Tremila rugbisti da tutto il mondo, 101 squadre di cui 8 femminili e 2 formazioni composte esclusivamente da atleti in transizione: dalla prossima settimana Roma ospita la undicesima edizione della Bingham Cup, il più grande torneo ovale Lgbt sotto l’egida dell’International Gay Rugby e il sostegno della Fir. «Sarà un festa dello sport a cui sono tutti invitati». Anche il generale Vannacci? «Naturalmente. Lo facciamo ufficialmente attraverso la Repubblica: sarebbe bello averlo in tribuna a vedere qualche incontro, magari offrirgli una birra con noi durante il terzo tempo. Il rugby è per tutti: siamo uguali, la parola diverso non esiste», spiegano quelli di Libera, il club inclusivo e gay-friendly tra gli organizzatori della manifestazione. Domani presentazione ufficiale del torneo alla Sala della Protomoteca del Campidoglio, col sindaco Roberto Gualtieri. Si comincia a giocare tra una settimana, giovedì 23, le finali sono in programma domenica 26 maggio.
«I cliché? Placcati. Questo è rugby vero»
«Ai giocatori non viene chiesto quale sia l’orientamento sessuale», chiarisce Nicolò Zito, tallonatore e presidente del Libera Rugby, squadra nata nel luglio 2013 grazie a Stefano Iezzi e Andrea Carega. Palermitano, da 30 anni a Roma, Zito è arrivato nel 2014 al rugby dopo esperienze nel canottaggio, arti marziali, scherma. «E’ una storia molto semplice: questa squadra ha subito rappresentato un incrocio di mondi diversi. Con al centro il gioco del rugby e la voglia di comunicare, stare insieme». All’inizio – spiega – la formazione era composta al 90% da atleti omosessuali. «Ora gli etero sono più della metà. Ma non è questo, il punto». Il punto è lo sport. E la leggerezza. «Non nascondo che a volte scoppiamo a ridere in campo, quando dalla tribuna danno del gay a un giocatore etero». Discriminazioni? Poche. «Le cose che fanno più male sono gli epiteti ‘involontari’, quelli senza intenzione dispregiativa ma che nascono dalla parlata quotidiana: è anche contro questa ignoranza sotterranea, che lottiamo». Chissà quanti cliché. «Spazzati via sul terreno di gioco. Fino a poco tempo fa c’era con noi un ragazzo in transizione che tirava certi placcaggi da fare paura».
Si gioca su 6 campi, dal Tre Fontane a Corviale
Mark Bingham era un rugbista americano, gay, tra le vittime del volo United Airlines 93 dirottato nel corso degli attentati dell’11 settembre 2001: fu tra gli iniziatori della ribellione dei passeggeri che costrinse i dirottatori a dirigersi su Shanksville, Pennsylvania, dove il velivolo si schiantò. L’anno dopo gli è stata dedicata la prima edizione del mondiale di rugby Lgbt. «Le squadre arrivano da tutto il mondo: il 60% dagli Usa, poi Nuova Zelanda, Australia, Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Norvegia, Belgio, Germania. La grande novità è l’incontro – in programma domenica 26 – tra due formazioni composte esclusivamente da giocatori in transizione», racconta Gianmarco Forcella, vicepresidente del comitato organizzatore. Vale la pena di ricordare che dal 2021 World Rugby ha deciso di non ammettere alle competizioni ufficiali gli atleti in transizione, ma qui si gioca sotto la gestione di Igr. «Anche turisticamente, per Roma è un grande successo. Siamo felici di ospitare una manifestazione che l’obiettivo di abbattere i pregiudizi e la non inclusione. Il sostegno della Federazione italiana di rugby è stato fondamentale». Si giocherà sui campi delle Tre Fontane, della Roma Olimpic in via di Tor Pagnotta, alla Polisportiva Ostiense di Lungotevere Dante, allo stadio Berra di via Verratti, a quello di Corviale in via degli Alagno, al Dabliu Eur di viale Egeo. I campioni in carica sono i King Cross Steelers di Londra. Ci sarà da divertirsi: come sempre, col rugby.