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Menoncello: “Tre birre per brindare al successo sugli inglesi. L’obiettivo è il Sei Nazioni”

Tommaso Menoncello (reuters)

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L’azzurro eletto miglior medio-centro dal Times dopo la vittoria sull’Inghilterra. “Conquistare il torneo è un traguardo possibile”
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Sulla spalla destra si è tatuato la testa di un leone. «Non è solo il mio segno zodiacale. È che mi sento proprio così». Coraggioso. Protettivo, generoso. Feroce, quando serve. Il giorno dopo, Tommaso Menoncello: nonostante i mille scontri, il protagonista dello storico successo sull’Inghilterra non ha neppure un livido. «Solo un po’ di stanchezza».

Avrete fatto l’alba, a festeggiare.

«Figuriamoci. Il “terzo tempo” all’Olimpico con gli inglesi, il discorso dei presidenti delle due federazioni. Poi siamo tornati in albergo, a incontrare i familiari. A letto presto. Non è più il rugby di una volta. Siamo professionisti, bisogna fare attenzione ai dettagli. Media birre a testa? Non più di tre».

Dal Times all’Equipe, i giornali stranieri esaltano gli azzurri e la pr…

Sulla spalla destra si è tatuato la testa di un leone. «Non è solo il mio segno zodiacale. È che mi sento proprio così». Coraggioso. Protettivo, generoso. Feroce, quando serve. Il giorno dopo, Tommaso Menoncello: nonostante i mille scontri, il protagonista dello storico successo sull’Inghilterra non ha neppure un livido. «Solo un po’ di stanchezza».

Avrete fatto l’alba, a festeggiare.

«Figuriamoci. Il “terzo tempo” all’Olimpico con gli inglesi, il discorso dei presidenti delle due federazioni. Poi siamo tornati in albergo, a incontrare i familiari. A letto presto. Non è più il rugby di una volta. Siamo professionisti, bisogna fare attenzione ai dettagli. Media birre a testa? Non più di tre».

Dal Times all’Equipe, i giornali stranieri esaltano gli azzurri e la prova di Menoncello: “Oggi è il miglior tre-quarti centro del mondo”, scrivono.

«Davvero? Non saprei dire, credo che nel Sudafrica e nella Nuova Zelanda ci siano giocatori straordinari. Ho solo 23 anni e devo ancora crescere, ci sono aspetti tecnici su cui lavorare. Però sono soddisfatto, di questo mio Sei Nazioni. Anche se non è finita».

Sabato il quinto e ultimo turno, a Cardiff col Galles, ultimo in classifica: potrebbero arrivare il terzo successo e il torneo più bello di sempre.

«Sarà la partita più difficile di tutte. Stadio è incredibile, e loro – nonostante i risultati – stanno migliorando ad ogni incontro che passa: li stiamo studiando, numeri e analisi parlano chiaro. In più, adesso dovremo tenere a bada l’euforia e la pressione».

Per fortuna c’è Gonzalo Quesada.

«Ha cambiato la nostra storia, portando novità e consapevolezza. Fin dal primo raduno di 2 anni fa, quando ci ha spiegato i movimenti da fare - non correndo, ma camminando: perché capissimo meglio - si intuiva tecnicamente avremmo fatto qualcosa di importante. La sua grandezza è anche nel tenerci lontano dallo stress che può arrivare dall’esterno».

Ignacio Brex è tornato in squadra: voi due, insieme, in mezzo al campo siete impressionanti. Implacabili, implaccabili.

«Giochiamo insieme da 5 anni, mi ha sempre trattato come farebbe un fratello maggiore: ci capiamo con uno sguardo, ci fidiamo ciecamente l’uno dell’altro ed è la chiave della nostra efficacia. Mi infonde sicurezza, e fiducia: non ha giocato nei 2 precedenti match (Brex ha chiesto una pausa per gravi motivi familiari: Quesada, che guarda prima all’uomo e poi al campione, glieli ha concessi), ma mi telefonava per darmi consigli. Che amicizia».

Aveva esordito con la Francia a 19 anni e 170 giorni, diventando il più giovane rugbista ad aver segnato una meta nel Sei Nazioni. Predestinato. Tra la marcatura di allora e quella di sabato, quanto è cambiato?

«Sono cresciuto nel fisico e nella tecnica, ma ho la stessa voglia di allora: voglia di farmi vedere e di battermi sul campo, di imparare, di progredire sotto tutti gli aspetti. So già che ora mi chiederà del mio trasferimento a fine stagione (a Tolone, nel club più prestigioso del mondo, ndr): non è ancora ufficiale, ma sarà una occasione per diventare un giocatore e una persona migliore. Non mi fa paura l’idea di lavorare duro, sacrificarmi: anzi».

Adesso all’Italia manca solo una squadra da battere: gli All Blacks, contro cui a novembre aveva segnata una meta spettacolare. Fantascienza?

«A Torino la partita era stata a lungo equilibrata: poi loro sono venuti fuori. Ma non ci sono traguardi impossibili: lo dimostra il successo con l’Inghilterra, che è il frutto di un cammino iniziato anni fa. Col lavoro, e il nostro carattere – la forza del gruppo – possiamo mettere in difficoltà chiunque».

Meglio battere i neozelandesi o vincere il Sei Nazioni?

«Il Sei Nazioni, nessun dubbio. E anche quello è un traguardo raggiungibile, se continueremo sulla strada intrapresa con Quesada. Mi esalta, l’idea di sfidare le squadre più forti del mondo: dimostrare che noi italiani non siamo inferiori a nessuno, sul piano dell’orgoglio e della voglia di batterci».

Ha parlato da leone. Ma tutta questa forza fisica arriva dal babbo, che fa il fabbro?

«Possibile. Lui e la mamma non hanno mai fatto sport, però mi hanno trasmesso il rispetto per il lavoro e le persone, lo spirito di sacrificio, il piacere di lavorare con gli altri».

È stato papà a portarla a giocare a rugby, dopo la squadra di calcio del paesino era fallita. Chissà, poteva diventare il centravanti della Nazionale.

«Quella è la strada che mi ha portato qui. Tutto accade per un motivo. E non c’è niente di meglio di una palla ovale, credetemi».

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