Rugby, Caleb Clarke il predestinato: il nuovo fenomeno degli All Blacks che sembra Lomu
di
Massimo Calandri
Il 21enne, sangue samoano, è stato il grande protagonista del secondo match di Bledisloe Cup tra Nuova Zelanda e Australia, giocato a Auckland davanti a 46 mila spettatori. Addosso la maglia numero 11, quella del più grande giocatore di tutti i tempi scomparso nel 2015
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"Tutto quello che vuole, è che gli si passi la palla: poi ci pensa lui, a correre forte. Meglio fare come dice, datemi retta". Ian Foster, l'allenatore degli All Blacks, racconta la nuova stella del rugby neozelandese e mondiale: Caleb Clarke, 21 anni, sangue samoano, protagonista con i Tutti Neri nel secondo match di Bledisloe Cup contro l'Australia, giocato all'Eden Park di Auckland davanti a 46.000 spettatori. Sì, perché in Nuova Zelanda il pubblico è tornato ad affollare gli stadi, dopo un breve stop imposto dal primo ministro (appena rieletto) Jacinda Ardner per il rischio di pandemìa. Quella di ieri è stata una grande festa sportiva, chiusa col successo dei padroni di casa (27-7) e la celebrazione di questo nuovo, straordinario talento.
Implacabile e implaccabile. Sembra Jonah Lomu
Un'ala velocissima e potente, un colosso alto 1.89 per 107 chili di muscoli: ha fatto impazzire la difesa avversaria e ad un certo punto ha abbattuto 6 australiani uno dopo l'altro, come in quei film di Bud Spencer. "Era come cercare di fermare un mammut", hanno confessato i Canguri. Per tutto l'incontro è stato implacabile, implaccabile. Un predestinato, che aveva esordito in nazionale la settimana precedente entrando dalla panchina, però domenica ha cominciato dal primo minuto indossando - non a caso - la maglia numero 11. Quella di Jonah Lomu, il più grande giocatore di tutti i tempi, scomparso a soli 40 anni nel 2015 per delle complicazioni renali. Come lui viene dai sobborghi della capitale. Il paragone è inevitabile. "Lo so, e mi emoziono solo a pensarci. Lomu ha fatto parte dei miei sogni di bambino. Ha avuto anche un grande ruolo nella vita di mio padre". Perché pure il papà di Caleb è stato un All Black: Eroni Clarke ha giocato insieme a Jonah, nel 1998. "Quando Lomu è morto, per settimane mio padre non è più stato lo stesso. Un dolore che non si cancella. E per me, indossando quella maglia, una occasione incredibile per dimostrare tutto il mio rispetto". Uscendo dal campo, è andato ad abbracciare in lacrime la nonna che lo applaudiva in tribuna.
(reuters)
Dal sogno delle Olimpiadi all'Eden Park
Pensare che fino a pochi mesi fa, la Federazione ovale neozelandese aveva pensato a tutta un'altra vita, per il ragazzo. Dopo aver vinto i mondiali U20 in Georgia nel 2017, Caleb doveva infatti essere una delle stella della squadra di rugby a 7 che alle Olimpiadi di Tokio lanciava la sfida ai campioni in carica delle Fiji. Poi il Covid, il rinvio dei Giochi. Ed ecco che Clarke è tornato alla versione del rugby tradizionale, quello a 15. Ha cominciato a giugno indossando la maglia degli Auckland Blues e affrontando gli Hurricanes nella prima giornata del Super Rugby Aotearoa, il torneo neozelandese: subito in meta, e chi lo ferma più?
"Dategli un ovale. E poi ci pensa lui"
Dategli la palla e ci pensa lui, ha tagliato corto Foster. Mentendo, perché la Nuova Zelanda dopo la negativa parentesi mondiale dello scorso anno - "solo" un terzo posto, e la coppa al Sudafrica - è tornata ad essere una perfetta macchina da guerra. Tutti sanno cosa fare in campo, nessun dettaglio è lasciato al caso. Però, quel Caleb. "E' un ragazzo molto semplice", spiega l'allenatore. "Consapevole della propria forza, su di un campo da rugby. Ci crede, e vuole solo avere un ovale in mano per far vedere quello di cui è capace". Fatelo correre, sembra Lomu.