Pubblichiamo in anteprima uno stralcio del libro "La fatica più bella. Perchè correre cambia la vita" di Gastone Breccia (Laterza) in uscita nei prossimi giorni.
Provate a osservare il volto degli atleti verso la fine di una maratona. Anche quello dei campioni. Il loro sguardo è fisso, smarrito: sembra stiano seguendo immagini o fantasmi visibili solo a loro. Il corpo agisce ma la mente è altrove. È l'effetto dello sforzo psicologico estremo necessario ad "abbracciare la sofferenza": non si può chiedere di più a un essere umano, e dunque nella fase decisiva della corsa la concentrazione deve essere assoluta, benché "vuota", o forse proprio perché vuota, perché priva di altri pensieri. Gli occhi, come sempre, rivelano la qualità della vita interiore, che in quel momento è chiusa in un orizzonte inaccessibile.
La sofferenza crea uno spazio chiuso di solitudine assoluta. Gli altri non possono accedervi, se non come occasionali comprimari; quando soffriamo davvero, nessuno può sapere quello che stiamo passando, né condividere. Non importa se ci vuol bene, se ci ama, se desidera con tutta la forza fare qualcosa per noi. Siamo soli di fronte al dolore che ci possiede; soli e disarmati, impotenti.
La sofferenza di un finale di maratona è un caso particolare, perché al tempo stesso estrema e volontaria: potrebbe cessare in un istante senza conseguenze, perché per quasi tutti i corridori un ritiro non comporterebbe alcun contraccolpo professionale o economico; ogni minuto aggiunto ha la particolare qualità di un dolore affrontato liberamente, e quindi felicemente. È l'avverbio più appropriato, anche se può sembrare strano: perché la sola vera felicità è quella che troviamo sul nostro cammino quando siamo del tutto liberi.
E adesso siamo davvero vicini al senso più profondo della corsa. La resistenza di fronte al dolore; la forza di volontà di fronte a una prova durissima del cui significato profondo noi soltanto siamo i custodi, perché l'abbiamo scelta, e dobbiamo continuare a restare fedeli attimo dopo attimo a quella scelta sempre più difficile. Varrebbe la pena di allenarsi e gareggiare solo per vivere i momenti di una crisi. Che ci mette a nudo, in perfetta solitudine, e ci fa scoprire sia i nostri limiti fisici e mentali, sia le qualità nascoste di cui non possiamo fare a meno se vogliamo arrivare al traguardo.
Provate a osservare il volto degli atleti verso la fine di una maratona. Anche quello dei campioni. Il loro sguardo è fisso, smarrito: sembra stiano seguendo immagini o fantasmi visibili solo a loro. Il corpo agisce ma la mente è altrove. È l'effetto dello sforzo psicologico estremo necessario ad "abbracciare la sofferenza": non si può chiedere di più a un essere umano, e dunque nella fase decisiva della corsa la concentrazione deve essere assoluta, benché "vuota", o forse proprio perché vuota, perché priva di altri pensieri. Gli occhi, come sempre, rivelano la qualità della vita interiore, che in quel momento è chiusa in un orizzonte inaccessibile.
La sofferenza crea uno spazio chiuso di solitudine assoluta. Gli altri non possono accedervi, se non come occasionali comprimari; quando soffriamo davvero, nessuno può sapere quello che stiamo passando, né condividere. Non importa se ci vuol bene, se ci ama, se desidera con tutta la forza fare qualcosa per noi. Siamo soli di fronte al dolore che ci possiede; soli e disarmati, impotenti.
La sofferenza di un finale di maratona è un caso particolare, perché al tempo stesso estrema e volontaria: potrebbe cessare in un istante senza conseguenze, perché per quasi tutti i corridori un ritiro non comporterebbe alcun contraccolpo professionale o economico; ogni minuto aggiunto ha la particolare qualità di un dolore affrontato liberamente, e quindi felicemente. È l'avverbio più appropriato, anche se può sembrare strano: perché la sola vera felicità è quella che troviamo sul nostro cammino quando siamo del tutto liberi.
E adesso siamo davvero vicini al senso più profondo della corsa. La resistenza di fronte al dolore; la forza di volontà di fronte a una prova durissima del cui significato profondo noi soltanto siamo i custodi, perché l'abbiamo scelta, e dobbiamo continuare a restare fedeli attimo dopo attimo a quella scelta sempre più difficile. Varrebbe la pena di allenarsi e gareggiare solo per vivere i momenti di una crisi. Che ci mette a nudo, in perfetta solitudine, e ci fa scoprire sia i nostri limiti fisici e mentali, sia le qualità nascoste di cui non possiamo fare a meno se vogliamo arrivare al traguardo.