Mauro Bergamasco: “L’Italia piace e si diverte, ora battiamo gli inglesi”
di Massimo CalandriSe Gattuso chiedesse a Donnarumma di fare il centravanti, in una sfida decisiva con la Spagna al Bernabeu, Gigio si metterebbe a ridere. Mauro Bergamasco, invece: l’iconica terza linea azzurra, uno dei rugbisti italiani più famosi al mondo, nel 2009 accettò la richiesta di Mallett di indossare la maglia numero 9 contro l’Inghilterra, a Twickenham. Il mediano di mischia titolare (Troncon) era infortunato, la riserva (Canavosio) squalificata. E a quei tempi il nostro rugby offriva poche alternative. Non andò bene. "Accettai, e basta. Nelle settimane prima della partita, feci un migliaio di passaggi al giorno per abituarmi. Alla vigilia mi facevano male i muscoli, tanto poca era l’abitudine". È la prima volta che ne parla. "Ora ci rido su, ma mi fece soffrire. Mi presero in giro, ci sono dei meme che girano ancora su Internet: poco fair play, gli inglesi".
Se Gattuso chiedesse a Donnarumma di fare il centravanti, in una sfida decisiva con la Spagna al Bernabeu, Gigio si metterebbe a ridere. Mauro Bergamasco, invece: l’iconica terza linea azzurra, uno dei rugbisti italiani più famosi al mondo, nel 2009 accettò la richiesta di Mallett di indossare la maglia numero 9 contro l’Inghilterra, a Twickenham. Il mediano di mischia titolare (Troncon) era infortunato, la riserva (Canavosio) squalificata. E a quei tempi il nostro rugby offriva poche alternative. Non andò bene. "Accettai, e basta. Nelle settimane prima della partita, feci un migliaio di passaggi al giorno per abituarmi. Alla vigilia mi facevano male i muscoli, tanto poca era l’abitudine". È la prima volta che ne parla. "Ora ci rido su, ma mi fece soffrire. Mi presero in giro, ci sono dei meme che girano ancora su Internet: poco fair play, gli inglesi".
A proposito: sabato l’Italia sfida l’Inghilterra all’Olimpico, nel quarto turno del Sei Nazioni.
"La vedrò con Lewis Moody, un altro numero 7 come me, un grande amico: vado a prenderlo all’aeroporto, gli faccio visitare il Museo del Rugby ad Artena e poi veniamo allo stadio. E questa volta spero di essere io, a ridere".
Gli azzurri non hanno mai battuto i Maestri. Però questa è forse la Nazionale più forte di sempre, mentre loro hanno cambiato 9 giocatori, dopo la sconfitta con l’Irlanda.
"È un’Italia che mi piace: grandi individualità e — a differenza della nostra — profondità nei ruoli. C’è consapevolezza, sanno mettere pressione all’avversario e poi si divertono: glielo leggi negli sguardi. E sono tutti pronti ad aiutare il compagno in difficoltà".
Gonzalo Quesada, l’allenatore, ha fatto fare il salto di qualità.
"A Parigi, anni fa, abbiamo giocato e preso casa insieme. Lo conosco molto bene, è proprio come appare: trasparente, leale, chiaro nelle comunicazioni, molto attento all’aspetto mentale. Uno che mette sempre il fattore umano davanti a quello sportivo: lo ha dimostrato con Brex, che aveva problemi familiari e ha potuto prendersi una pausa. Quesada è una grande opportunità per il rugby italiano".
Siamo finalmente a livello dei grandi?
"Sì e no: partiamo fisiologicamente con anni di ritardo, rispetto ad altre nazioni. Facciamo progressi, ma anche gli altri evolvono. E per un po’ dovremo ancora rincorrere. Serve continuità nei risultati: nel 2003 e nel 2007 buttammo via la qualificazione ai quarti del Mondiale, fu un peccato mortale sprecare un’occasione così. Dopo arrivò una lunga crisi".
Però, a livello di base, il movimento langue: si è appena ritirato Colorno, uno dei club della Top 10, altre società rischiano di fare a breve la stessa fine.
"Manca una visione generale: si va a macchia di leopardo, con realtà che sono destinate a morire perché si vive solo di sponsor e oggi molte aziende non sono più disponibili. Il vertice del movimento non deve avere pregiudizi, e la base non può limitarsi ad aspettare che gli aiuti arrivino dall’alto. Ho lavorato al sud, non voglio più sentir parlare di assenza di spazi: le opportunità ci sono, bisogna lavorare senza chiedere incentivi prima ancora di iniziare. Gli incentivi ci vogliono — anzi: raddoppiamoli — ma solo quando i progetti sono già avviati. Bisogna creare dinamiche e sostenerle: insieme, credendoci".
Come finisce sabato?
"Prima o poi batteremo l’Inghilterra, è inevitabile. Sono scaramantico: ma se questa volta la possibilità esiste davvero, allora prendiamocela".