In Arabia la prima squadra di rugby femminile. Amnesty: "Ma la parità di genere resta lontana”
dal nostro inviato Franco VanniRIAD - Si chiama Aleya Abdullah Bamakhrama ha ventisei anni, ha studiato amministrazione in campo medico ed è uno dei simboli dello sport femminile in Arabia Saudita. Già giocatrice di hockey su ghiaccio, è stata fra le prime donne a candidarsi per un posto nella prima squadra saudita femminile di rugby, formalmente istituita lo scorso dicembre. “Voglio dimostrare che il rugby è uno sport adatto per le donne come per gli uomini. C’è contatto fisico, c’è aggressività, ma non è un problema. Lo dimostreremo a tutta la nostra comunità”, dice Aleya nei video girato dal media locale Arab News durante uno dei primi allenamenti della squadra.
Giocatrici cercansi
Il bando online con cui la federazione rugby saudita sta completando le squadre femminili, a sette e a quindici giocatrici, sembra il questionario di un’agenzia di lavoro interinale. Nel modulo da compilare per candidarsi, le ragazze devono dichiarare la propria nazionalità – sono ammesse anche le straniere - se hanno o meno avuto a c…
RIAD - Si chiama Aleya Abdullah Bamakhrama ha ventisei anni, ha studiato amministrazione in campo medico ed è uno dei simboli dello sport femminile in Arabia Saudita. Già giocatrice di hockey su ghiaccio, è stata fra le prime donne a candidarsi per un posto nella prima squadra saudita femminile di rugby, formalmente istituita lo scorso dicembre. “Voglio dimostrare che il rugby è uno sport adatto per le donne come per gli uomini. C’è contatto fisico, c’è aggressività, ma non è un problema. Lo dimostreremo a tutta la nostra comunità”, dice Aleya nei video girato dal media locale Arab News durante uno dei primi allenamenti della squadra.
Giocatrici cercansi
Il bando online con cui la federazione rugby saudita sta completando le squadre femminili, a sette e a quindici giocatrici, sembra il questionario di un’agenzia di lavoro interinale. Nel modulo da compilare per candidarsi, le ragazze devono dichiarare la propria nazionalità – sono ammesse anche le straniere - se hanno o meno avuto a che fare in qualche modo col rugby, quali sono i loro impegni lavorativi o di studio, e quale ruolo vorrebbero ricoprire: giocatrice, allenatrice, arbitra, medico sociale o “altra posizione”. Aleya ha scelto di giocare. In campo porta il velo a coprire i capelli, altre sue compagne non lo hanno, né lo portano le allenatrici. In Arabia Saudita infatti non esiste una legge che costringa a portarlo, come invece in Iran e Afghanistan.
Le concessioni alle donne
L’accesso delle donne allo sport nel Paese avviene di pari passo con l’accresciuta importanza delle donne in politica, con la nomina a viceministro della 53enne Norah Al Faiz nel 2009, a cui è seguito il pieno diritto di voto raggiunto nel 2015. Un percorso di concessioni acerbo e pieno di inciampi ma velocissimo, avviato dal principe ereditario Mohammad bib Salman dopo secoli d’immobilità. Dal 2019 le donne possono arruolarsi nell’esercito, prenotare da sole stanze di hotel e condividerle con un uomo che non sia loro familiare. Nello stesso anno Rima bint Bandar al Saud è stata nominata ambasciatrice saudita negli Stati Uniti. Eppure, nessuna di queste novità ha avuto l’eco nel mondo che ha avuto, nel 2021, la fondazione della lega di calcio femminile, nata il 22 novembre del 2021. Fino a tre anni prima, le donne allo stadio non potevano andare nemmeno come spettatrici. Due anni dopo è arrivata la volta del rugby.
L’allarme di Amnesty International
Amnesty International invita a non confondere le concessioni alle donne da parte del regno con la vera parità di genere. Riccardo Noury, portavoce dell’associazione in Italia, dice: “Tra gli esempi di ‘riforme’ e ‘modernizzazione’ che la narrativa ufficiale fornisce al mondo c’è quella dell'evoluzione dei diritti delle donne con l’esempio degli esempi: ora le donne possono guidare da sole. Lo facevano già da tempo, finendo in carcere. La rimozione di quel divieto non è merito della magnanimità di bin Salman ma della lotta di attiviste come Loujain al-Hathloul che in prigione subirono anche violenza sessuale. Ora sono libere, ma a condizioni precise: non viaggiare all’estero, non parlare con la stampa, non fare post sui social. Nella ventina di persone finite in carcere dal 2022 per aver scritto post, alcune sono donne, come Salma al-Shehab, che sta scontando 27 anni di carcere per aver criticato il governo e in favore dei diritti delle donne”.
La strada ancora da fare
Nella classifica dei Paesi per parità dei diritti di genere del World Economic Forum, contenuta nel Global Gender Gap Report del 2023, l’Arabia Saudita è alla posizione 131 su 146 Stati di cui si hanno dati. Negli ultimi anni ha superato quasi tutti i Paesi dell’area Nord Africa/Medioriente compresi Marocco, Oman e Algeria, ma il quadro resta critico. In particolare, pesa la differenza nella percentuale di occupazione rispetto agli uomini. Ma che qualcosa stia cambiando è evidente. E in una città come Riad, che dal 2022 si è abituata ad avere le prime tassiste, la storia della rugbista Aleya e delle sue compagne desta curiosità e accende speranze in molte donne. Quando sul suo profilo Linkedin ha annunciato di essersi iscritta alla neonata squadra di rugby saudita, sul social un’altra donna, velata come lei, ha commentato: “Che Dio ti benedica. Sei sempre un esempio di perseveranza, coraggio e diligenza. Possa Dio aumentare la tua grazia e portare beneficio al Paese”.
I giochi di Taif
Altri complimenti Aleya li aveva ricevuti quando aveva pubblicato sullo stesso social le fotografie di un torneo femminile di hockey sul ghiaccio, in cui aveva vinto un cesto di rose come migliore giocatrice. Ma il valore simbolico del rugby, sport di contatto per eccellenza, è diverso. Tanto che al fianco della prima squadra, la federazione saudita sta creando anche l’under 18. L’obiettivo dichiarato è arrivare a iscrivere squadre femminili già al torneo Arab Rugby Sevens del mese prossimo, che si giocherà a Taif, proprio in Arabia Saudita. Per questo le ragazze stanno seguendo un programma di allenamento intenso, sui campi dell’università Principessa Nourah. Nessuno chiede loro di vincere, ma di giocare sì. “Vogliamo dimostrare di potercela fare, in uno sport così duro. Vogliamo dare il meglio anche perché sappiamo di stare facendo la storia”, dice in inglese perfetto Ameera, compagna di Aleya, che il velo non lo porta.