Se il podista infortunato entra nel "tunnel" infinito dei social network
di MARCO RAFFAELLIDalla sindrome della bandelletta e del piriforme, passando per una metatarsalgia, fino ad un tendine infiammato: quando la sosta forzata decide come saranno le giornate del mal capitato. Una riflessione ironica, ma non troppo, sulla contaminazione tra lo sport e il web
ROMA - La bacheca di Facebook di quelli che corrono è la cartina torna sole del loro stato d'animo. Il luogo virtuale dove si palesano i momenti atleticamente migliori e gli angoli più bui della vita del runner 2.0. Ogni giorno si leggono post di ansie da prestazione, struggimenti da fiaschi annunciati, successi acclamati da amici in rete. Su tutta questa dinamica relazionale aleggia il peggior stato che mai nessun social network vorrebbe registrare: l'incubo dell'infortunio.
Dalla sindrome della bandelletta e del piriforme, passando per una metatarsalgia, fino ad un tendine infiammato, l'infortunio decide come saranno le giornate del mal capitato e non solo. A partire dalla famiglia, fino ai colleghi di lavoro, la cosa che più conta è avere pieno controllo del guaio fisico di turno e più che altro condividerlo con tutti. Diventarne onnisciente, pontificare su tempi di recupero, fisioterapie da attuare ed eventuali interventi chirurgi…
Dalla sindrome della bandelletta e del piriforme, passando per una metatarsalgia, fino ad un tendine infiammato, l'infortunio decide come saranno le giornate del mal capitato e non solo. A partire dalla famiglia, fino ai colleghi di lavoro, la cosa che più conta è avere pieno controllo del guaio fisico di turno e più che altro condividerlo con tutti. Diventarne onnisciente, pontificare su tempi di recupero, fisioterapie da attuare ed eventuali interventi chirurgi…
ROMA - La bacheca di Facebook di quelli che corrono è la cartina torna sole del loro stato d'animo. Il luogo virtuale dove si palesano i momenti atleticamente migliori e gli angoli più bui della vita del runner 2.0. Ogni giorno si leggono post di ansie da prestazione, struggimenti da fiaschi annunciati, successi acclamati da amici in rete. Su tutta questa dinamica relazionale aleggia il peggior stato che mai nessun social network vorrebbe registrare: l'incubo dell'infortunio.
Dalla sindrome della bandelletta e del piriforme, passando per una metatarsalgia, fino ad un tendine infiammato, l'infortunio decide come saranno le giornate del mal capitato e non solo. A partire dalla famiglia, fino ai colleghi di lavoro, la cosa che più conta è avere pieno controllo del guaio fisico di turno e più che altro condividerlo con tutti. Diventarne onnisciente, pontificare su tempi di recupero, fisioterapie da attuare ed eventuali interventi chirurgici, ci fa bene e simula il pieno controllo del nostro corpo come alla decima ripetuta da 400 metri in pista.
A volte basta una foto dal lettino del fisioterapista, sorridenti certo, anche se sfiancanti dall'ennesima fibrolisi al tendine, perché la cosa che più conta è esserci, anche così, e ricevere la giusta dose di like curativi. Nel frattempo la corsa è diventata un nemico da evitare. Hai la consapevolezza di vivere uno stato di famiglia da separati in casa e rifiutare chi sta bene e corre felice è il tuo unico fine. Te che stai combattendo una battaglia per riprenderti la tua passione, non ti alleni e non sai più da quanto. Non hai voglia, spazio, tempo. E dire che ti sei sempre sacrificato, notte e giorno. Decine di maratone, migliaia di orbite in pista, vita sana, cultura sportiva, rispetto, volontà. Ora sei fermo, sei mesi, dodici o chissà quanto.
L'effetto sul social network è senza mezzi misure: togli dalla tua bacheca tutti quelli che fanno tutto. Nascondi i risultati di allenamenti altrui misurati dai software specializzati che collegano polsi e social network, come un cordone ombelicale da cui traggono principi nutrienti essenziali. Imprese podistiche di quelli che vorrebbero il bravo anche durante e non solo dopo. Leggi di gente scoraggiata come te che non ha più la forza di un tempo, un mal comune che di fatto non gaudia nessuno. Via le scarpe, i completini, la voglia di riprendere.
