ROMA - Un centinaio di pagine per un piccolo-grande libro. Piccolo nel formato, ma grande nelle risposte che dà al suo titolo: "Perché corriamo?". Roberto Weber, uno dei maggiori sondaggisti italiani, lo ha scritto per Einaudi giusto dieci anni fa, rispolverando la sua antica passione per la corsa (negli anni Settanta è stato un discreto mezzofondista): attraverso riflessioni personali, storie di campioni e di gare, profonde suggestioni, ha cercato di dare un senso alla pratica del podismo.
"Parrebbe che uno dei tratti fondanti della corsa sia un'esigenza di sacrificio individuale spesso oscuro e apparentemente privo di ricompensa - sostiene Weber -. Bisogna imparare a infliggersi dolore ed assorbirlo e ciò, in società fortemente orientate al piacere come le nostre, almeno superficialmente richiede una certa dose di stupidità, una forma di offuscamento della coscienza. Ma potremmo considerare anche un'altra ipotesi, immaginando che attraverso la corsa si verifichi un processo - in larga misura inconsapevole - di ascesi, di liberazione dalla quotidianità, dai suoi limiti, dalle sue angustie e soprattutto dalle sue coordinate spaziali e temporali".
L'incrocio tra running e fattori sociali e psicologici è naturalmente terreno fertile per Weber, secondo il quale la corsa "scava, svuota, prosciuga, restituisce in leggerezza quanto ha rapinato di morbido e di sinuoso. La corsa è sottrazione del meraviglioso superfluo che anni di benessere ci hanno regalato. E' regressione a una condizione primaria ed è al tempo stesso ascesi, perché condanna ciò che è 'bellò cancellando ogni traccia mondana". In linea con le riflessioni di Mauro Covacich e in anticipo su quelle di Haruki Murakami, anche Weber intuisce il parallelo tra la corsa di media e lunga distanza e le arti marziali: "La routine di gare e allenamenti, la monomaniacalità che una lunga, intensa e pressoché ininterrotta preparazione comportano, una quotidianità improntata a una rigorosa disciplina, l'incessante auscultazione del proprio corpo costretto ad assorbire sempre maggiori soglie di sofferenza, il controllo medico e farmacologico asfissiante conferiscono alla vita degli atleti un sapore marziale".
Le "fughe" di Zatopek e Bikila, l'ondata infinita dei runner africani, da Morcelj a Gebrselassie e Bekele, l'epopea di Coe e Ovett, lo sguardo rassegnato di Salah appena agganciato da Bordin a Seul, l'abbandono autoipnotico di Cova nella volata finale per l'oro olimpico di Los Angeles...Tante immagini nella storia dell'atletica che Weber raccoglie e sfoglia per raccontare l'anima della corsa. L'esplorazione delle profondità della maratona, ad esempio: "Come colpito da una divinità maligna, in breve tempo - talvolta in qualche centinaio di metri - il corridore smarrisce il suo privilegio e ridiventa umano. Il passo leggero si accorcia, una smorfia di sofferenza prende a segnargli il volto, il busto si irrigidisce e lo spazio e il tempo - pareva se ne fosse liberato - irrompono a segnalare il suo destino mortale. E' quindi sul crinale fra levità da un lato e crescente sofferenza dall'altro che si consuma la storia dei corridori. Come in poche altre discipline, nel gesto armonioso, nel cuore stesso della bellezza si nasconde il dolore".
"Parrebbe che uno dei tratti fondanti della corsa sia un'esigenza di sacrificio individuale spesso oscuro e apparentemente privo di ricompensa - sostiene Weber -. Bisogna imparare a infliggersi dolore ed assorbirlo e ciò, in società fortemente orientate al piacere come le nostre, almeno superficialmente richiede una certa dose di stupidità, una forma di offuscamento della coscienza. Ma potremmo considerare anche un'altra ipotesi, immaginando che attraverso la corsa si verifichi un processo - in larga misura inconsapevole - di ascesi, di liberazione dalla quotidianità, dai suoi limiti, dalle sue angustie e soprattutto dalle sue coordinate spaziali e temporali".
L'incrocio tra running e fattori sociali e psicologici è naturalmente terreno fertile per Weber, secondo il quale la corsa "scava, svuota, prosciuga, restituisce in leggerezza quanto ha rapinato di morbido e di sinuoso. La corsa è sottrazione del meraviglioso superfluo che anni di benessere ci hanno regalato. E' regressione a una condizione primaria ed è al tempo stesso ascesi, perché condanna ciò che è 'bellò cancellando ogni traccia mondana". In linea con le riflessioni di Mauro Covacich e in anticipo su quelle di Haruki Murakami, anche Weber intuisce il parallelo tra la corsa di media e lunga distanza e le arti marziali: "La routine di gare e allenamenti, la monomaniacalità che una lunga, intensa e pressoché ininterrotta preparazione comportano, una quotidianità improntata a una rigorosa disciplina, l'incessante auscultazione del proprio corpo costretto ad assorbire sempre maggiori soglie di sofferenza, il controllo medico e farmacologico asfissiante conferiscono alla vita degli atleti un sapore marziale".
Le "fughe" di Zatopek e Bikila, l'ondata infinita dei runner africani, da Morcelj a Gebrselassie e Bekele, l'epopea di Coe e Ovett, lo sguardo rassegnato di Salah appena agganciato da Bordin a Seul, l'abbandono autoipnotico di Cova nella volata finale per l'oro olimpico di Los Angeles...Tante immagini nella storia dell'atletica che Weber raccoglie e sfoglia per raccontare l'anima della corsa. L'esplorazione delle profondità della maratona, ad esempio: "Come colpito da una divinità maligna, in breve tempo - talvolta in qualche centinaio di metri - il corridore smarrisce il suo privilegio e ridiventa umano. Il passo leggero si accorcia, una smorfia di sofferenza prende a segnargli il volto, il busto si irrigidisce e lo spazio e il tempo - pareva se ne fosse liberato - irrompono a segnalare il suo destino mortale. E' quindi sul crinale fra levità da un lato e crescente sofferenza dall'altro che si consuma la storia dei corridori. Come in poche altre discipline, nel gesto armonioso, nel cuore stesso della bellezza si nasconde il dolore".