Gonzalo Quesada è diventato così italiano che, quando parla del suo amico Velasco, lo chiama “Giulio”. Due argentini, entrambi ct azzurri. Rugby, pallavolo. Hanno contribuito a cambiare la storia e — speriamo — la nostra cultura sportiva. Con un minimo comune denominatore: l’importanza del fattore umano. Gonzalo è arrivato poco più di due anni fa, sembra un secolo. La Nazionale ovale era reduce da un disastroso mondiale. Con l’allenatore di allora, il neozelandese Kieran Crowley, i giocatori parlavano inglese. «Ho imparato la lingua in tempi strettissimi. Comunicare, conoscersi bene: è la cosa più importante».
Al primo allenamento, i ragazzi l’aspettavano in campo. Invece.
«Niente rugby. Per due giorni abbiamo solo parlato. A quel Mondiale li avevo visti sfiduciati. Volevo sapere cosa significasse per loro essere italiani: quali fossero le cose che li rendevano orgogliosi. Intorno a questa identità è cominciato un lavoro profondo, una visione: definire i nostri comportamenti, la nostr…
Gonzalo Quesada è diventato così italiano che, quando parla del suo amico Velasco, lo chiama “Giulio”. Due argentini, entrambi ct azzurri. Rugby, pallavolo. Hanno contribuito a cambiare la storia e — speriamo — la nostra cultura sportiva. Con un minimo comune denominatore: l’importanza del fattore umano. Gonzalo è arrivato poco più di due anni fa, sembra un secolo. La Nazionale ovale era reduce da un disastroso mondiale. Con l’allenatore di allora, il neozelandese Kieran Crowley, i giocatori parlavano inglese. «Ho imparato la lingua in tempi strettissimi. Comunicare, conoscersi bene: è la cosa più importante».
Al primo allenamento, i ragazzi l’aspettavano in campo. Invece.
«Niente rugby. Per due giorni abbiamo solo parlato. A quel Mondiale li avevo visti sfiduciati. Volevo sapere cosa significasse per loro essere italiani: quali fossero le cose che li rendevano orgogliosi. Intorno a questa identità è cominciato un lavoro profondo, una visione: definire i nostri comportamenti, la nostra cultura, il senso di appartenenza. Il nostro gioco. Bellezza, velocità, genio. E sacrificio, capacità di adattarsi. Ci piace attaccare? Bene. Ma per rendere più efficace il sistema bisogna saper difendere, conquistare il pallone. Siamo scesi in campo solo quando tutti sono stati d’accordo».
Due anni di grandi progressi — competitivi con All Blacks e Springboks, un clamoroso pari in Francia, successi con Australia, Galles e Scozia — culminati nella storica vittoria con l’Inghilterra.
«È solo l’inizio. A ogni raduno tutti arrivano consapevoli del lavoro fatto e delle responsabilità che hanno. Identità, proposito, cultura: chi siamo, dove vogliamo andare e come arrivarci. Tutti sono parte del progetto, sanno che tipo di rugby vogliamo fare e come migliorarlo, giorno dopo giorno. Qualità, etica del lavoro. Senza l’ossessione del successo, ma inseguendo qualcosa di più trascendentale: ispirare tutti quelli che ci seguono».
Perché, a parte la Nazionale, il rugby in Italia resta uno sport minore.
«Però i nostri successi possono cambiare le cose. Quando all’estero mi chiedono cosa c’è di bello qui, non riesco a raccontare bene della storia e della gastronomia perché non sono un bravo turista, non ancora — spero che mia moglie mi perdoni — però ho scoperto una passione straordinaria, da nord a sud. Nei paesi britannici c’è un’altra cultura, e strutture: scuole con palestre, campi a perdita d’occhio. Lavoriamo perché in Italia le famiglie si leghino ai club dei loro bambini. E non si fermino solo per la partita, ma dalla mattina alla sera: a condividere la gioia di fare sport, il piacere di stare insieme. Felici».
Ce n’è bisogno più che mai, soprattutto ora.
«Con tutte queste guerre, che hanno dietro solo delle ragioni economiche: c’è bisogno di più sport e dei valori di pace che sa trasmette, spirito di squadra e sana competizione».
Prima della partita con l’Inghilterra, ha chiamato Castrogiovanni a preparare un asado per i ragazzi. E Dominguez alla vigilia ha consegnato le maglie.
«Da quando sono arrivato, ho voluto coinvolgere chi per la maglia azzurra ha dato tanto e merita rispetto: perché di questi tempi si dimentica troppo velocemente il passato. Bortolami, Mauro e Mirco Bergamasco, Marcello Cuttitta, Lo Cicero, Parisse. Venerdì mattina, vigilia del match con gli inglesi, ho sentito che si respirava un’aria diversa. Ho telefonato a Diego Dominguez per chiedergli di venire: “Sono a Milano per lavoro, poi Treviso, arriverò a Roma sabato mattina”. Peccato. Un’ora dopo aveva annullato i suoi impegni e siamo andati a prenderlo alla stazione. È arrivato in tempo. Commovente. In quel momento ho capito che il giorno dopo avremmo vinto. Sì: l’identità, il senso di appartenenza».
L’Italia del calcio ne avrebbe tanto bisogno.
«Con tutta la passione che c’è qui per il calcio, un altro Mondiale senza la Nazionale sarebbe un delitto. Ma non voglio dire altro, non sarebbe giusto».
Quesada e Velasco sono argentini: casualità?
«Credo ci accomuni la voglia di lasciare un segno, cambiare le cose: non limitarci a rispettare il nostro ciclo. Abbiamo una metodologia molto anglosassone, una cura maniacale per i dettagli, l’organizzazione. Ma siamo latini nel comunicare, e forse è questo il segreto. Il fattore umano».