Le cause, tante, accavallate come un nervo, inutili come un dolore, come quel ginocchio, tallone, tendine che fanno male, fanno tutto, ma basta che fanno qualche cosa e che passi il prima possibile. Non ne vuoi più sapere di correre, sei chiuso in un vicolo cieco più lungo di 400 metri.
Che sia estate o inverno non te ne frega più nulla. Non basta l'amico motivato e motivante, anzi ti sta solo antipatico. Non capisce che con le sue foto sudato e inebriato dalla tempesta endorfinica alle sei di mattina ti fa solo male. Ma lui non può capire, lui non sente più nulla dolore e fatica compresi.
Ridete e correte ma lo volete capire che la corsa è fatica? Solo il non correre è più penoso, ma che ne sapete ormai. Voi e i vostri pollici belli diritti verso l'alto, i complimenti per ogni gara il lunedì mattina, gli "immenso", i "grande", le citazioni da manuale. Miliardi di like che vi spingono ad andare avanti, stagione dopo stagione e te che vorresti indietro solo il tuo di piacere, quello vero, dello sforzo e del traguardo, certo e vissuto. E così affronti ancora un massaggio, una terapia e sai che tornerà tutto come prima..." appena posto, ma tornerò, come voi."
Dalla sindrome della bandelletta e del piriforme, passando per una metatarsalgia, fino ad un tendine infiammato, l'infortunio decide come saranno le giornate del mal capitato e non solo. A partire dalla famiglia, fino ai colleghi di lavoro, la cosa che più conta è avere pieno controllo del guaio fisico di turno e più che altro condividerlo con tutti. Diventarne onnisciente, pontificare su tempi di recupero, fisioterapie da attuare ed eventuali interventi chirurgici, ci fa bene e simula il pieno controllo del nostro corpo come alla decima ripetuta da 400 metri in pista.
A volte basta una foto dal lettino del fisioterapista, sorridenti certo, anche se sfiancanti dall'ennesima fibrolisi al tendine, perché la cosa che più conta è esserci, anche così, e ricevere la giusta dose di like curativi. Nel frattempo la corsa è diventata un nemico da evitare. Hai la consapevolezza di vivere uno stato di famiglia da separati in casa e rifiutare chi sta bene e corre felice è il tuo unico fine. Te che stai combattendo una battaglia per riprenderti la tua passione, non ti alleni e non sai più da quanto. Non hai voglia, spazio, tempo. E dire che ti sei sempre sacrificato, notte e giorno. Decine di maratone, migliaia di orbite in pista, vita sana, cultura sportiva, rispetto, volontà. Ora sei fermo, sei mesi, dodici o chissà quanto.
L'effetto sul social network è senza mezzi misure: togli dalla tua bacheca tutti quelli che fanno tutto. Nascondi i risultati di allenamenti altrui misurati dai software specializzati che collegano polsi e social network, come un cordone ombelicale da cui traggono principi nutrienti essenziali. Imprese podistiche di quelli che vorrebbero il bravo anche durante e non solo dopo. Leggi di gente scoraggiata come te che non ha più la forza di un tempo, un mal comune che di fatto non gaudia nessuno. Via le scarpe, i completini, la voglia di riprendere.
Le cause, tante, accavallate come un nervo, inutili come un dolore, come quel ginocchio, tallone, tendine che fanno male, fanno tutto, ma basta che fanno qualche cosa e che passi il prima possibile. Non ne vuoi più sapere di correre, sei chiuso in un vicolo cieco più lungo di 400 metri.
Che sia estate o inverno non te ne frega più nulla. Non basta l'amico motivato e motivante, anzi ti sta solo antipatico. Non capisce che con le sue foto sudato e inebriato dalla tempesta endorfinica alle sei di mattina ti fa solo male. Ma lui non può capire, lui non sente più nulla dolore e fatica compresi.
Ridete e correte ma lo volete capire che la corsa è fatica? Solo il non correre è più penoso, ma che ne sapete ormai. Voi e i vostri pollici belli diritti verso l'alto, i complimenti per ogni gara il lunedì mattina, gli "immenso", i "grande", le citazioni da manuale. Miliardi di like che vi spingono ad andare avanti, stagione dopo stagione e te che vorresti indietro solo il tuo di piacere, quello vero, dello sforzo e del traguardo, certo e vissuto. E così affronti ancora un massaggio, una terapia e sai che tornerà tutto come prima..." appena posto, ma tornerò, come voi."