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Rugby, da Peter a Janosh: il Mondiale delle famiglie

Braam Steyn in azione contro il Canada (afp)
In Giappone un universo parallelo. E' quello dei parenti dei giocatori azzurri, soprattutto quelli di origine angloitaliana
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FUKUOKA - Paola quando Tommaso calcia verso i pali si mette le mani sugli occhi, se è a casa  abbassa l’audio del televisore, a volte va in un’altra stanza, gli occhi chiusi, le orecchie tappate. William, il padre, ha paura che sbagli, ma da uomo si impone di guardare, di soffrire. Janosh ha fatto 28 ore di viaggio dallo Zimbabwe, quando è arrivato allo stadio ha scoperto che suo figlio non giocava. Peter quando ha visto il suo ragazzo calciare il pallone invece di tenerlo ed entrare in percussione si è messo le mani sulla faccia e si è chiesto cosa stesse facendo. Louise, invece, quando vede Jake sbattere con violenza sugli avversari, è sicura che tutto andrà per il meglio. E Danette ne ha viste così tante con il suo ragazzo che ora si gode le partite senza patemi.
 
C’è un’altra squadra azzurra in questo mondiale giapponese, è quella dei genitori dei giocatori, soprattutto quelli di origine angloitaliana, mamme o papà nati in Italia e poi emigrati lontano, oppure nati lontano ma con i nonni che parlavano ancora il dialetto milanese o ciociaro. Poi c’è Abraham Steyn che è un equiparato, diventato giocatore italiano perché gioca nel nostro campionato da più di tre anni. Ma lui è un caso a parte, più italiano che sudafricano, arrivato in Italia sette anni fa, a vent’anni, dice “Qui sono diventato un uomo, quando vado in Sud Africa a trovare i parenti sento la nostalgia dell’Italia”.
 
Danette è sua madre, bionda, capello corto, alta quasi quanto lui. “So quanto si allena Abraham, so che gli piace la battaglia, non mi preoccupo per questo”. Quando era bambino lo ha visto tante volte con la faccia insanguinata. “E mica solo sul campo – dice Braam – vivevamo in una fattoria mi sono fatto male in tutti i modi possibili. Guarda questa cicatrice, mica è del rugby”. Poi certo in campo si è rotto il naso 10 volte. “Mia madre me la ricordo quando veniva a prendermi, a vedere le partite nel weekend, con i tacchi alti anche nel fango”. Lei sorride, il padre Abraham senior, non dice niente. “Lui è diverso – dice la terza linea azzurra guardandolo – non mi ha mai fattop capire a parole che avevo giocato bene. Ma mi guardava negli occhi e mi stringeva la mano e io capivo che gli ero piaciuto”.
 
“No, io non ce la faccio a stare tranquilla - dice Paola Berlato, mamma di Tommaso Allan – mi ricordo una volta, aveva 11, rimane in terra, vado a tirarlo su ed era svenuto. Una botta, svenuto. Da allora ho paura. Lo vedo quando lo inquadrano che si concentra per calciare e lo so cosa prova, lo provo anche io per lui. La responsabilità che ha è grandissima, se sbaglia un calcio subito tutti gli danno addosso”. Mamma e papà giocavano a rugby, a Vicenza, si sono conosciuti sul campo, William Allan, tallonatore del Vicenza, dava mano ad allenare la squadra femminile. Amore a prima vista, poi lei è stata convocata in nazionale, spostata da ala a mediano di mischia, è andata a giocare nelle Perle Nere e lui al Petrarca, la stessa società. Poi il Sud Africa, la Scozia. Tommaso, l’Under 20 scozzese, poi l’Italia.
 
 Anche Peter Polledri ha giocato, apertura ed estremo del Bristol, quasi 500 presenze con il suo club, Under 23 dell’Inghilterra, anche contro l’Italia. “A Parigi, con la Francia prima del mondiale  Jake ha fatto un calcio a seguire su se stesso, mi sono detto ‘E’ pazzo’. Poi ha fatto meta, mi ha detto che c’era un vantaggio”. La nonna di Peter era di Sora, il nonno del nord Italia, ma si erano conosciuti in Inghilterra. Louise, la mamma di Jake, è di quelle che non si scompongono: “E’ forte, lo vedo sicuro e felice quando va contro gli avversari”.
 
Janosh, il papà di Sebastian Negri da Oleggio,  ha un nome slavo perché sua madre è scappata dalle bombe di Serajevo e a Milano, dove era stata accolta da una famiglia, ha conosciuto suo padre. “Poi siamo andati tutti nello Zimbabwe dove avevamo una piantagione di tabacco, 2mila operai, vendevamo a una grande multinazionale. Quando Mugabe ha requisito le terre siamo passati 12 anni in Sud Africa a far studiare i ragazzi”. Lì Sebastian giocava con Western Province. “Ma Diana, la mamma, gli ha detto ‘niente rugby se non ti laurei’ e lui cosa si inventa? Una borsa di studio per andare a studiare, e a giocare, in Inghilterra all’Hartpury College. Era capitano, hanno vinto tutto e chi c’era in squadra con lui? Jake Polledri. Guardateli quando giocano insieme, si trovano a memoria”.
 
Scendono dal pullman dopo la partita con il Canada. Tutti raggianti. “Che belli che erano tutti e tre insieme Abraham, Sebastian e Jake. Due hanno fatto meta, uno è man of the match. Che bel gruppo che sono. Anzi, che siamo”, dice Janosh.
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