affida all’allenatore che ha un’altra età, ha vissuto più cose e sa come arrivare al traguardo. Poi un bel giorno smetti di cantare sono come tu mi vuoi di Mina. Anche no, grazie. Dovrebbero essere la tua taglia e le tue misure a contare. Le separazioni tra coach e atleti, dopo anni insieme, generano terremoti e domande. È il tecnico che ha chiesto troppo o è il campione che vuole autodeterminarsi? Troppa dipendenza prima o troppo indipendenza dopo? O magari è solo che c’è un tempo in cui ascolti e un altro in cui vuoi essere ascoltato. Lo sapete, a dicembre dell’anno scorso è scoppiata la coppia più reale del tennis. Lo spagnolo Carlos Alcaraz ha interrotto la collaborazione con il suo storico allenatore Juan Carlos Ferrero. Dopo sette anni intensi, sei tornei del Grande Slam e 24 titoli Atp.

Alcaraz era il numero uno del mondo e l’altro il coach più vincente di sempre. L’uomo che lo aveva preso a 15 anni per portarlo a 22 in cima alla classifica. Nessuno aveva previsto il temporale. I media spagnoli ci hanno ragionato un po’ su per sottolineare che Ferrero per Alcaraz era stato come un padre. Carlitos ha tagliato corto: «Io un padre già ce l’ho». E si è comprato un lussuoso catamarano da 9 milioni. Argomento chiuso: navigo quando voglio, con chi voglio, dove voglio. Punto, due punti e punto e virgola, per dirla alla Totò. Ferrero è un professionista serio, nel 2003 è stato il miglior giocatore del mondo, ha modellato l’allievo su quello che era stato il suo stile, non di gioco, ma di vita. Dedizione, sacrificio, concentrazione. Per un po’ l’altro ha tenuto, poi ha pensato: io sono io. È il bello dello sport, nessuno è uguale a nessuno.

(reuters)

Un campione si può replicare? No, never, jamais. Puoi farne una versione aggiornata, modificata, contaminata. Ma se provi a fare il copia incolla qualcosa va storto, ti accorgi che le figure non aderiscono, prima o poi si staccano e reclamano vita loro. Una scarpa, una cioccolata, un divano possono essere prodotti in serie, un atleta ha più variabili. Stesso allenamento, stessa tabella di marcia, risultato diverso. Ma soprattutto non funziona lo stampo. Pietro Mennea e Carlo Vittori hanno costruito insieme un sodalizio così vincente che il 19”72 del ’79 sui 200 metri realizzato a Città del Messico, dopo essere stato record del mondo per 17 stagioni, è ancora primato europeo. Da 47 anni nel vecchio continente nessuno riesce a fare meglio.

Léon Marchand

 

I due, allievo e allenatore, per 18 stagioni si sono sempre dati del lei. Non risulta che nessuno abbia mai offerto un caffè all’altro, anche se Vittori una volta ammise che forse Pietro in un autogrill in Liguria ci aveva provato. Ma forse, eh? Ogni tentativo di replicare quel modello agonistico è stato vano. Ha detto l’ex sprinter Pierfrancesco Pavoni, considerato l’erede di Mennea sui 100 metri: «Vittori cominciò a volermi far passare di categoria, pretendeva più potenza, ricalcò su di me il modello Mennea, ma io avevo fibre muscolari diverse, fu un disastro».

Il francese Léon Marchand è la stella cometa del nuoto mondiale. Ha vinto 4 ori olimpici a Parigi 2024 e 7 titoli mondiali. Ha 24 anni e nel 2021 ha lasciato Tolosa per andare ad allenarsi con Bob Bowman, lo storico coach di Michael Phelps, il dio delle piscine, 28 medaglie olimpiche (23 d’oro) e 39 record mondiali. Marchand nel 2023 ha battuto l’ultimo primato che resisteva ancora di Phelps nei 400 misti e questo ha fatto dire a tutti che ne era il successore. Ma se Phelps non era il nuovo Spitz, Marchand non è il nuovo Phelps. Anche se i gradi di separazione sono pochi. Uno domina, l’altro ha dominato. Uno è in attività, l’altro ha smesso. Due talenti, due resistenti alla fatica, due Superman delle piscine. Ma Marchand dopo le Olimpiadi si è preso una pausa, invece di ritornare in acqua è andato in vacanza in Australia. E così ha chiarito che non era Phelps. «A Bob non è piaciuto molto, non ha apprezzato la mia fuga, ma io ero esausto».

