ROMA - Nell'annus horribilis del rugby nostrano - con la Nazionale precipitata al quindicesimo posto del ranking e il primo bilancio in rosso, le due franchigie (Treviso, Zebre) maltrattate in Europa, un campionato d'Eccellenza disertato dal pubblico - l'Italia ospita la Junior World Cup. L'ovale del futuro. Sembra un paradosso, invece è tutto vero: le 12 migliori Under 20 del pianeta si affronteranno tra Cremona, Viadana, Parma e Calvisano, dal 2 al 20 giugno. "Una straordinaria opportunità", brinda Alfredo Gavazzi, presidente Fir, che domani presenterà ufficialmente la manifestazione.
Ma a certe feste c'è il rischio di prendere una sbronza triste, soprattutto quando ti sbattono in faccia la realtà.
"Quella di un rugby che corre sempre di più, mentre noi sembriamo addirittura tornare indietro".
Parola di Marzio Innocenti, storica terza linea azzurra - capitano dei primi Mondiali, quelli del 1987 - e oggi presidente del Comitato ovale del Veneto, il Galles d'Italia.
"Per gli amanti di questo sport sarà una occasione straordinaria, è vero: alcune squadre schiereranno dei ragazzi che tra un anno o due giocheranno con le Nazionali maggiori. Il livello di certe formazioni (Nuova Zelanda, Inghilterra, Sudafrica, Irlanda, Australia) è altissimo, con atleti seguiti da staff ultra professionali. Ci sarà tanto da vedere e da imparare: tecnicamente è una manifestazione forse anche più importante dei Mondiali senior inglesi di ottobre".
L'Italia - esordio il 2 giugno (ore 20.30) a Calvisano con il Sudafrica - è in un girone che comprende anche Australia e Samoa. Ahia.
"Sulla carta possiamo giocarcela con i samoani, se li battiamo si evita la retrocessione e ci garantiamo altri due match interessanti. Purtroppo però siamo lontanissimi dai migliori".
Questo non è un paese di rugbisti.
"Non è vero. I campioni possono nascere dovunque, a Padova come a Reggio Calabria. E' che bisogna saperli crescere. Negli ultimi anni non c'è stata programmazione, adesso stiamo cercando di correre ai ripari concentrando tutte le risorse sulle Accademie e i Centri di formazione. Errore madornale. In Italia mancano i buoni allenatori. Abbiamo bisogno di importare tecnici dall'estero e fare in modo che formino i tecnici italiani di domani. Nei club, nelle società. Da noi ci sono tanti giocatori dai 14 ai 18 anni con grandi qualità, le stesse dei loro coetanei britannici o neozelandesi: ma le buttiamo via. E continuiamo a sprecare la straordinaria passione degli italiani per questo sport. Una passione che in mancanza di risultati chissà quanto potrà durare ancora".
Di campioni azzurri, pochini. Di fuoriclasse, manco a parlarne. E il numero 10, l'apertura, l'erede di Diego Dominguez, resta un sogno.
"Dominguez è un'eccezione, ci vuole solo fortuna ad avere uno così. Ma in questo momento almeno 5 ragazzi italiani potrebbero diventare delle ottime aperture nel giro di qualche anno. Anche l'Under 20 azzurra potenzialmente sarebbe piena di talenti. Però non c'è nessuno in grado di plasmarli a dovere. Non ancora".
E nel frattempo la filiera argentina, dove l'Italia pescava regolarmente, si è esaurita: addio ai campioni come Parisse e Castrogiovanni, ma anche a giocatori di buon livello come Canale e Garcia, che negli anni passati hanno garantito quella solidità che non c'è più.
"Per troppo tempo abbiamo fatto ricordo i vivai dell'Argentina per camuffare le nostre magagne. Ma adesso la pacchia è finita: perché a Buenos Aires si sono dati quella organizzazione che a noi è mancata: così ora i loro migliori giovani restano volentieri a casa, crescono meglio e guadagnano pure bene".
Attenti alle sbronze ovali.
"Non serve deprimersi. Anche noi possiamo fare come e anche meglio dell'Argentina. Però bisogna cambiare subito. E questo mondiale giovanile ci aprirà gli occhi una volta per tutte".
Ma a certe feste c'è il rischio di prendere una sbronza triste, soprattutto quando ti sbattono in faccia la realtà.
"Quella di un rugby che corre sempre di più, mentre noi sembriamo addirittura tornare indietro".
Parola di Marzio Innocenti, storica terza linea azzurra - capitano dei primi Mondiali, quelli del 1987 - e oggi presidente del Comitato ovale del Veneto, il Galles d'Italia.
"Per gli amanti di questo sport sarà una occasione straordinaria, è vero: alcune squadre schiereranno dei ragazzi che tra un anno o due giocheranno con le Nazionali maggiori. Il livello di certe formazioni (Nuova Zelanda, Inghilterra, Sudafrica, Irlanda, Australia) è altissimo, con atleti seguiti da staff ultra professionali. Ci sarà tanto da vedere e da imparare: tecnicamente è una manifestazione forse anche più importante dei Mondiali senior inglesi di ottobre".
L'Italia - esordio il 2 giugno (ore 20.30) a Calvisano con il Sudafrica - è in un girone che comprende anche Australia e Samoa. Ahia.
"Sulla carta possiamo giocarcela con i samoani, se li battiamo si evita la retrocessione e ci garantiamo altri due match interessanti. Purtroppo però siamo lontanissimi dai migliori".
Questo non è un paese di rugbisti.
"Non è vero. I campioni possono nascere dovunque, a Padova come a Reggio Calabria. E' che bisogna saperli crescere. Negli ultimi anni non c'è stata programmazione, adesso stiamo cercando di correre ai ripari concentrando tutte le risorse sulle Accademie e i Centri di formazione. Errore madornale. In Italia mancano i buoni allenatori. Abbiamo bisogno di importare tecnici dall'estero e fare in modo che formino i tecnici italiani di domani. Nei club, nelle società. Da noi ci sono tanti giocatori dai 14 ai 18 anni con grandi qualità, le stesse dei loro coetanei britannici o neozelandesi: ma le buttiamo via. E continuiamo a sprecare la straordinaria passione degli italiani per questo sport. Una passione che in mancanza di risultati chissà quanto potrà durare ancora".
Di campioni azzurri, pochini. Di fuoriclasse, manco a parlarne. E il numero 10, l'apertura, l'erede di Diego Dominguez, resta un sogno.
"Dominguez è un'eccezione, ci vuole solo fortuna ad avere uno così. Ma in questo momento almeno 5 ragazzi italiani potrebbero diventare delle ottime aperture nel giro di qualche anno. Anche l'Under 20 azzurra potenzialmente sarebbe piena di talenti. Però non c'è nessuno in grado di plasmarli a dovere. Non ancora".
E nel frattempo la filiera argentina, dove l'Italia pescava regolarmente, si è esaurita: addio ai campioni come Parisse e Castrogiovanni, ma anche a giocatori di buon livello come Canale e Garcia, che negli anni passati hanno garantito quella solidità che non c'è più.
"Per troppo tempo abbiamo fatto ricordo i vivai dell'Argentina per camuffare le nostre magagne. Ma adesso la pacchia è finita: perché a Buenos Aires si sono dati quella organizzazione che a noi è mancata: così ora i loro migliori giovani restano volentieri a casa, crescono meglio e guadagnano pure bene".
Attenti alle sbronze ovali.
"Non serve deprimersi. Anche noi possiamo fare come e anche meglio dell'Argentina. Però bisogna cambiare subito. E questo mondiale giovanile ci aprirà gli occhi una volta per tutte".