Italia-Sudafrica, la storia del rugby in bianco e nero
di Cosimo Cito , di Cosimo CitoUna settimana dopo la prima vittoria di sempre contro l’Australia, l’Italia ovale ha un’altra impresa impossibile da tentare. Contro gli Springboks sudafricani gli azzurri hanno in realtà già vinto nel 2016, a Firenze. Oggi, a Genova (ore 14, diretta Tv8 e Sky), nell’ultimo test match d’autunno, saranno in trentamila a spingere in mischia contro i ‘Boks, sfidati già 15 volte, ma solo a partire dal 1995, l’anno della prima Coppa del mondo giocata e vinta da loro, sotto gli occhi e le mani benedicenti di Nelson Mandela. Negli anni dell’apartheid, però, ci furono comunque contatti tra il nostro e il rugby di laggiù. Quando era quasi impossibile anche solo immaginarlo. E c’è una storia esemplare, nata da una telefonata, nel 1973, figlia di un tempo in cui il Sudafrica era lontano quasi come la luna.
«Non ci restano che gli italiani». «Stai scherzando, vero?». Inizi&ogr…
Una settimana dopo la prima vittoria di sempre contro l’Australia, l’Italia ovale ha un’altra impresa impossibile da tentare. Contro gli Springboks sudafricani gli azzurri hanno in realtà già vinto nel 2016, a Firenze. Oggi, a Genova (ore 14, diretta Tv8 e Sky), nell’ultimo test match d’autunno, saranno in trentamila a spingere in mischia contro i ‘Boks, sfidati già 15 volte, ma solo a partire dal 1995, l’anno della prima Coppa del mondo giocata e vinta da loro, sotto gli occhi e le mani benedicenti di Nelson Mandela. Negli anni dell’apartheid, però, ci furono comunque contatti tra il nostro e il rugby di laggiù. Quando era quasi impossibile anche solo immaginarlo. E c’è una storia esemplare, nata da una telefonata, nel 1973, figlia di un tempo in cui il Sudafrica era lontano quasi come la luna.
«Non ci restano che gli italiani». «Stai scherzando, vero?». Iniziò così, nel Sudafrica dell’apartheid, l’avventura di una squadra improbabile eppure indimenticabile. Iniziava allora un mese da romanzo per ventisette giocatori che dal nostro Paese finirono catapultati in una pagina di storia del Novecento. Nel segno del rugby e della fratellanza universale. «Non mi interessa il colore della pelle. Questo è rugby». Perché la condizione posta dagli italiani fu quella di affrontare anche i Leopards, la nazionale nera sudafricana, quando gli Springboks erano all whites.
L’Italia ci provò. Alcuni accettarono, molti rinunciarono. La parola rugby, conosciuta dalle parti di Padova, Rovigo e poco lontano da lì, «su campi che somigliano a terreni coltivati a patate», si caricava allora di significati nuovi. L’Italia partiva in missione di pace, in lotta per il rispetto dei diritti umani sulle sponde insanguinate dell’Oceano.
Quel mese ovale nel Paese dell’Arcobaleno è il cuore di Non puoi fidarti di gente così - Storia della squadra di rugby che sfidò l’apartheid, il libro in cui il giornalista di Repubblica Massimo Calandri ricostruisce le vicende che portarono a quella scelta fuori dal mondo, al limite tra coraggio e follia. I “piccoli, gracili, indisciplinati, bugiardi, vigliacchi, isterici e cattolici” italiani, così battezzati dagli organizzatori sudafricani di quella tournée che servì loro per rompere l’isolamento conseguenza del regime dell’apartheid, saranno sparring partner per nove sfide all’ultimo sangue, impossibili tranne una, proprio quella con i Leopards, chiusa da un’incredibile festa nella township di Port Elisabeth. Con nomi – Marco Bollesan, il mitico “Nembo” Bonetti, Ambrogio Bona – e vicende che profumano di olio canforato, erba bagnata, che si svolgono su campi impossibili, tra mani grandi come pale e orecchie a cavolfiore, quelle dei piloni italiani, sovrastati dal peso e dalla violenza degli avversari. La squadra azzurra incrocia Ian Smith, suprematista bianco e dittatore della Rhodesia, poi i leader della lotta all’apartheid, Nelson Mandela e Steve Biko. Quelle storie si intrecciano e incantano. Come quella di Jan Tromp, il gigante afrikaan che sfidò a mani nude un leopardo. E quella della leggenda Springbok Danie Craven, l’uomo che, dopo aver sondato e scartato la disponibilità di mezza dozzina di altre nazionali europee, pronuncia tutta d’un fiato la frase che scatena questa meraviglia: «Non ci restano che gli italiani».