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"Il grande rugby? Un gioco semplice, da bambini"

Parla Marcelo Loffreda, l'autore del 'miracolo' Pumas, l'uomo che ha fatto grande l'Argentina. E che non risparmia una stoccata all'Italia: "Troppi anni senza fare passi avanti: bisogna rifondare tutto il sistema partendo dai club e dai dilettanti"

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BUENOS AIRES - "Ci vuole pazienza, un passo per volta. Lavorare tanto sulla base, con i bambini: perché è in quel momento, che si costruiscono i giocatori di rugby. E con gli adulti servono poche cose. Semplici. La difesa, poi il resto. Noi abbiamo fatto così. Invece ho l'impressione che in questi anni l'Italia abbia sempre preteso qualcosa di più ambizioso rispetto alle sue reali possibilità. Peccato".
 
LOFFREDA, STORIA DI UN 'MIRACOLO' - Nel novembre del 1998, a Piacenza, l'avventurosa banda azzurra di George Coste superò senza troppi problemi i Pumas (23-19, meta tecnica degli ospiti a tempo scaduto), guidati in mediana da Pichot e allenati da un neozelandese, Alex Wyllie. Meno di vent'anni più tardi, sembra sia trascorso un millennio. L'Italia è reduce da un'altra disastrosa stagione, quattordicesima nel ranking. L'Argentina invece è una delle grandi potenze ovali - in semifinale nell'ultima rassegna iridata -, protagonista di una crescita impressionante. E per Giappone 2019 punta alla vittoria. Marcelo Loffreda è uno dei grandi protagonisti di questo fenomeno, l'uomo della svolta: dal Duemila ct dei Pumas, firmando uno storico terzo posto nei Mondiali francesi del 2007 prima di cedere il posto a un altro tecnico argentino, Santiago Phelan, cui è poi subentrato un altro connazionale: Daniel Hourcade. Loffreda, 56 anni, si racconta - non a caso - seduto a un tavolo della sede del San Isidro Club, squadra che è un punto di riferimento fondamentale per il rugby argentino e dove ha giocato a lungo, poi allenato, prima di passare alla nazionale biancoceleste.
Loffreda durante l'intervista a Buenos Aires 
"IL GRANDE RUGBY NASCE NEI CLUB, COI BAMBINI" -  "Non a caso al San Isidro, no. Perché il rugby si costruisce prima di tutto nel club. Con i più piccoli: stimolando amicizia, passione e senso di appartenenza alla squadra, alla comunità. Otto, nove, dieci anni: un momento fondamentale, in cui gli educatori devono seminare cultura ovale. E poco per volta insegnare le basi tecniche di questo sport". Per diventare campioni c'è tempo. "In Italia ci sono tanti di centri di formazione per i ragazzi dai 16 anni in su, quindi le Accademie. Bene. Ma il lavoro decisivo arriva prima: a quell'età devi già avere delle radici forti". Il rugby deve essere educazione, divertimento. Guai a parlare di investimenti, sponsor, professionismo. "E' la passione - soprattutto da parte di chi insegna e si mette a disposizione degli altri - il segreto del successo. In Argentina c'è una enorme base amatoriale: persone che danno e basta, senza chiedere nulla in cambio". Sì, però devono essere preparate adeguatamente. "Una Federazione aiuta con la presenza costante: parla, consiglia, supporta, si confronta".

"IL SEGRETO? FARE LE COSE SEMPLICI" - Come è successo, quel miracolo nato nel Duemila? "Avevamo tanti buoni giocatori, però sparsi in tutto il mondo. Ognuno di loro pensava di essere molto bravo, ma individualmente. Dovevamo convincerli da un punto di vista emozionale: a lavorare insieme, ad applicarsi ad un progetto comune e futuro, a convincerli che si poteva fare". Era l'Argentina che perdeva con l'Italia. "Non potevamo essere ambiziosi, non in quel momento. Così abbiamo pensato che era giusto cominciare con la difesa. E poi cercare di giocare sempre nel campo avversario, essere molto aggressivi senza palla". Le cose semplici. "Avevamo studiato tutti i ragazzi, conoscevamo le loro potenzialità e dove potevano arrivare: fissare un obiettivo preciso e niente di più ambizioso, perché un fallimento sarebbe stato terribile". Un gruppo di collaboratori con un solo straniero - Les Cusworth - e nel tempo i contributi del neozelandese Graham Henry e del francese Fabien Galthié. "Avevamo una chiara idea di gioco e ne parlavamo con i giocatori più rappresentativi, Pichot in testa: erano loro a fare da tramite con il gruppo, gli altri si sentivano più coinvolti ad avere delle indicazioni dai compagni".  Nella Coppa del Mondo 2003 una sconfitta di misura con l'Irlanda (15-16) nei quarti. Poi una vittoria in Francia nel 2004. "E nel 2005 la partita del cambiamento". A Cardiff con i British e Irish Lions finisce in parità. "Grazie ad un calcio di Wilkinson allo scadere. I ragazzi si sono resi conto che potevano fare la storia". Una vittoria a Twickenham con l'Inghilterra nel 2006. "Poi l'apogeo ai Mondiali francesi".

"ABOUD E' BRAVO, MA E' UN UOMO SOLO" - Il rugby argentino si è messo a correre. "Perché mentre chiudevamo col terzo posto in Francia, si lavorava in profondità con i giovani: e prima Phelan, poi Hourcade si sono ritrovarti con dei ragazzi di talento, ambiziosi, consapevoli della loro forza". Ma il segreto, dice Loffreda, era un solo. "Anche Henry ce lo ripeteva in continuazione: fate le cose semplici, fatele bene". Giorno dopo giorno, lavorando sempre - con umiltà - sui fondamentali. Imparando delle soluzioni diverse. "Il rugby è come giocare una partita a scacchi: ci sono mille alternative e soluzioni: più ne conosci, maggiori possibilità hai di dare scacco". Però tutto parte dai bambini, dagli adolescenti: "Il duello. L'occupazione dello spazio. Il divertimento. L'appartenenza. Il dilettantismo". L'Italia ha deciso di affidare la crescita dei più giovani ad un irlandese, Stephen Aboud. "Un grande professionista. E poi gli irlandesi sono i più 'latini', tra gli anglosassoni: ci capiscono meglio. Bisogna andare nei club, parlare con allenatori ed educatori, dividere per regioni. Aboud lo sa. Ma temo che un solo uomo sia poco, per rifondare il sistema".
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