Il metodo Bowman, 62 anni, capo allenatore dell’università del Texas, si basa su una disciplina ferrea, un volume di lavoro massiccio, il perfezionamento maniacale della tecnica subacquea e il controllo scientifico delle frequenze cardiache. Bob è il tecnico che ha costruito Phelps, il più forte nuotatore di tutti i tempi. È il guru delle medaglie d’oro. Phelps a differenza di Alcaraz sentiva la mancanza del padre Fred, che si era allontanato da casa quando lui aveva 9 anni nel ’94. Abbandonando oltre a lui la moglie Debbie e le due figlie Whitney e Hilary. Michael da quel momento non aveva più voluto incontrarlo, ma certi buchi più cerchi di coprirli e più si allargano. Quando hanno chiesto a Michael di definire Bob ha usato la parola degli altri nuotatori: «Psicopatico». Per poi specificare che il termine più giusto era maestro. «Sono uno psicopatico anche io, per vincere 23 ori lo devi essere per forza. La prima volta che ho visto Bob sembrava un pazzo, andava su e giù per la piscina con un fischietto e urlava. Avevo dieci anni e mi sono detto: non nuoterò mai per un tipo così, non c’è la minima possibilità. Ma mi ero anche accorto della sua grande passione per lo sport e un anno dopo era il mio tecnico. Avevo un corpo esagerato, braccia lunghissime, spalle larghe, piedi enormi. Bob ha adattato la tecnica alle mie caratteristiche e mi ha insegnato ad avere obiettivi a corto e medio termine. Se volevo vincere 8 ori ai Giochi di Pechino 2008 dovevo pensare a quali tempi cronometrici fare ai mondiali un anno prima e nella stagione ancora precedente. Avevo 11 anni».

Il maestro vede in te qualcosa che per te è ancora nebbioso. Phelps ha spiegato come ha conquistato la sua fiducia. «L’ho incontrato nel ’96, mi disse che avrei potuto qualificarmi per le Olimpiadi del 2000. Ci sono riuscito. A 15 anni a Sydney sono arrivato quinto nella finale dei 200 metri farfalla e lui il giorno dopo mi fece allenare con una lavagnetta dove c’era scritto WR. World record. E mi disse: tra sei mesi ne batterai uno. E l’ho fatto, il 30 marzo 2001. Purtroppo in quello stesso giorno mio padre mi comunicò la notizia che si risposava. Ero furioso e disperato. Mi aggrappai a Bob, anche perché mi aveva dato la consapevolezza di poter fare cose che nessuno ancora aveva realizzato nello sport. Mi preparava a tutto, abbinava la velocità alla resistenza, ero pronto a ogni eventualità, a tenere sotto controllo ogni emozione e così quando gli occhialetti mi si sono riempiti d’acqua sono stato capace di vincere lo stesso. Bob era molto esigente, nuotavo 70-90 chilometri a settimana per tre mesi. In sei anni non ho mai mancato un giorno d’allenamento, in acqua sette giorni su sette. Ricordo delle ripetute su 3.100 metri che erano una sfida fisica, ma anche mentale».

Nel 2012 Phelps dice basta a quel dolore, non ne può più. Si accorge di soffrire di depressione, inizia a bere, fa uso di psicofarmaci, lo fotografano mentre si fa una pipetta di marijuana, viene fermato dalla polizia mentre guida in stato di ebbrezza, tenta il suicidio. «Non volevo più vivere, fortunatamente avevo con me solo 30 milligrammi di sonnifero Ambien, ne avessi avuto di più l’avrei preso tutto». Gli hanno chiesto se avere un coach esigente, esserlo con sé stessi, soprattutto nell’adolescenza, porti a problemi mentali. Lui che a 31 anni a Rio nel 2016 tornò a nuotare e a rivincere (5 ori) confessa che può essere. «Ma non dirò mai che mi ha spinto troppo in là, entrambi abbiamo inseguito un sogno, osato l’impossibile, anche se io non mi sbarazzerò mai della mia depressione». Lui e Bob hanno molto litigato e molto fatto pace. Bowman adesso gioca con i quattro figli di Phelps: «Prima non l’avrebbe fatto». Nessuno insegna più all’altro, semplicemente condividono. Bob si è messo anche a studiare psicologia dell’adolescenza e a suonare il piano. Fa sempre il coach, ma ha avuto ripensamenti, spiega che oggi con Michael si comporterebbe diversamente. Se non è un pentimento ci somiglia. Marchand lo ringrazia: «Ha capito che non sono Phelps, ha fatto un piano per Léon non per Michael. Forse con i miei rifiuti l’ho aiutato a deviare da quello splendido modello». Si può camminare insieme, con il proprio passo. E non come tu mi vuoi.

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