LONDRA - "Non ricordo più di aver giocato quella coppa del Mondo vinta nel 2003, e nemmeno di essere arrivato in Australia. Non riesco più a giocare con i miei figli. Non ricordo i film o parti di un libro lette. È terribile". È il drammatico racconto del 42enne Steve Thompson, ex colonna della nazionale inglese di rugby, che ora però è precipitato in un dramma, personale e nazionale. Perché a Thompson è stata diagnosticata una demenza precoce e una sospetta "Encefalopatia traumatica cronica", una malattia degenerativa cerebrale che mese dopo mese ha effetti simili a quelli dell'Alzheimer. Tutto questo per i colpi, innumerevoli e durissimi che Thompson ha subito alla testa nel corso della sua carriera e sin da tenera età: "Perché non sono solo le partite", dice ora in un'intervista al Guardian, "l'80-90% di colpi e concussioni al cranio le subisci in allenamento".
Purtroppo Steve Thompson non è il solo. Con lui ci sono altri nove ex nazionali rugbisti britannici, tutti sotto i 45 anni di età e tutti con danni cerebrali apparentemente irreversibili, tra cui il 41enne gallese Alix Popham, e il 40enne inglese Michael Lipman. Tutti hanno lanciato una straordinaria causa legale contro le massime federazioni di rugby che potrebbe cambiare per sempre questo sport: nel mirino ci sono l'organismo mondiale World Rugby, l'inglese Rugby Football Union in England e la gallese Rugby Union, alle quali gli sportivi coinvolti chiederanno cospicui risarcimenti per le condizioni fisiche in cui si ritrovano oggi.
Non solo: perché Thompson, Popham, Lipman e gli altri richiederanno anche modifiche ai regolamenti del rugby. Innanzitutto limitare al massimo i contatti in allenamento, soprattutto in tenera età, magari istituendo, come nel football americano, un limite annuale di questi ultimi nelle competizioni non agonistiche. Poi un cambio di mentalità, soprattutto per quanto riguarda gli allenamenti: "Sin da quando ero bambino", racconta Popham in un'altra intervista sempre al "Guardian", "mi dicevano sempre che erano quando si andava in scivolata o in tackle a rischiare di farsi male, ma mai nelle mischie o nei corpo-a-corpo solo apparentemente meno pesanti". E poi c'è anche la possibilità di limitare il numero di sostituzioni: che potrebbe sembrare un controsenso, ma in realtà, la stanchezza dei rugbisti limita e riduce la violenza degli scontri sul terreno di gioco, che al contrario aumenta esponenzialmente con giocatori freschi.
Insomma, la battaglia è solamente all'inizio e ricorda quella dell'inglese Sir Geoff Hurst, il leggendario autore della tripletta nella finale della Coppa del Mondo di Calcio tra Inghilterra e Germania 4-2 (quella del celebre gol fantasma), dopo un preoccupante aumento di diagnosi di Alzheimer, fatale o meno, ad almeno sei campioni di quella nazionale inglese, tra cui anche i fratelli Charlton. Anche Hurst sta combattendo una battaglia parallela a quella di Thompson e gli altri, nel suo caso nel calcio, per limitare i colpi di testa in allenamento e soprattutto nelle squadre giovanili. Ma il caso del rugby inglese potrebbe ricordare anche quello del football americano, quando cinque anni fa ci fu una class action di cinquemila giocatori contro la Nfl: per coloro con danni cerebrali furono stanziati fino a 5 milioni di dollari di risarcimento a testa e si limitarono i contatti in allenamento.